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Green Hill, Cassazione condanna l’allevamento lager

Green Hill è stato infine condannato. Nell’allevamento, dopo le denunce della LAV, venivano soprressi i piccoli beagle senza alcuna motivazione invece che curarli. La Cassazione ha confermato le condanne per i vertici di Green Hill dopo ben 5 anni. La LAV canta vittoria.

Green Hill, condannati i vertici

La Cassazione ha confermato, così, le condanne ad un anno e sei mesi per Ghislane Rondot, co-gestore della struttura, il veterinario Renzo Graziosi, anche lui un anno e sei mesi, e un anno per il direttore dell’allevamento Roberto Bravi. Secondo le accuse nell’allevamento si praticava  – si legge testualmente nella sentenza – “l’eutanasia in modo disinvolto, preferendo sopprimere i cani piuttosto che curarli”.

Green Hill, accuse di maltrattamento confermate

La politica aziendale, inoltre, sempre secondo l’accusa, “andava in senso diametralmente opposto alle norme comunitarie e nazionali”. L’allevamento, dopo le denunce della LAV, era stato messo sotto sequestro nel 2012 pochi mesi dopo il blitz degli animalisti che avevano liberato molti cuccioli. Le condanne ai vertici confermano tutte le accuse di maltrattamento sui piccoli cuccioli. in parallelo si stanno svolgendo altre indagini su veterinari e dipendenti implicati nell’uccisione dei beagle. Viene così confermata la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Brescia il 23 febbraio 2016.

Green Hill, un allevamento lager

Nel 2012 l’allevamento venne denunciato e i 2.636 cani furono sequestrati. In conseguenza dei due processi condotti dal Tribunale di Brescia, i vertici dell’Allevamento sono stati così condannati per “maltrattamenti e uccisioni senza necessità”, sia in primo grado sia in Appello. Per i condannati, inoltre, è stata confermata la sospensione dell’attività per due anni nonché la confisca dei cani.

Green Hill, LAV: “Una vittoria senza precedenti”

Per la Lav (Lega Antivivisezione), parte civile in questa vicenda, si tratta di “una vittoria epocale, senza precedenti. La Corte di Cassazione ha definitivamente smantellato il teorema del cane-prodotto ‘da laboratorio’ e ‘usa e getta’, ponendo il proprio sigillo sulla corretta interpretazione giurisprudenziale del diritto per le violazioni commesse ai danni di tanti cani. Una interpretazione innovativa e lungimirante – prosegue la Lav – che pone in nostro Paese in una posizione di assoluta avanguardia, orientandolo al rispetto delle esigenze etologiche anche in cani allevati e destinati ad uso sperimentale. In altri termini, secondo tale importantissima pronuncia e secondo quanto stabilito dal Tribunale di Brescia nelle due precedenti sentenze, il maltrattamento non è giustificabile neppure in un contesto produttivo di potenziale elevata sofferenza come un allevamento di cani per la sperimentazione. Un orientamento in linea con l’accresciuta sensibilità collettiva verso gli animali e con il divieto di allevare cani a fini sperimentali e altre limitazioni, introdotto nel nostro Paese nel 2014 con il Decreto Legislativo n.26/2014 sulla sperimentazione animale: con questo Decreto e ora con questa sentenza di Cassazione l’Italia compie un vero salto in avanti nella tutela giuridica degli animali”.