Home C'era una volta Il primo trionfo del diciassettenne Pelè

Il primo trionfo del diciassettenne Pelè

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Il campionato mondiale di calcio disputato in Svezia dall’8 al 29 giugno del 1958 è il primo, dopo il 1930, al quale non partecipa l’Italia che è stata eliminata dall’Irlanda del Nord nella fase di qualificazione. La finale mette di fronte la Svezia padrona di casa, dei fuoriclasse Hamrin, Gren e Liedholm, contro il Brasile di Vavà, Zagalo e di un diciassettenne che all’anagrafe si chiama Edson Arantes do Nascimento, ma il cui nome d’arte è Pelé.

Il mondo resta incantato

Vincono i brasiliani per 5 a 2. Il trionfo verdeoro esalta l’impressione lasciata a giornalisti e pubblico dal genio calcistico di quel ragazzo capace di fare con semplicità le cose più difficili con la palla tra i piedi. I mondiali di Svezia resteranno però nella memoria collettiva come “la prima ribalta internazionale” di Pelé. Il mondo resta incantato di fronte a quell’adolescente dal fisico minuto che inizialmente non dovrebbe neanche giocare ma che per la sua bravura finisce per guadagnarsi un posto nel terzo incontro del Brasile contro l’URSS formando con Garrincha e Vavá un trio d’attacco capace di meraviglie. Pelè ringrazia per la fiducia e la ripaga con un gol contro il Galles nei quarti di finale e con una tripletta contro la Francia in semifinale. Alla vigilia della finale della Coppa Rimet (così si chiama in quel periodo il trofeo destinato alla squadra vincitrice del Campionato del Mondo di calcio) anche i giornalisti svedesi sono convinti che la squadra di casa possa considerarsi soddisfatta di aver raggiunto la finale. Non sono in molti tra gli addetti ai lavori quelli che pensano che il Brasile possa lasciarsi sfuggire la finale, anche se quando si tratta del Brasile non si può mai dire. Tutti hanno ancora in mente la finale di otto anni prima quando i brasiliani padroni di casa erano stati sconfitti al Maracanà dall’Uruguay. Imprevisti e follie a parte, tutti pensano che sul piano tecnico il Brasile abbia almeno il settanta per cento delle probabilità di vincere. Risultato a parte, tutti si aspettano che Pelé lasci il suo personalissimo segno sulla partita.

Le ore che precedono la vigilia

Le ore che precedono l’incontro sono state caratterizzate dalle bizze dell’arbitro scozzese Griffith, andatosene sbattendo la porta dopo essere stato escluso sia dalla finalina per il terzo posto che dalla finale per il titolo. L’incontro tra Svezia e Brasile viene diretto dal francese Guigue dopo che l’argentino Brozzi è stato l’arbitro della finalina vinta dalla Francia sulla Germania. Passato solo tre minuti dal fischio di inizio e la Svezia, inaspettatamente, si porta in vantaggio con un gol di Liedholm. I tifosi scandinavi hanno poco tempo per esultare perché pochi minuti dopo Vavà pareggia per il Brasile. Lo scampato pericolo scuote la squadra brasiliana e da quel momento la partita s’incanala sui binari previsti. La supremazia territoriale e di gioco del Brasile si fa asfissiante. Il ritmo frenetico imposto alla squadra da Didì fa perdere la testa agli svedesi. Segna ancora Vavà, poi Pelé e Zagalo. Quando mancano dieci minuti alla fine la Svezia accorcia le distanze con Simonsson, ma proprio allo scadere tocca a Pelé fissare il risultato definitivo sul 5 a 2 e finalmente capitan Bellini può sollevare la prima Coppa Rimet della storia del calcio brasiliano. Le due reti del giovane talento sono due esempi di classe sopraffina. Nella prima si esibisce in un “sombrero”, scavalcando l’ultimo difensore con la palla prima di depositarla in rete con delicatezza. Nel secondo gol si alza in cielo e intercetta il pallone con un colpo di testa che lascia senza possibilità il portiere svedese. Molto tempo dopo il difensore della squadra di casa Sigge Parling confesserà: «Dopo il quinto gol avevo voglia di applaudire». Il trionfo spaventa un po’ il diciassettenne Pelé che si mette a piangere per l’emozione consolato da Gilmar, il leggendario portiere della selezione verdeoro.

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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