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Estas Flores Malsanas, una mostra “scandalosa”

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Cirenaica Moreira,
foto di Cirenaica Moreira

Estas Flores Malsanas, la mostra di Cirenaica Moreira a Cuba ha creato scandalo. Il nostro corrispondente Ahmel Echevarría ce la racconta.

di Ahmel Echevarría

Cirenaica Moreira è un’artista cubana nata il 27 settembre del 1969. Si laurea nel 1992 presso l’Istituto superiore di Arte dell’Avana (Cuba) specializzandosi in performances artistiche. La fotografia è sempre stato il suo mezzo espressivo ideale, anche se nella sua ultima mostra “Estas Flores Malsanas” allestita dal 4 dicembre 2015 al 16 gennaio 2016 presso la Galleria Servando Cabrera, Plaza de la Revolicion, Vedado,  Cirenaica Moreira colloca l’uomo al centro dell’esposizione, come oggetto, e la sua immagine lo conferma come soggetto sofferente e desideroso.

Oltre al concetto decadentista e concupiscente di Baudelaire – spiega Ahmel Echevarrìa – e di una certa teatralità vincolata allo spettacolo, Estas Flores Malsanas ricorre ad alcune riferimenti biblici sul peccato, senza allontanarsi dai concetti più attuali o post moderni come quelli associati alle idee del mondo che si basano sulla diversità sessuale o sul femminismo, senza dimenticare elementi di orrore provenienti da diversi sistemi mitologici o dalla comune quotidianità.

È un ritmo frenetico quello della vita. All’esterno. Ma anche all’interno. In questo continuo fluire si susseguono gli obblighi e gli affetti: l’uomo e la donna come centro e origine di una forza centrifuga e centripeta: propiziare e abbandonarsi in questa spirale che trascina tutto verso il centro, all’improvvisa scossa e slancio progressivo che respinge, che crea distanza, .

Entrambe le forze sono originate per e dall’amore. L’amore in tutte le sue varietà: capire il vincolo amoroso in una coppia, quello apparentemente incondizionato verso il figlio, quello professato per i genitori, chiarire qual è il patto mai firmato tra amici, e il complesso legame con quel contesto chiamato patria.

Ma cos’è l’amore? Qual è il suo scenario?
Mi sono posto questa domanda più di una volta. Sì, ci ho pensato con insistenza cercando, attraverso le domande, di arrivare non tanto a una risposta quanto a un accordo. Anche se è (im)pura democrazia solo nella mia testa; la battaglia con non pochi demoni e dubbi travestiti da certezze.

Possiamo forse pensare all’amore come a una possibile patria?
Non ne sono sicuro. Penso alla Bibbia, in particolare alla frase con la quale ci avverte della necessità di essere mansueti e lasciarci guidare. Davanti al dubbio, quindi, mi permetto di leggere i gesti e le immagini di Cirenaica Moreira. Una donna che passa attraverso a un’idea di mondo, o della vita, della sua vita, della nostra vita. Perché la sua può essere la nostra. Un’idea di mondo dichiarata, credo, da un accordo raggiunto dopo aver lottato con i suoi demoni, che potrebbero essere anche i nostri. Un’idea dove l’amore è un vortice. Al suo centro prendono origine due forze, centripeta e centrifuga, entrambe devastanti a loro modo.

Senza alcun dubbio – continua Ahmel Echevarrìa  – ci occupiamo di un ritorno: Cirenaica Moreira è tornata, e nello scenario scelto spiccano forme di bellezza mai esenti dal lieve orrore (quotidiano). Sì, parliamo di fiori. Partendo dalla margherita senza petali mentre si rimpiange ciò che non arriva, fino agli stessi “fiori del male.

Questi fiori malsani… Dopo i puntini di sospensione del titolo della sua personale esposizione troviamo un nuovo giro di vite in quel sistema di associazioni ed enunciazioni di un’artista visuale uscita dall’accademia di teatro dell’Istituto Superiore di Arte dell’Avana (ISA).

Fiori malsani che sbocciano in un frutteto violento e complesso? Sì, una storia d’amore, o disamore, inizio e fine dell’esposizione: Jaques Brel e “Ne me quitte pas”; un uomo e una donna (l’amour fou è una delle facce della medaglia); un uomo, una donna e i figli (l’amore comprensivo sul diritto o sul verso della medaglia, è lo stesso). Sì, una storia d’amore, o disamore, nella quale un uomo è al centro di diverse alternative: la famiglia o abbandonarsi alla passione? Affrontare le situazioni con calma o con impeto? Una storia d’amore nella quale un uomo sceglie la peggior soluzione per rimanere in pace con se stesso, ossia rimanere in pace con nessuno, un uomo che poi compone una canzona con la quale cerca di essere perdonato, ma nell’immaginario della famiglia e dell’amante riesce solo a perpetuare una sorta di calvario.

Jacques Brel e “Ne me quitte pas” come centro di molteplici sguardi dove si alternano approvazione e censura.

In quale punto esatto comincia l’amore? In quale punto esatto comincia il desiderio in tutte le sue varietà? In quale modo la realizzazione di questo desiderio, l’idea di bene per il prossimo e la sua applicazione mettono in moto quell’ingranaggio che riuscirà solamente a sciogliere il dolore? Queste sono le domande che si pone Cirenaica Moreira.

Dell’amore non si può parlare se non prendendo in considerazione anche il suo contrario. Questo è quello che ci dice Cirenaica Moreira, e cerca di presentare performance e fotografie (casse di luce) attraverso un’esposizione concepita come una grande costruzione. Sì, è la stessa Cirenaica Moreira, ma con un volto diverso. Perché non è più al centro dello scenario fotografato, quello dove scorrono continuamente le forme sacre e profane dell’amore, nel quale il silenzio e la solitudine sono il sintomo evidente del possibile fallimento di un accordo, di un insieme di affetti e interessi. Perché torna alla performance e si capovolge proprio lì, “un’altra volta in quell’amore e in quell’energia che depositiamo nell’atto di amare, e in quella che diluiamo.

La performance intesa come traslazione di questa energia all’avvenimento scenico, la creazione come un processo rivelato. L’attore: veicolo, vittima propiziatoria. Non vittima innocente, anche colpevole”. L’artista torna alla performance, ma parte dalla totale assenza di movimento. La processione che procede dall’interno.
A differenza dalle edizioni precedenti, il maschio – l’uomo – è stato collocato nel collimatore della macchina fotografica spogliato dall’aura idillica, un piccolo aggiustamento dei conti, la narrazione di un racconto di fiabe che tale non è, come nella mostra “Que tenga un carro y me lleve a Varadero” (2012); più che rinviare a giudizio, disseziona un modo, una condotta, un discorso per rivelare secondi fini. Quasi a dirci: nulla è per sempre, devi solo aspettare. Sembra dirci ancora: è questione di imparare.

“Ne me quitte pas”, la canzone composta da Jacques Brel, tra tutte le canzoni la cover più suonata dai gruppi, è il leitmotiv di un racconto in cui donne e uomini continuano a camminare nel tempo nei meandri di una storia d’amore con non pochi segreti: piacere al massimo grado e alta concentrazione di dolore. Questo racconto può essere stato un episodio della vita dell’artista, o della tua, stimato lettore, o della mia..

La scelta di utilizzare in questa costruzione le interpretazioni di “Ne me quitte pas” registrate da Sting, Edith Piaf, lo stesso Brel, Nina Simone e Maysa Matarazzo non dimostra già l’evidenza? Gli artisti scelti hanno un timbro e una cadenza diversa, e in modo diverso “vivono” la stessa canzone, perché diverse sono le forme di propiziare, applicare, potenziare e far esplodere l’amore.

In questo suo nuovo giro di vite Cirenaica Moreira ci dice: “Questi fiori malsani.. quando confluiscono alla luce di una stessa storia, non ho detto all’ombra, tanti modi di vedere così come punti di vista o modi di avvicinarsi: idee di dialoghi impossibili: quando il figlio tradisce, o ci sentiamo traditi, la madre, il padre, gli amici, la patria, le loro strutture di potere, l’amante. Quando in questo senso, parlando, il dialogo non torna ma si trasforma in una forma di solitudine e silenzio”.

È l’amore la patria dell’uomo? Se sì, com’è questa patria? Quali sono le leggi che la regolano? Cos’è etico e morale lì dentro, dove sono i suoi limiti? Qual è l’inno di questo spazio? Sembra sussurrarci Cirenaica Moreira: “l’amore, Jacques Brel”, “Ne me quitte pas”: un pretesto”.

Ricordo la mostra e penso di conseguenza a un saggio visuale sulla solitudine e il silenzio, ossia, il silenzio e la solitudine nel nostro chiassoso e affollato accadere, proprio lì dove non pochi credono di essere in compagnia. Penso anche alla possibilità che Cirenaica Moreira si sia sbagliata, che l’arte contemporanea sia semplicemente una strategia opportunista di posizionamento, di fascino e mercato, “l’arte contemporanea del sospetto”.

Sì, la speranza di vedere in questo complesso di opere un’idea sbagliata dell’amore. La necessità di vedere lì l’errore. Intravedere, tra questi fiori malsani, la possibilità (reale) di una patria.

Traduzione di Alessandro Oricchio

 

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