Home C'era una volta Desmond Dekker, il primo profeta del reggae

Desmond Dekker, il primo profeta del reggae

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Il 16 luglio 1941 nasce a Kingston, in Jamaica, Desmond Adolphus Dacres, destinato a diventare con il nome d’arte di Desmond Dekker, il primo “profeta” del reggae.

Dal Poppa top al Reggae

Desmond Dekke nel suo paese diventa popolarissimo più per essere stato tra i protagonisti della serie televisiva “Action” che per le sue qualità canore anche se da bambino canta nel coro della chiesa del suo quartiere. A partire dal 1963 pubblica vari singoli di buon successo e soprattutto King of ska che ne fa un po’ un idolo dei Rude Boys, gli equivalenti giamaicani dei Teddy Boys statunitensi. Quando la sua isola comincia a stargli un po’ stretta se ne va in Gran Bretagna per cercare fortuna. Qui sbarca il lunario con gli Aces, il suo gruppo, suonando alle feste degli immigrati giamaicani e pubblicando qualche disco destinato ai suoi conterranei. La sua vita vita cambia improvvisamente nell’aprile del 1969 quando arriva al vertice della classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna con brano Israelites. L’improvviso successo di questo strano disco che si muove su ritmi e sonorità inusuali per quel periodo sorprende un po’ tutti. Nessuno, nemmeno lo scafato produttore Leslie Kong, poteva immaginare un exploit commerciale di queste proporzioni per un prodotto destinato quasi prevalentemente al mercato degli immigrati giamaicani. Le atmosfere musicali, la ritmica e la struttura armonica del brano, infatti, affondano le loro radici nella musica dell’isola. Il brano ha un testo con forti connotazioni sociali ed è musicalmente particolare rispetto al più popolare e divertente ska. C’è il basso in primo piano a fare da strumento guida e la fase in levare è allungata. I suoni appaiono rallentati come un piede che si muove a fatica perché invischiato dalla colla. ritmica. I musicisti giamaicani immigrati in Gran Bretagna lo chiamano “poppa-top”, ma per i rastafarians delle bidonvilles è già “reggae”, un nome santificato anche dalla canzone Do the reggae di Toots & The Maytals.

L’inaspettato successo di Israelites gli cambia per sempre la vita

Fino a quel momento il reggae non ha avuto quasi nessuno spazio al di fuori degli ambienti degli immigrati visto che il panorama musicale britannico di quel periodo è caratterizzato dalle varie evoluzioni del rock. L’inaspettato successo di Israelites cambia per sempre la vita di Desmond Dekker. Poco tempo dopo essere arrivato al vertice delle classifiche britanniche il singolo fa lo stesso negli Stati Uniti e Dekker diventa il primo artista giamaicano al vertice della classifica dei dischi più venduti negli States. Il successo di questo brano finisce per diventare una maledizione. La sua carriera, infatti, continua tra pochi alti e molti bassi. Pubblica vari brani, tra i quali lo splendido You can get it if you really want i, ma il suo nome resta per sempre legato a Israelites che torna di nuovo a scalare le classifiche dei dischi più venduti nel 1975 e ancora nel 1980, quando il cantante dopo aver firmato un nuovo contratto per la Stiff ne realizza una nuova versione per l’album Black and Dekker. L’etichetta di “inventore del reggae” finisce per trasformarsi più in un peso che in un valore aggiunto. Desmond Dekker fa buon viso a cattivo gioco e alla fine si abitua a questa sorta di condanna. Dopo l’esplosione del fenomeno Marley continua a spremere fino all’ultima goccia proprio il boom del reggae per galleggiare ancora un po’ nel cielo più alto della musica pop internazionale. Abbastanza impermeabile alle innovazioni e restìo a dare troppo spazio alle contaminazioni con nuove chiavi ritmiche resta sulla breccia fino all’ultimo. Muore il 26 maggio 2006 a sessantaquattro anni ucciso da un infarto nella sua casa di Surrey.

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Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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