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Arriva la minigonna!

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Il 13 gennaio 1964 in Gran Bretagna viene messa in vendita la prima minigonna. La sua ideatrice si chiama Mary Quant ed è una ragazza che vive facendo la modella e disegnando vestiti in un’epoca in cui il termine “stilista” non è ancora stato inventato. In possesso di un diploma specifico conseguito al Goldsmith College of Art pensa di trasformare in un’attività lavorativa quello che fino a quel momento è stato per lei un hobby e apre a Londra in King’s Road la Boutique Bazar.

Il primo taglio di forbice

Proprio nella sua boutique disegna il suo primo abito corto o, come dice lei, dà il primo taglio di forbice alle lunghe e scomode gonne sotto al ginocchio. È l’inizio di una vera e propria rivoluzione. Non è un gesto casuale o improvviso. Mary vive a contatto con le pulsioni che si respirano nelle strade di Londra, frequenta gli ambienti della Pop Art e condivide la giornata con le destinatarie delle sue creazioni. Fedele al suo personaggio anticonformista si mostra sorpresa dall’interesse che circonda la sua creazione: «Non sono io a creare quella che voi chiamate la mia moda. Le vere creatrici sono le ragazze che la indossano, le stesse che vedete per le strade e si inventano ogni giorno una variante diversa». Racconta che l’idea le è venuta osservando le ragazze ballare alla taverna del Savoy: «Le ho viste con quelle sottane sotto al ginocchio che facevano una fatica terribile a tenersi in piedi con quel ritmo forsennato». Un taglio e via!

Il simbolo di una generazione

Dalla Gran Bretagna le minigonne si diffondono poi in tutto il mondo diventando il simbolo di una generazione. Sempre più corte cambiano anche il modo di camminare, di sedersi, di stare con gli altri. Attorno a questo indumento si modificano anche gli altri accessori. Le ragazze le indossano con cinture alte o semplici ritagli di stoffa fascianti per evidenziare la vita e i fianchi. Le scarpe si arricchiscono di zeppe massicce, mentre scompaiono la sottoveste e i reggicalze. Un accessorio medicale, come i collant, ideato per contenere le gambe stanche e doloranti delle nonne, acquista nuovi colori, si fa leggerissimo e diventa una componente fondamentale del guardaroba delle nipotine. Anche gli stivali alti, spesso verniciati in bianco o in nero, diventano uno strumento di provocazione, un modo per far sembrare ancora più lunghe quelle gambe esposte alla vista. La rivoluzione non lascia intatto nessun santuario. La biancheria intima si fa pratica e, in molti casi inutile. Il reggiseno diventa un fastidioso orpello e la sottoveste un reperto storico da lasciare alle madri e alle vecchie zie. Anche le lunghe sedute dal parrucchiere sono fuori moda: i capelli si portano lisci, lunghi sulle spalle oppure corti e a caschetto.

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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