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Dion e Laurent: «Domani è un film per il Pianeta»

“Domani” è l’emozionante film on the road di Cyril Dion e Mèlanie Laurent che uscirà nelle sale italiane il 6 ottobre. Caso cinematografico in Francia, presentato al Cinemambiente di Torino, il film è frutto dell’incontro dell’attivista, poeta e regista Cyril Dion, impegnato nella salvaguardia all’ambiente, e Mélanie Laurent, la bravissima attrice del film di Tarantino, Inglourious Basterds.

Domani è un viaggio che Cyril e Mélanie intraprendono in prima persona per comprendere il futuro del nostro Pianeta, attraverso il globo “alla ricerca di quegli uomini e quelle donne che offrono alternative creative”.

Dailygreen.it vi propone l’intervista a Cyril Dion e Mélanie Laurent realizzata per la presentazione del film, distribuito in Italia da Lucky Red.

I registi raccontano la meravigliosa esperienza di Domani, dalla nascita del progetto alla sua realizzazione. Domani rappresenta in fondo, anche una grande speranza, quella che possa riuscire ad appassionare tutti noi, che possa esserci d’ispirazione, che ci incoraggi a fare finalmente qualcosa per la nostra Terra, iniziando nel nostro piccolo. Perché, come giustamente afferma Mélanie, le soluzioni ci sono… possiamo cominciare a cambiare il mondo domani.

 

Come vi siete incontrati? Com’è nato il progetto di questo film?
Cyril Dion: L’idea è nata nel 2011. Allora dirigevo il movimento dei Colibrì, che abbiamo fondato con Pierre Rabhi e alcuni altri amici. Abbiamo lanciato un’operazione battezzata “Tous Candidats”, il cui obiettivo era mobilitare un grosso numero di persone per la campagna presidenziale del 2012.
Mélanie Laurent: Ho conosciuto Pierre Rabhi a una cena con Danielle Mitterrand. Mi ha parlato della campagna, e gli ho lasciato il mio numero di telefono. Cyril mi ha chiamato qualche giorno dopo per aderire al loro gruppo. Ho coinvolto mio fratello, mia madre, i miei amici, il mio compagno. Un sacco di gente.
CD: Ben presto, Mélanie mi ha chiesto di mostrarle iniziative che “cambiano il mondo”. Io l’ho accompagnata alla fattoria Bec Hellouin in Normandia, da Perrine e Charles Hervé-Gruyer (che abbiamo intervistato nel nostro film). Durante il viaggio, abbiamo scoperto di avere molte cose in comune. Io le ho parlato del mio progetto cinematografico che non riuscivo a realizzare. Un po’ alla volta, mi sono convinto che dovevamo realizzarlo insieme. Lei ha subito accettato e si è gettata a capofitto in questa impresa.

Il film trae spunto da uno studio scientifico apparso sulla rivista Nature nel 2012. Questo studio, piuttosto sconvolgente, annuncia un crollo generalizzato dei nostri ecosistemi, e quindi la fine delle condizioni che rendono possibile la vita sulla Terra…
CD: Ho cominciato a scrivere il film nel dicembre del 2010. Già all’epoca mi dicevo che annunciare le catastrofi non bastava più. Bisognava proporre una visione dell’avvenire. Ognuno ha bisogno di proiettarsi nel futuro, un po’ come quando sognamo la nostra nuova casa e la progettiamo con l’architetto. Altrimenti, il progetto della società di domani non esisterebbe. Il mio primo obiettivo era raccontare questo futuro in un film. Ma ero impegnato in troppe cose, all’epoca, per dedicarmici. Nel giugno del 2012 ho avuto un crollo nervoso da superlavoro. Un mese dopo ho scoperto il famoso studio di Anthony Barnosky e Elizabeth Hadly. Nessuno studio mi aveva mai fatto un effetto simile. Il mio crollo personale rispecchiava in qualche modo il crollo previsto della società. Mi sono detto che era ora di fare quello che mi stava più a cuore, cioè questo film. Mi sono dimesso dal mio incarico nel movimento dei Colibrì e ho cominciato a dedicargli quasi tutto il mio tempo.
ML: Ho letto lo studio su Nature mentre ero incinta, e ne sono rimasta scioccata. Ho passato tutto il giorno a piangere e ho maledetto Cyril per avermi fatto piombare in una disperazione simile. Prima di scoprire quello studio, volevamo solo fare un film positivo, costruttivo. All’improvviso, fare il film è diventato “necessario”, e questa è stata una molla fondamentale. Come attrice avevo già preso diversi impegni, ma ne ho annullati molti per potermi dedicare fino in fondo al nostro progetto.

Agricoltura, energia: il vostro film affronta i temi classici dell’ecologia. Poi, all’improvviso, ci trascina verso una storia più globale e ci parla di economia, di politica…
CD: Noi vogliamo dimostrare che è tutto collegato. Che non è possibile affrontare i problemi separatamente. L’agricoltura occidentale, per esempio, è totalmente dipendente dal petrolio. Cambiare il modello agricolo significa cambiare anche il modello energetico. Ma la transizione energetica costa cara, e quindi bisogna affrontarla in termini economici. Purtroppo, oggi l’economia crea disuguaglianze ed è in larga misura responsabile della distruzione del pianeta, quindi è necessario regolamentarla in modo democratico. Ma perché una democrazia funzioni, bisogna che faccia affidamento su cittadini illuminati ed educati ad essere liberi e responsabili.

DOMANI è un film entusiasta, ecologista e umanista?
ML: Il nostro non è un documentario ecologista, è una testimonianza di quella che potrebbe essere la nostra società di domani. Viviamo in un’epoca in cui nessuno si parla più, non ci si incontra, tutti si giudicano. Non c’è più empatia. All’improvviso, il nostro film mostra persone che agiscono insieme, che si incontrano per parlare di lamponi o di una improbabile banconota locale. Queste iniziative creano delle piccole comunità ben lontane dal cliché dell’ecologista da solo nella sua grotta. Era importante avere dei personaggi che ci somigliano, in cui ognuno può identificarsi.
CD: Vogliamo far venire voglia agli spettatori di abitare in quel mondo, di essere come questi nuovi eroi che non sono né miliardari né famosi, ma coraggiosi, belli e umani. Persone comuni che creano orti, aprono bellissime scuole… Dopo aver visto Charles e Perrine nella loro rigogliosa fattoria dove si pratica la permacultura, perfino al nostro produttore – che non è particolarmente amante della campagna – è venuta voglia di coltivare legumi! Lo stesso per il nostro distributore! Era questa la nostra sfida.
ML: Nessuno ha voglia di essere messo di fronte a cose terrorizzanti. Tuttavia dobbiamo guardarle in faccia, non abbiamo più altra scelta. Così, per avere la forza di reagire, abbiamo bisogno di soluzioni accessibili, sostenibili, allegre. E’ per questo che abbiamo voluto mostrare persone che agiscono in modo positivo e con soddisfazione. Non c’è bisogno di mortificarsi, di lasciare tutto, di vivere isolati in una fattoria aspettando l’autosufficienza. Tutte le iniziative presentate nel film sono alla nostra portata e possono essere messe in pratica a partire da domani stesso.

La narrazione del vostro documentario è impostata come una lezione. Mélanie interpreta il ruolo dell’ingenua, Cyril quello del pedagogo. Era importante essere anche didascalici, per dare un quadro completo del problema?
CD: Non mi sembra che siamo stati solo didascalici! Il primo obiettivo era quello di raccontare una storia. Ci ha molto influenzato un saggio di Nancy Huston, L’espèce fabulatrice, che mostra fino a che punto gli esseri umani si costruiscono intorno a fantasie individuali e collettivi. Il mondo d’oggi è nato dal mito del progresso, una narrazione alla quale abbiamo tutti aderito. Per ritrovare lo slancio, bisognava prima di tutto costruire una nuova narrazione. Così è nata l’idea di un road movie, in cui raccontare strada facendo le diverse realtà. Per farlo, abbiamo dovuto semplificare e rendere accessibili argomenti che a volte sono piuttosto aridi e noiosi, come la creazione monetaria.
ML: E per essere sicuri di riuscirci abbiamo avuto conversazioni interminabili, durante la preparazione del film. Io dicevo a Cyril: “Davvero parleremo di economia?”. E lui mi rispondeva: “Sì, ma vedrai, è molto semplice”. Allora mi spiegava le cose e quando non capivo, ricominciava da capo, finché non trovavamo la chiave giusta.

Le iniziative che mostrate nel film sono certamente promettenti ma marginali. Siamo realisti: rappresentano solo una goccia nel mare. Rispetto ai grandi problemi del mondo, non basteranno di certo a evitare il famoso crollo previsto in tanti studi come quello che citate.
CD: Il nostro obiettivo non era quello di dare una risposta assoluta alla crisi, ma di raccontare una nuova storia. Contribuire, nel nostro piccolo, a fare emergere una nuova cultura, nuove rappresentazioni del mondo. Dobbiamo cambiare l’immaginario. E’ sempre stato questo il compito degli artisti (e non solo loro): produrre libri, film, quadri, canzoni che descrivono queste trasformazioni.
ML: Messe insieme, le iniziative come la permacultura, le monete locali, le energie rinnovabili, disegnano un mondo possibile. L’aspetto interessante è che non si tratta di iniziative isolate, ma di realtà e individui che non chiedono altro che associarsi e andare avanti insieme. C’è un mondo in movimento, che già esiste, dove tutto è possibile. Ci sono già soluzioni disponibili, in tutti i campi. Non può non essere promettente!
CD: Chi oggi è scettico sa che di qui a venti o trent’anni, quando le risorse diventeranno sempre più rare, i rifugiati climatici sempre più numerosi e i rendimenti agricoli sempre più ridotti, non ci sarà altra via possibile se non quella del cambiamento. Queste iniziative vanno tutte nella direzione della Storia, non abbiamo scelta. Sono le premesse di una nuova civiltà e di una nuova cultura. Tutti i nostri interlocutori ci hanno parlato di resilienza. Cosa fare il giorno in cui andrà tutto a rotoli? Come continuare a mangiare? Come produrre energia? Come fare in modo che l’economia resti in piedi? Sono domande che preoccupano tutte le persone che abbiamo intervistato, e in dieci paesi diversi. E tutte dicono la stessa cosa: se vogliamo cambiare dobbiamo coltivare la diversità, puntare sul desiderio di autonomia e autosufficienza, e creare comunità legate da obiettivi comuni.

Come avete fatto a dividervi i compiti?
ML: Non ci siamo riusciti subito! All’inizio ci pestavamo un po’ i piedi, perché volevamo fare tutto insieme. Poi, abbiamo imparato…
CD: Da un punto di vista operativo, in linea di massima Mélanie ha preso le redini delle riprese e io del montaggio. Ma ognuno consultava l’altro strada facendo. Ci davamo le indicazioni di ordine generale, e verificavamo insieme il risultato.

Photo Emmanuel Guionet

ML: Io mi sono concentrata sulla forma, sulla parte artistica, la suddivisione delle immagini. Ogni sera, Cyril ci spiegava quello che avremmo girato l’indomani, le persone che avremmo incontrato, quello che intendeva raccontare. Poi, con Alexandre Léglise, il primo operatore, tagliavamo le sequenze e ragionavamo sul modo migliore di raccontare per immagini ogni iniziativa, nella sua specificità. In Scandinavia, per esempio, abbiamo utilizzato un obiettivo basculante per ottenere degli effetti flou molto dolci per creare una dimensione onirica e poetica. In linea generale, volevamo restare aderenti alla realtà e al tempo stesso dare al film un supplemento d’anima, un tocco artistico.
CD: Da parte mia, ho avuto il tempo necessario per stabilire un rapporto autentico e intenso con le persone che dovevamo intervistare, e preparare le interviste. Volevamo che il film raccontasse dei veri incontri, qualcosa di intimo. Era importante che il pubblico percepisse la vitalità di quei luoghi, di quelle atmosfere. Non volevamo che i personaggi ci raccontassero quello che facevano, volevamo vederli mentre lo facevano. Per esempio, nella scuola finlandese, al di là delle attività accademiche si percepisce che le persone sono felici, che accade qualcosa di diverso.
ML: Abbiamo filmato le persone nella vita di tutti i giorni e aspettato che si compisse la magia, senza intervenire troppo a livello di sceneggiatura. Nella fattoria Bec Hellouin, abbiamo chiesto a Charles et Perrine il programma della loro giornata, e li abbiamo ripresi passo passo nelle loro attività. In India, abbiamo accompagnato le persone nella loro routine quotidiana. Ed era tutto così bello che bastava sistemare la macchina da presa all’esterno. La luce, i colori, c’era già tutto…

Photo Laurent Cercleux

Oltre ai personaggi filmati e intervistati, una voce accompagna lo scorrere delle immagini. E’ quella di Fredrika Stahl, che firma 19 pezzi. Come avete lavorato con lei?
CD: Un amico comune, Jean-Christophe Bourgeois, le ha parlato del progetto e lei ci ha inviato spontaneamente una canzone, World to come (Il mondo che verrà), che diceva che il mondo non aveva un futuro… Era esattamente il contrario del messaggio che volevamo dare! Ma era un pezzo così bello che abbiamo cercato comunque di inserirlo all’inizio del film, quando parliamo dello studio pubblicato su Nature che non dà speranza. E ha funzionato talmente bene che ne abbiamo chiesti a Fredrika altri tre. Benché non avesse ancora visto nessuna delle immagini del film, ogni volta coglieva nel segno. Così, abbiamo continuato a lavorare a distanza: noi le inviavamo le sequenze e le ci inviava dei pezzi. La sua voce e la sua musica sono quasi un personaggio a sé, danno al film una sua identità.

Questo film non è solo vostro, insomma, è anche di migliaia di persone…
CD: Di 10.266 persone, per essere esatti! Per finanziarlo, abbiamo lanciato una campagna sulla piattaforma di crowdfunding KissKissBankBank. Volevamo raccogliere 200mila euro in due mesi. Li abbiamo ottenuti in due giorni! E nel giro di due mesi avevamo circa 450mila euro. E’ il record mondiale di raccolta fondi per un documentario!
ML: Il risultato ha superato ogni aspettativa. La grande forza di DOMANI è che è anche il film delle migliaia di cittadini che hanno contribuito a finanziarlo. Circa un terzo dei donatori hanno chiesto che in cambio della loro donazione fosse piantato un albero. Non soltanto hanno co-finanziato il film, ma non hanno voluto guadagnarci niente. Questo è stato ancora più straordinario. L’operazione è stata un tale successo che il resto è avvenuto molto rapidamente.
CD: Sono arrivati altri partner (tra gli altri, France 2, Orange Cinéma Séries, Agence française de développement, Fondazione AKUO, Biocoop, Enercoop, Veja, Léa Nature, Distriborg, Hodzoni, Féminin bio). Noi volevamo che il finanziamento fosse anche “verde”, cioè il più possibile coerente con lo spirito del film. E con un budget di circa 1 milione e 200mila euro era un traguardo possibile. Il finanziamento è stato impostato così. Il mio vicino di casa e amico Christophe Massot ci ha donato i primi 10mila euro che ci hanno permesso di girare le immagini del Trailer (e in seguito di coinvolgere Mars Films): erano un terzo di tutti i suoi averi! E’ stato l’inizio di una bella storia.
ML: All’inizio, molti erano interessati all’idea del film, ma poco motivati a finanziarlo. Non è con un documentario che si fanno i soldi! Quelli che ci hanno sostenuto lo hanno fatto a scatola chiusa, accordandoci una fiducia totale. Paradossalmente, questo ci ha fatto sentire molto di più il peso della responsabilità. Siamo arrivati a Detroit, per il primo giorno delle riprese, all’indomani della prima raccolta di fondi. Eravamo elettrizzati dal fatto di avere raccolto la somma desiderata in 48 ore e allo stesso tempo non ci sentivamo all’altezza dei nostri donatori.

E’ una forma di speranza, quella che avete voluto condividere col vostro film?
ML: La situazione è talmente complicata e difficile che verrebbe voglia di dire che non si risolverà mai. Fare questo film mi ha entusiasmato: ho incontrato persone straordinarie, ho accumulato moltissime informazioni e conoscenze, e oggi mi sento più aperta nei confronti del mondo. E quindi sono anche molto più radicale in tante piccole cose quotidiane. Ogni tanto, mi prende una tristezza profonda e improvvisa: per esempio, quando passeggio in un parco e vedo i rifiuti abbandonati dai gitanti, o quando vedo persone che spengono le cicche tra le piante. Non mi era mai successo di sentirmi così…
CD: Sono ancora più consapevole che il momento del crollo si avvicina, e non ho mai avuto tanta paura. Ma ho ancora più voglia di accendere delle piccole luci di speranza tra la gente. Adoro vedere le reazioni che il film suscita in chi lo vede: va a toccare quel qualcosa che fa venire voglia di fare mille cose utili, di trovare un senso.
ML: Al mondo mancano iniziative positive e facili da mettere in pratica, che stimolino nuove idee. E’ quello che dicono due dei nostri protagonisti, Mary e Pam, le fondatrici del movimento Incredible Edible: bisogna cominciare nella propria strada, nel proprio quartiere, con i propri vicini, e poi coinvolgere gli imprenditori, i politici locali. Quando le persone cominciano a fare qualcosa, non si fermano più: vanno avanti, si scambiano idee, sperimentano, condividono. Nella metropolitana, per esempio, se tenete aperta la porta alla persona che arriva dopo di voi, quella persona accelera il passo e nel 99% dei casi aiuta chi arriva dopo di lei/lui. E così all’infinito: è una catena. E’ questo che mi piace. Non siamo più in una “zona di conforto”, ma neppure al crollo finale. Siamo in una fase promettente: sappiamo di stare andando a sbattere contro un muro e che è arrivato il momento di mobilitarci. L’essere umano è arrivato sulla Luna, ha abolito la schiavitù, sradicato malattie: abbiamo capacità straordinarie. Sta solo a noi metterle al servizio della nostra sopravvivenza e della nostra felicità collettiva.

Questo il trailer del film:

https://www.youtube.com/watch?v=lWbdpSASO4o