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Difendersi dai media, esiste un antidoto al loro potere?

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Lo studioso dell'Università di Siena Enrico Cheli spiega in "Come difendersi dai media" le modalità per filtrare al meglio le informazioni dei mass media.

Pianeta media: la televisione, la radio, i giornali e internet rappresentano ormai una fetta importante della nostra vita quotidiana. Ma spesso non ci rendiamo conto dell’enorme massa di informazioni a cui siamo regolarmente sottoposti. E allora sorge spontaneo l’interrogativo: come fruirne in maniera consapevole? È la domanda dalla quale parte l’analisi di Enrico Cheli, sociologo e psicologo psicoterapeuta che insegna Sociologia della comunicazione e dei media all’Università di Siena, autore del libro Come difendersi dai media. Gli effetti indesiderati di giornali, radio, tv e internet, (La Lepre, 2011).

Enrico Cheli, come difendersi dal potere dei media

Media, una materia da gestire con cura

Solitamente libri di questo genere sono scritti da addetti ai lavori per un pubblico di specialisti e appassionati del settore. Al contrario, Come difendersi dai media è un libro con un taglio altamente divulgativo nella speranza di riuscire a veicolare concetti molto complessi a un platea vasta.

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Lo studioso Enrico Cheli

Lo stesso autore (in foto) ci dice che, per trarre la giusta ispirazione per scrivere questo libro, decise di “disintossicarsi” dai media per un preciso periodo della sua vita passando da un utilizzo eccessivo a nessuna fruizione dei mezzi di comunicazione. Comprese così che i media non potevano essere tenuti lontano dalla propria vita ma andavano gestiti e regolamentati con intelligenza: “Sono quindi tornato a fruire i media come utente e a occuparmene come studioso, dedicandomi a sviluppare una terza via: invece di escluderli dalla propria vita o aspettare che migliorino l’offerta, si può imparare a utilizzarli in modo più attivo e consapevole, senza più abbandonarsi passivamente a menu prestabiliti da altri, ma anzi scegliendo accuratamente i programmi e le ‘dosi’ con cui assumerli”.

L’equilibrio in una sorta di “dieta mediatica” personalizzata

Enrico Cheli fonda pertanto la sua analisi sull’osservazione pratica nell’utilizzo dei media tramite un atteggiamento critico verso i condizionamenti che possono provenire da essi cercando di fornire anche alcuni strumenti per difendersi utilmente. Non c’è dubbio che lo sviluppo della “società della comunicazione” abbia prodotto degli effetti particolarmente benefici. Grazie alla maggiore rapidità ed efficacia nella trasmissione delle informazioni, la nostra società è diventata più cosmopolita e meno provinciale. La chiusura verso gli altri, la paura dell’ignoto e l’ideologia sono state progressivamente emarginate dal senso comune delle nostre popolazioni. Ma, evidenzia Cheli, vi sono stati degli effetti collaterali in questo processo di evoluzione. L’eccesso di notizie, spesso non filtrate, il vero e proprio bombardamento dei telegiornali e la sempre maggiore diffusione dei canali informativi ha finito per permeare i nostri stessi comportamenti. C’è allora da rivedere e ridiscutere quale possa essere l’atteggiamento migliore da tenere nei confronti dei media, imparando a valutare i messaggi che passano e cercando di equilibrarli in una sorta di “dieta mediatica” personalizzata.

Gli effetti emozionali dei media

Cheli sofferma la sua attenzione soprattutto su tre aspetti: gli “effetti emozionali”, gli “effetti sull’identità” e gli “effetti cognitivi”. Gli effetti emozionali sono i primi a passare sotto la lente dello studioso dell’Università di Siena. I media, infatti, possono produrre notevoli effetti sullo stato emotivo delle persone.

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La copertina di “Come difendersi dai media” di Enrico Cheli

Malgrado ci siano diversi effetti positivi come la gioia, la felicità, l’euforia e via discorrendo, le emozioni suscitate dai media sono per lo più negative (rabbia, paura, violenza solo per fare degli esempi). Telegiornali, giornali e trasmissioni televisive sono piene di situazioni dense di pericoli, crimini e immagini violente. Per cui “la maggior parte delle persone si è talmente assuefatta a vivere in condizioni di costante ansia, aggressività o depressione che non ci fa neppure caso, fino a quando il malessere accumulato non supera il livello di guardia e sfocia in una qualche patologia conclamata di tipo emozionale, relazionale o psicosomatico”. Da questo punto di vista, Cheli propone un’alternativa, specie nel suggerire che, di fronte al continuo fruire in chiave negativa, si deve comunque cercare di illustrare delle alternative in ottica positiva pena la perdita della speranza di poter vivere in un mondo migliore o di cambiare una determinata situazione.

Gli effetti sull’identità

Gli “effetti sull’identità” costituiscono un’altra importante porzione dello studio di Cheli in quanto la ricerca dell’identità è uno dei bisogni psicosociali più importanti per un essere umano: “Ognuno di sé ha già, seppure in nuce, una sua propria originalità, una personalità potenziale, ma la può riconoscere ed esprimere solo grazie alla interazione e al confronto con gli altri”. I media, da questo punto di vista, offrono diversi modelli a cui ispirarsi (sport, politica e spettacolo su tutti) ma dimenticando di dirci che questi personaggi sono il prodotto di circostanze particolari che li ha fatti diventare tali. E che i palcoscenici della vita sono spesso assai diversi da realtà artificiali create ad hoc dai media.

Sotto questo profilo, la pubblicità rappresenta uno strumento molto potente in grado di influenzare le scelte delle persone. Molti oggetti e prodotti pubblicizzati vengono caricati molto spesso di effetti illusori che ci inducono a credere che, acquistandoli, possono trasformarci rispetto a ciò che siamo e portarci ad acquisire uno status symbol differente. Tali suggestioni possono generare a lungo andare una condizione di dipendenza dagli oggetti, quasi fossero diventati una droga da assumere in dosi sempre maggiori e rivelando in questo delle criticità da non sottovalutare.

Gli effetti cognitivi

Infine, ci sono gli “aspetti cognitivi” e riguardano i nostri valori, credenze, opinioni e modelli di comportamento. I media possono influenzare anche questa sfera emotiva legata al nostro modo di essere e quindi condizionare le nostre scelte politiche, il modo di affrontare le relazioni sociali e lo stile di vita. Analizzando meglio questa categoria di effetti, Cheli evidenzia come l’informazione giornalistica è determinante per gli aspetti cognitivi e mette l’accento sul fatto che il giornalismo racconta una propria visione della realtà e non la realtà in quanto tale. Una propria narrazione in base agli orientamenti di quel giornale o di quel mezzo di comunicazione: “Ognuno filtra l’esperienza attraverso i propri ‘occhiali’ e vede solo ciò che è preparato a vedere”.

Media e bambini, un rapporto delicato

Lo studioso dell’Università di Siena dedica anche alcune considerazioni sulla possibile “dieta mediatica” e sul rapporto tra i media e i bambini. In entrambi i casi, Cheli sottolinea il valore profondamente educativo delle scelte che si fanno. Mentre nel primo caso, è particolarmente importante affinare la propria capacità di “sentire” e la consapevolezza dei programmi che si scelgono, nel secondo caso, pone l’accento sulla responsabilizzazione dei propri figli come l’aiutarli nella scelta dei programmi e nell’ascolto delle loro reazioni in riferimento ai programmi stessi per cui consiglia di evitare di lasciarli soli davanti al video o ai videogiochi per troppe ore.