Home Green Screen “Carol”, un coming out lesbo chic

“Carol”, un coming out lesbo chic

SHARE
Carol

Sembrava facile puntare sulla vittoria di Carol di Todd Haynes ai recenti Golden Globe, con ben cinque nomination all’attivo tra cui miglior film drammatico e migliore attrice in un film drammatico a Cate Blanchett. E invece Carol non ha vinto alcun premio.

Senza soffermarsi ulteriormente sui premi mancati e sulle logiche che governano l’assegnazione dei premi, si può invece tentare di capire, da spettatori, cosa non ha funzionato nel film, perché, grattando via la patina glam di outfit da urlo (quelli della Blanchett) e di interni upperclass, c’è il rischio che si rimanga un po’ delusi.

“Carol”, un coming out lesbo chic

Iniziamo da un confronto: quello con Mildred Pierce, miniserie del 2011 targata HBO e diretta dallo stesso regista di Carol, presentata in concorso alla 68ª Mostra di Venezia e che ha regalato a Kate Winslet un Emmy come migliore attrice. Entrambe le storie sono di matrice letteraria perché nascono dalla penna di un romanziere, entrambe le storie offrono al regista una possibilità estetizzante – perché la ricostruzione di una determinata epoca non si traduce soltanto in scene e costumi impeccabili ma anche in uno stile di regia classico e per questo bello – entrambe le storie ci restituiscono il ritratto di personalità femminili estremamente forti. Si tratta di donne in conflitto con l’epoca in cui vivono e amano. Ed è proprio qui che le due protagoniste prendono direzioni divergenti, ovvero nel diverso grado di approfondimento delle rispettive personalità: nel caso di Mildred la personalità d’acciaio che la porta, in una società maschilista al tempo della Grande Depressione, a trasformarsi da cameriera a imprenditrice contando sulle sue sole forze; nel caso di Carol la personalità risoluta di chi sceglie di rinunciare all’affidamento della figlia pur di affermare la sua sessualità nella società degli anni Cinquanta, che giudica immorale una madre lesbica. Tanto Mildred è carnale quanto Carol è eterea, tanto l’una urla e strepita quanto l’altra arriccia appena il naso, e se certamente la differenza tra i due personaggi è determinata dalla classe sociale e dall’arco narrativo, che in una miniserie è senz’altro più consistente che in un film, il fatto che Carol scelga di vivere pienamente la passione con la donna di cui è innamorata senza mai renderci testimoni di questa passione toglie al racconto una consistente dose di emozione. Senza bisogno di dirlo, il motivo di questo mancato approfondimento non è l’interpretazione della Blanchett, che messa nella condizione di esprimere il suo mondo interiore – la scena del confronto con il marito in presenza degli avvocati – non si tira indietro e ci consegna il momento da ricordare. Si tratta di un problema di scrittura, una scrittura che lascia troppo all’immaginazione dello spettatore, che relega tutti i personaggi maschili della storia a semplici sagome e che, anche nel tratteggiare i profili delle due donne che dovrebbero essere il cuore della vicenda, li rende schematici: l’esperta cacciatrice aristocratica di Cate Blanchett e la giovane preda confusa di Rooney Mara.

Cosa resta allora di Carol? Resta la forza di un coming out. Dietro questa espressione, diventata ormai colloquiale, si deve andare a cercare il desiderio di autoaffermazione di chi sceglie di scavalcare non tanto le barriere sociali, quanto piuttosto le proprie barriere interiori, per affermare qualcosa che è naturale come respirare e che non si può respingere. Farlo vorrebbe dire non esistere. Carol sceglie di non esistere come madre ma di esistere come persona. Rinuncia a tenere con lei la figlia pur di non negare il suo amore per una donna. I tempi sono molto cambiati dagli anni Cinquanta, ma qui non siamo in America. E allora forse, anche se la rappresentazione di questa coppia di donne non è calda come ci si aspetterebbe – e anche la scena di sesso che in fin dei conti tutti aspettiamo di vedere non è affatto hot – vale la pena di soffermarsi su un messaggio preciso, che il film lancia esaustivamente in una scena dall’atmosfera leggera eppure molto intima: le due donne hanno deciso di lasciare New York per una breve vacanza on the road, incuranti di tutto, solo loro e la loro macchina. In quella macchina, nel chiuso di quell’abitacolo, si è appena formato un nucleo familiare. La macchina parte, accompagnata dal sottofondo di musiche natalizie. È come se il film ci dicesse: adesso sì che è Natale.


Warning: A non-numeric value encountered in /web/htdocs/www.dailygreen.it/home/wp-content/themes/Newsmag/includes/wp_booster/td_block.php on line 353

LEAVE A REPLY