Home Eco Culture Gabriella Montanari: “La scrittura, la mia ironia sulla vita”

Gabriella Montanari: “La scrittura, la mia ironia sulla vita”

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Gabriella Montanari
La scrittrice romagnola Gabriella Montanari

Nelle vite di ognuno di noi arriva un momento in cui si avverte la necessità di fare un primo bilancio della propria esistenza. C’è chi lo fa in maniera solitaria, chi lo fa parlandone con il proprio partner e c’è chi lo fa scrivendo libri. E tra questi ultimi, c’è anche chi valuta cosa tenere e cosa no, di compilare una sorta di promemoria di cose da portare sempre con sé, come la poetessa Gabriella Montanari. Nata nel 1971 a Lugo di Romagna, laureata in lettere moderne all’Università di Bologna e diplomata in pittura presso la Scuola d’Arti Ornamentali San Giacomo di Roma, è fotografa e traduttrice. Dirige la casa editrice WhiteFly Press e ha esordito in poesia con la raccolta Oltraggio all’ipocrisia (Lepisma, 2012), proseguito con Arsenico e nuovi versetti (Edizioni La Vita Felice, 2013) e uscita proprio in questi giorni con il suo nuovo libro Abbecedario di una ex buona a nulla (Rupe Mutevole, 2015).

Gabriella Montanari e il suo Abbecedario

Gabriella, innanzitutto volevo rivolgerti una prima domanda sul tuo precedente libro, Arsenico e nuovi versetti (La vita Felice, 2013). Mi ha colpito molto la tua capacità di resa del testo e la sua efficacia drammatica, quasi che l’arsenico del titolo sia un qualcosa da assumere con molta cautela per evitare di rimanere avvelenati. Al fondo, però, mi sembra che nel libro ci sia molta ironia. È proprio così?

Beh, come negarlo. Già il titolo la dice lunga, pur non avendo nessun intento dissacratorio cinematograficamente parlando. Ho imparato, sulla mia pelle e su quella degli altri, che l’ironia (e sottolineo ironia, escludendo satira, sarcasmo e affiliati) è una sostanza, emotiva e linguistica, da maneggiare con estrema cautela e, all’occorrenza, dosare. Come un veleno, in effetti. Se somministrato nelle giuste quantità anche il cianuro cura; così l’ironia, se non sfocia nel cinismo, consente di addolcire pillole altrimenti indigeste. Un velenoso antidoto: è alla duplice natura di strumento d’attacco e di difesa che attribuisco la forza della parola ironica. Poi, davvero, non so quanto ci sia di programmatico nel mio sbeffeggiare tutto quello che mi fa ribollire il sangue. Nulla, penso. Mettiamoci una buona dose di DNA romagnolo e una predisposizione altrettanto genetica per il tragicomico, fatto sta che il passare dall’invettiva senza tanti fronzoli (spesso fin troppo esibita con ingenuità e irruenza) a quella col sorriso sulle labbra (certo più efficace) ha necessitato comunque qualche anno d’inutile rabbia sputata senza nemmeno prendere la mira. Oggi il traguardo sono altre armi, ancora più bianche, per essere incisiva senza tagliare. Anche l’ironia, se non costruttiva, lascia il tempo che trova. Altra faccenda l’autoironia… Questa penso sia una buona abitudine da cui è meglio non liberarsi mai. A condizione di accordare lo stesso sguardo divertito (e non privo di pietas) a sé stessi e agli altri.

Gabriella, focalizziamo ora il discorso sulla tua nuova “creatura” editoriale, Abbecedario di una ex buona a nulla (Rupe Mutevole, 2015). Si tratta di un volume composto da ventisei lettere, corrispondenti ad altrettante poesie che, come ho avuto modo di leggere in Rete, “se combinate insieme in tutti i modi possibili, consentono di giocare al grande Scrabble della vita”. Allora, Gabriella, senza esclusione d’inchiostro, vuoi dirci qual è stata la tua fonte d’ispirazione per realizzare questo libro e il suo significato più profondo?

Paura di scrivere una raccolta-accozzaglia di versi senza capo né coda? Di sicuro. Bisogno di strutturare e inscatolare per tentare una corrispondenza tra idea iniziale e prodotto finale? Anche. Una resa di tanti conti (in verde o in rosso) lasciati in sospeso da Gabriella Montanari. Ma, soprattutto, l’esigenza di chiudere con una certa maniera mentale ed espressiva di fare poesia, quella con cui sono nata e con la quale non mi va di essere etichettata a vita. Non per ultimo, e forse nemmeno tanto a caso, l’impatto che ha sempre avuto sul mio immaginario la scena del Pinocchio di Comencini in cui il piccolo delinquente vende il noiosissimo abbecedario per offrirsi un momento di puro e consapevole piacere al teatro dei burattini. Solo i bambini sono capaci di perseguire la soddisfazione del loro piacere senza sensi di colpa, in piena sintonia con il proprio sentire, quello più profondo e autentico. Nel gesto di Pinocchio, irresponsabile solo agli occhi di un bigotto, c’è tutta la bellezza della spontaneità che vince sulla ragionevolezza, l’arte sulla conoscenza.

Certo, le nozioni di base, nessuno vuole metterle in discussione, ma troppo spesso l’ABC degenera in nozionismo. Lo si dovrebbe padroneggiare con il solo scopo di riuscire poi a farne tabula rasa. In definitiva l’Abbecedario di Gabriella, di persone e cose, è stato un espediente per portare a termine un compito, ripetere la lezione appresa e poi chiudere definitivamente il libro. E passare ad altro. Allo spettacolo delle marionette, per l’appunto.

Mi rendo conto che è sempre difficile scegliere, Gabriella, ma ci sono delle poesie in Abbecedario di una ex buona a nulla in cui più riesci a sentire te stessa rispetto ad altri componimenti?

Di certo quelle dedicate alle figure, maschili e femminili, che hanno lasciato in me tracce indelebili, nel bene e nel male. Per lo più persone scomparse, appendici della mia infanzia, a volte trascinate sino alle soglie dell’età adulta come densi fantasmi onnipresenti. Che mi senta davvero me stessa solo al cospetto degli assenti? Non so, di sicuro sono spesso arrivata in ritardo nel dire quello che avevo da dire quando era il momento. Le tempistiche di Gabriella Montanari hanno coinciso di rado con quelle degli altri. Poi mi sento a mio agio, proprio come un cefalo dell’Adriatico, quando scrivo del mio mare che, per quanto scorra, è sempre immobile ad aspettarmi. C’è qualcosa di terapeutico in quelle acque basse e accoglienti. Un ritorno amniotico. La mer (il mare) e la mère (la madre) dei francesi suonano uguali, del resto. Sento, in generale, di avvicinarmi a me stessa, all’essenza più profonda di Gabriella (o per lo meno a quello strato di me stessa di cui riesco ad avere un minimo di consapevolezza) quando scrivo di luoghi, eventi e persone vissuti con profonda commozione, al limite del dramma interiore. E non che la sofferenza debba essere per forza la nota che marca e che dà il ritmo al vivere; parlo di pathos in senso etimologico (e in opposizione alogos), l’emozionarsi, dando libera voce al lato irrazionale dell’animo. Senza troppi giri, la mia preferita: Quintezzenza. Una sorta di dedica di Gabriella alla figlia.

Allargando un momento il discorso ci sono degli autori o dei modelli poetici di riferimento, Gabriella?

In tutta sincerità, vorrei poter ingerire, digerire completamente ed espellere sotto mie spoglie tutto ciò che, leggendolo, mi cattura, mi sorprende e mi porta via con sé. Ho un debole per la fuga nell’immaginario. Per le immagini insolite, ma non astruse, che suggeriscano nuovi modi di percepire le cose, di accostarle tra di loro e di raccontarle. Eppure scrivo per lo più del quotidiano, traggo linfa o melma dalle realtà che ho sotto gli occhi. Sento una discrepanza tra gli occhi organici che vedono e riportano fotogrammi a parole e quelli che, anche da spalancati, rovistano in altre dimensioni sensoriali. Spero, un giorno, di poterli indossare sotto un unico paio di occhiali. Ma dovendo fare nomi, senza distinzione tra poeti e narratori perché per me il confine è molto di genere ma poco di sostanza, non posso non citare Allan Poe, Pavese, Angiolieri, Boccaccio, Rimbaud (Gabriella Montanari ama molto la letteratura francese), Plath, Dickinson, Corso, Borges, P. Roth e molti altri che in un qualche modo, più o meno discreto, mi sono rimasti dentro e, a mia insaputa, covano. Tutta la mia ammirazione, e invidia, va a quegli autori, conosciuti e non, che hanno avuto il coraggio di fare della scrittura (e soprattutto dell’antiredditizia poesia) un vero e proprio mestiere, con ferrea autodisciplina e accettazione della precarietà. E questi, oggigiorno, si contano.

Gabriella, nuovi lavori in cantiere per il prossimo futuro?

Beh, il richiamo della poesia è ancora molto forte, quindi una nuova raccolta è già in fieri. La “cornice” ai versi, sempre più vicini alla prosa poetica, sarà una storia in bilico tra la cabbala e la dipendenza affettiva. Poi, largo spazio ai sogni, senza interpretazioni di sorta, e al loro linguaggio colorato. Infine, nel tentativo disperatamente lucido di sganciarmi dal terreno poetico conosciuto per migrare verso quello della prosa, mi dedicherò a una sorta di diario di viaggio nei paesi vissuti da dietro la cortina della vita diplomatica. E favole, mi piacerebbe saper scrivere favole. Una nuova sfida per Gabriella Montanari.