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Cesare Pavese, un profilo intellettuale

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Lo scrittore e traduttore Cesare Pavese

“Vero è che non bastano i suoi libri a restituire una compiuta immagine di lui: perché di lui era fondamentale l’esempio di lavoro, il veder come la cultura del letterato e la sensibilità del poeta si trasformavano in lavoro produttivo, in valori messi a disposizione del prossimo, in organizzazione e commercio d’idee, in pratica e scuola di tutte le tecniche in cui consiste una civiltà culturale moderna.” Queste parole di Italo Calvino sintetizzano al meglio l’opera e la vita di Cesare Pavese (1908-1950), uno tra i più importanti scrittori e traduttori italiani del XX secolo.

Cesare Pavese, il mestiere di vivere

Primi anni tra traduzioni e collaborazioni

Nato a Santo Stefano Belbo, località delle Langhe piemontesi, perdette il padre all’età di cinque anni e fu allevato dalla madre che gli diede un’educazione particolarmente rigorosa. Concluse le scuole medie, frequentò il Liceo classico Cavour e iniziò ad appassionarsi alla letteratura grazie ad autori come Guido da Verona e Gabriele d’Annunzio. Terminò gli studi superiori nel 1926 e s’iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università di Torino dove approfondì lo studio della lingua inglese e fece amicizia con personaggi come Leone Ginzburg, Norberto Bobbio e Giulio Einaudi.

Sempre in questi anni lesse molto autori americani come Hemingway, Lee Masters, Anderson e Cummings, tradusse Our Mr. Wrenn di Sinclair Lewis e iniziò a collaborare con la rivista La Cultura di Arrigo Cajumi. In seguito tradusse Moby Dick di Herman Melville e Riso Nero di Sherwood Anderson e scrisse un articolo, apparso su La Cultura, dedicato a Lee Masters e alla sua Antologia di Spoon River. Si devono sempre alle traduzioni di Cesare Pavese le versioni italiane di Il 42° parallelo di John Dos Passos e Ritratto dell’artista da giovane di James Joyce.

La collaborazione con Einaudi e la seconda guerra  mondiale

Il 15 novembre 1933 Giulio Einaudi aveva intanto fondato l’omonima casa editrice e dal maggio del 1934 Pavese incominciò a collaborarvi dirigendo, per un periodo di tempo, la rivista La Cultura. Grazie alla segnalazione di Leone Ginzburg, inviò all’editore Carocci le poesie di Lavorare stanca mentre l’anno successivo si dimise dall’incarico all’Einaudi ma, accusato erroneamente di attività antifascista, venne arrestato e incarcerato prima al Regina Coeli di Roma e poi confinato a Brancaleone Calabro per tre anni. Nel 1936 venne pubblicata la prima edizione di Lavorare stanca. Al termine del suo periodo di confino, Pavese tornò a Torino dove, per vivere, riprese a tradurre libri americani come Un mucchio di quattrini di John Dos Passos per la Mondadori e Uomini e topi di John Steinbeck per la Bompiani. Nel frattempo, lo scrittore piemontese cominciava a misurarsi anche con la prosa. Infatti, nel 1936, scrisse delle storie inserite nella raccolta I racconti e, sempre in quegli anni, completò il suo primo romanzo intitolato Il carcere e anche Paesi tuoi, pubblicato nel 1941. Per Pavese vita e letteratura cominciano a procedere sempre più in parallelo e se la scrittura diventa il suo unico rifugio, scrivere è anche “la sua condanna perpetua, il suo male incurabile. [Pavese] si lascia vivere, è pieno di contraddizioni e di conflitti, una profonda incapacità di affrontare l’esistenza, un forte disagio in ogni situazione esistenziale. Ecco allora che vivere diventa ‘il mestiere di vivere’ da apprendere con grande pena e spesso senza risultati”. Nel 1940 l’Italia entrava in guerra e Pavese iniziava una relazione sentimentale con una giovane studentessa universitaria: Fernanda Pivano (in foto).

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Fernanda Pivano (fonte Archivio Panorama)

Nel 1942 venne assunto dalla Einaudi come impiegato mentre dopo l’8 settembre 1943, Pavese si rifugiò a Serralunga di Crea, un paesino nel Monferrato, rientrando a Torino solo alla conclusione del secondo conflitto mondiale.

Gli ultimi anni di Cesare Pavese

Dopo la fine della guerra, l’autore piemontese riprese le sue attività di scrittore e traduttore e, contemporaneamente, s’iscrisse al PCI iniziando a collaborare con il quotidiano comunista L’Unità e stringendovi amicizia con Italo Calvino. Emerse in Pavese, con maggiore intensità, quell’impegno politico e civile del letterato, quasi “un obbligo morale di sfuggire ad ogni autarchia di tipo culturale, nonché a ogni becero provincialismo, per inserirsi […] entro un discorso perlomeno di tipo europeo”. Verso la fine del 1945 arrivò a Roma con l’incarico di ristrutturare la locale sede dell’Einaudi e qui conobbe la giovane Bianca Garufi con la quale si legò sentimentalmente, un rapporto molto vissuto da Pavese.

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La copertina di “La bella estate” nell’edizione Einaudi

Nel 1946 cominciò a scrivere un romanzo che, tuttavia, rimarrà incompleto e che sarà pubblicato solo postumo, Fuoco grande. Tornato a Torino, Pavese visse un anno particolarmente intenso dal punto di vista editoriale interessandosi alla Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici e avviando anche la collana di narrativa dei Coralli. Tra il 1947 e il 1948 scrisse La casa in collina pubblicato insieme a Il carcere nel volume Prima che il gallo canti. Nel 1949 venne pubblicato il trittico La bella estate che comprendeva brevi romanzi composti in diversi periodi: L’eponimo del 1940, Il diavolo sulle colline nel 1948 e Tra donne sole del 1949. Nella primavera del 1950, scrisse la sua ultima opera narrativa prima della morte, La luna e i falò. In questo tormentato periodo conobbe Constance Dowling, di cui s’innamorò follemente seppur essa fosse già impegnata sentimentalmente con l’attore Andrea Checchi. La Dowling, tuttavia, non restò molto in Italia e ripartì presto per gli USA lasciando Pavese in uno stato di profonda depressione. Non contribuì a migliorare la sua situazione interiore neppure la vittoria al Premio Strega del 1950 con La bella estate. È da notare che, in data 7 agosto 1950, aveva annotato sul suo diario queste parole: “Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò”; aggiungendo, alcuni giorni dopo, il 18 agosto, come “tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”. Il 27 agosto 1950 Cesare Pavese si suicidò ingerendo grandi quantità di sonnifero in una camera dell’albergo Roma a Torino.

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