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I pipistrelli minacciati dall’inquinamento

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La vista di pipistrelli appesi a testa in giù nelle grotte può essere persino inquietante, così come vederli in branchi svolazzanti al tramonto. Tuttavia possiamo garantirvi che queste creature della notte così tanto temute,  non attaccano mai le persone e men che meno si aggrovigliano nei capelli dei malcapitati. Perfino i tristemente famosi “pipistrelli vampiri” non hanno niente a che fare con i vampiri delle favole.

I pipistrelli minacciati dall’inquinamento

La loro presenza invece contribuisce considerevolmente all’equilibrio ecologico, all’economia e anche  alla ricerca di nuove tecnologie.

I pipistrelli, che vivono e si riproducono in tutti i continenti del mondo tranne che in Antartide, sono membri essenziali di molti tipi di ecosistemi, dalle foreste pluviali ai deserti. La loro presenza promuove la biodiversità e sostiene la salute dei loro ecosistemi.

Il loro ruolo di “ecologisti” è quello di  impollinare e disperdere i semi di centinaia di specie di piante. I tantissimi tipi di cactus che aprono i loro fiori solo di notte, ad esempio, non potrebbero riprodursi senza di loro. Inoltre mangiano abbondanti quantità di insetti e di altri artropodi. Soltanto in una notte il pipistrello ne consuma una quantità pari al proprio peso corporeo.

Importanti anche per l’economia ambientale

Essi svolgono anche un ruolo economicamente molto importante. Sono essenziali come impollinatori in molte culture destinate al commercio, comprese quelle di banana, mango e guava e, mangiando insetti, riducono notevolmente la necessità di usare pesticidi.

 

Secondo uno studio del 2011 pubblicato in “Science”, fanno risparmiare al settore agricolo americano, mediamente circa 22,9 miliardi di dollari l’anno e circa 741 mila dollari sulla produzione di cotone in sole otto province del Texas.

I pipistrelli hanno molto da offrire anche nel campo della biomimetica, cioè una scienza molto all’avanguardia che studia nuove tecnologie, basandosi sulle forme e sui colori naturali. Dopo tutto, lo stesso sviluppo dei sonar ad ultrasuoni per le navi è stato in parte ispirato dalla ecolocalizzazione propria del pipistrello, ovvero quel sistema di navigazione utilizzato dalla maggior parte di loro per trovare e seguire il rapido movimento delle loro prede durante la notte. I’inseguimento può essere rappresentato proprio come un audace duello tra aerei e senza sbattere contro alberi, edifici o altri ostacoli.

Ecco come funziona: il pipistrello emette un suono ad alta frequenza, di solito al di là della gamma udita dall’essere umano, che rimbalza sugli oggetti circostanti e poi, attraverso la eco, ritorna a lui. Confrontando il ritardo e la struttura delle eco con quelle del suono originale, essi possono calcolare la distanza dagli oggetti e determinarne la dimensione e la forma, così da costruire una mappa tridimensionale dell’ ambiente dove stanno volando.

Anche se il cervello di un pipistrello è più piccolo di una arachide, lui riesce a volare a circa 25 miglia all’ora nella completa oscurità e a riconoscere le distanze in meno di un microsecondo, servendosi dei suoni e della loro eco senza farsi confondere dalla inevitabile cacofonia di suoni.

Riescono a volare fino a 25 miglia all’ora

La capacità di volo dei pipistrelli, che sono gli unici mammiferi in grado di volare, è straordinaria e include l’incredibile velocità nel cambiare direzione di volo e la capacità di ruotare di 180 gradi in soli tre battiti d’ali.

Le loro ali, a differenza di un insetto o di un uccello, sono strutturate in modo da piegarsi durante il volo, proprio come si piega la mano umana. Inoltre la loro pelle è estremamente elastica e il loro corpo fornito di muscoli speciali. Le ricerche in corso sulla struttura delle ali di pipistrello, unita alla meccanica di volo, possono portare allo sviluppo di tecnologie che miglioreranno la manovrabilità degli aerei.

Purtroppo una nuova epidemia mortale sta dimezzando la popolazione dei pipistrelli: si chiama “sindrome dal naso bianco”. La malattia, che prende il nome da una crescita fungina intorno la bocca, le ali ed altre parti del corpo dei pipistrelli in letargo ed è stata scoperta negli Stati Uniti nel 2007, in una grotta turistica nello stato di New York e da allora è in continua diffusione, raggiungendo gli Stati Uniti centrali e il Canada ed uccidendo più di cinque milioni di pipistrelli: in alcune zone uccidendone addirittura il 95 per cento. Gli scienziati ritengono che la sindrome, attualmente incurabile e inarrestabile, manderebbe in via di estinzione molte specie di pipistrelli. La malattia è simile all’epidemia fungina che sta devastando la popolazione delle rane negli Stati Uniti.

In pratica questo fungo provoca lesioni cutanee sulle ali dei pipistrelli in letargo, danneggiando l’idratazione degli animali, l’equilibrio elettrolitico, la circolazione e la regolazione della temperatura e provocando infine la morte per fame e disidratazione.

Il fungo è stato in passato registrato anche in Europa prima del suo arrivo negli Stati Uniti, ma gli scienziati sanno che questo fungo non uccide i pipistrelli europei perchè geneticamente protetti dalla malattia.

La sindrome ha contagiato sei specie di pipistrelli nordamericani – due delle quali sono meno esposti alla malattia rispetto agli altri quattro, ma non si conosce ancora la causa di questo comportamento anche se si stanno svolgendo varie ricerche.

Una di queste ha anche dimostrato che il piccolo pipistrello marrone, una specie comune nel nord-est del Nord America facilmente attaccabile dalla sindrome, è diventato – per motivi sconosciuti – sempre meno socievole, trasformando addirittura il suo modo di andare in letargo.

L’inquinamento un rischio per la specie

Kilpatrick e Langwig, due famosi ricercatori americani, sono attualmente alla ricerca di altri fattori oltre al comportamento sociale, che possano influenzare la suscettibilità alla malattia. Una possibilità, dice Kilpatrick, è che alcune specie di pipistrelli siano meno sensibili alla sindrome perché la loro pelle ospita comunità batteriche con proprietà anti-fungine.

Inoltre, Kilpatrick sta attualmente valutando se e in che modo il particolare microclima delle grotte e delle miniere utilizzate dai pipistrelli per il letargo, potrebbe ridurre o favorire la diffusione della sindrome.

Inoltre, trattandosi di una sindrome “nuova” e  diffusasi così velocemente, gli scienziati non hanno ancora dati sufficienti per determinare quale impatto avrebbe sugli ecosistemi la diminuzione drastica dei pipistrelli.

Ma le minacce alla loro vita non finiscono qui: l’uso di pesticidi e insetticidi, la perdita di habitat e la caccia dei pipistrelli per farne cibo per animali selvatici in alcune regioni, si sommano alla minaccia della sindrome.

Non c’è da stare allegri…

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