Home C'era una volta Buddy Holden, seppellito in manicomio per più di vent’anni

Buddy Holden, seppellito in manicomio per più di vent’anni

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Il 4 novembre 1931 tra il disinteresse generale e il silenzio dei media muore nel manicomio di Jackson, in Louisiana, il trombettista Buddy Bolden. Ha cinquantaquattro anni e da ventiquattro è, di fatto, seppellito vivo in un centro per malati mentali che assomiglia più a una prigione che a un ospedale.

Un personaggio di primissimo piano

Muore così, solo e abbandonato, un personaggio di primissimo piano nella storia della musica di quel periodo che fra il 1900 e il 1906 ha goduto a New Orleans di grande popolarità. La stessa che negli anni successivi avranno musicisti come Louis Armstrong e pochi altri. Il suo fascino di uomo e di musicista nei primi anni del Novecento superano i confini ristretti del circuito del Garden District di New Orleans e la sua tromba inizia a sgretolare le regole del “ragtime” per creare i nuovi suoni da cui nascerà il jazz moderno. Ha, però, un problema: è nero e alcolizzato. Ecco perché la sua popolarità non impedisce alle autorità costituite di rinchiuderlo dopo un violento accesso d’ira provocato dall’etilismo acuto di cui soffre. È il mese d’aprile del 1907. Passano quasi due mesi prima che qualcuno stili un documento di ricovero del musicista in cui viene definito «pericoloso per gli altri». Nello stesso si rileva che «non ha tendenze suicide… non ha distrutto cose o altri oggetti… è quieto.., non ha familiari malati di mente… non ha avuto altri sintomi come epilessia o malattie ereditarie…».

L’anello di congiunzione tra il ragtime e il jazz

Nonostante tutto non uscirà più dal manicomio. Per ventiquattro lunghi anni vive (?) separato dalla realtà e dalla musica delle grandi orchestre che, anche per il suo lavoro, stanno trovando nuove forme espressive. La reclusione forzata finisce il 4 novembre 1931 quando muore. Le cronache dell’epoca non parlano né della sua morte, né dei suoi funerali. Solo il 22 aprile 1933, un anno e mezzo dopo la morte di Buddy Bolden, il giornalista E. Belfield Spriggins scrive di lui sul ‘Louisiana Weekly’. In un lungo servizio intitolato ‘Excavating Local Jazz’ rileva l’importanza del suo apporto nel superamento del ragtime e lo ribattezza ‘King’ Bolden, Re Bolden. Nonostante questo, però, la figura di Buddy Bolden resta, per molti anni, avvolta nel più fitto mistero: ignota la vera data di nascita, ignoti i momenti più significativi della sua vita. Oggi sulla vita di questo mitico cornettista, considerato da molti come il primo a New Orleans a suonare una musica che potrebbe essere l’anello di congiunzione fra il ragtime e il jazz, non esistono più misteri. Negli archivi dello stato della Louisiana e della città di New Orleans, sono stati ritrovati i certificati di nascita, di matrimonio e di morte.

 

 

 

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Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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