Home C'era una volta Ida Cox, un blues di dolore

Ida Cox, un blues di dolore

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Il 10 novembre 1967 muore a Knowille, nel Tennessee, la città dove è nata, la cantante Ida Cox, una delle “grandi signore” del blues classico.

Niente espressioni astratte

Interprete profonda degli aspetti più dolorosi della musica afroamericana, dà voce alla tragicità della condizione di chi vive nei ghetti e nelle periferie delle grandi città del nord degli Stati Uniti. Ida Cox è figlia di quella situazione. È espressione dei sentimenti profondi della sua gente. La sua Death letter blues resta nella storia del blues come una sorta di tragico rituale di dolore e di pena che più di tante parole riassume il lungo calvario dei neri d’America. Ida Cox, come Bessie Smith, Ma Rainey e tante altre signore del blues, quando canta non usa espressioni astratte. Parla di se stessa, delle difficili condizioni di un’infanzia e un’adolescenza da cui non si può uscire indenni. La musica sembra un’ancora di salvezza per lei, ma più come sfogo che come prospettive. I risultati tardano ad arrivare e più volte le capita di arrivare al ciglio del burrone, di pensare di farla finita. Alla fine arriva anche il successo, qualche contratto e la popolarità, tutte cose gradevoli ma che non cancellano le tracce e le cicatrici, non solo spirituali, dei periodi difficili. E poi arrivano un po’ troppo tardi per risparmiarle qualche umiliazione di troppo. Nel 1922, quando a Chicago registra la serie di classici per la Paramount che le regalano la popolarità e danno il via al periodo migliore della sua carriera, ha già superato i trent’anni. L’anno dopo entra nei leggendari Blues Serenaders di Lovie Austin.

Il ritorno alla strada e poi l’addio

La sua voce le dà la possibilità di buttare alle spalle i tempi difficili. Lei però non dimentica, non ce la fa a dimenticare. Il contrasto tra lo sfavillare delle luci dei grandi locali alla moda e la sua esperienza precedente la porta ben presto ad avere ricorrenti crisi di rigetto. Nelle sue canzoni parla con la morte, vista come una presenza liberatoria e tutt’altro che tragica. Nel 1929 non ce la fa più. Rompe definitivamente con l’ambiente che la circonda e torna alla strada. Insieme al pianista Jessie Crump, divenuto anche suo compagno di vita, organizza uno show ambulante che gira in tutti gli stati del Sud. Come accade a molte altre “signore del blues” anche Ida verso gli anni Cinquanta decide di chiudere definitivamente il rapporto con il pubblico e sceglie ritirarsi a vita privata nella sua casa di Knowille, nel Tennessee. Non torna più sul palcoscenico e raramente accetta di entrare in sala d’incisione. Una delle poche eccezioni sono le sedute con il gruppo guidato da Coleman Hawkins nelle quali ripercorre con la sua voce grave tutti i vecchi successi del suo repertorio. A chi le chiede quali siano i suoi progetti risponde che vuole attendere serenamente quella morte con la quale conversa ormai da decenni.

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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