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International Deejay Gigolo Records, parla Impellizzeri

Un intenso primo piano di DJ Hell, musicista e proprietario dell'etichetta Internationa DeeJay Gigolo Records

Tutti sanno chi è David Bowie o Lou Reed. E tutti conoscono i Queen e gli U2. Ma il panorama musicale, spesso, nasconde delle vere e proprie perle che, agli occhi del grande pubblico, restano sommerse. Su uno di questi protagonisti “nascosti”, DJ Hell e la sua etichetta International DeeJay Gigolo Records, ha dedicato la sua attenzione il giornalista e critico musicale Giosuè Impellizzeri nel suo libro Gigolography (Crac edizioni, 2017).

Benvenuto Giosuè, partiamo subito a razzo. Quand’è venuta l’idea del libro?

Nel 2002 la Gigolo festeggiò la centesima pubblicazione con un paio di slip femminili; nel 2006 invece, per la duecentesima, tirò fuori un metro ripiegabile. In previsione della trecentesima iniziai a pensare a qualcosa di altrettanto curioso e sufficientemente strambo e, vista la mia attività di giornalista musicale e l’ammirazione nutrita per la Gigolo sin dalle prime pubblicazioni, mi venne in mente di scrivere un libro che ne potesse raccontare l’intera storia. Avanzai la proposta ad Hell, che conoscevo già da molti anni, e rimase piacevolmente sorpreso dall’idea. Dopo qualche settimana mi raggiunse nella mia città, Taranto, dove abbiamo trascorso un paio di giorni discutendo di tantissime cose. Era il settembre del 2011.

Chi è Helmut Josef Geier, in arte DJ Hell, e cosa ha rappresentato e rappresenta tutt’oggi la sua label, la International DeeJay Gigolo Records?

Hell è uno degli storici DJ tedeschi, credo tra i più rappresentativi che, dopo la caduta del Muro di Berlino, ha reso la Germania una vera mecca della techno. È stato per anni tra gli headliner degli eventi più importanti a livello globale, una vera istituzione nel mondo dei DJ ma anche nella moda visto che ha curato le sonorizzazioni per sfilate di Donatella Versace, Yves Saint Laurent ed Hugo Boss, ha collaborato con Chanel e Levi’s, è stato incoronato uomo dell’anno da GQ ed è sbarcato su Vogue, Vanity Fair, Rolling Stone, Flair e Der Spiegel. Ad immortalarlo in alcuni scatti anche Karl Lagerfeld e Greg Gorman. La sua label, per anni, è stata un vero punto di riferimento per gli appassionati del settore sia perché ha lanciato artisti diventati protagonisti e idoli di un’intera generazione e sia perché ha declinato musica, arte, moda e humor in modo tanto personale da diventare unica. Dopo circa due anni di totale blackout, la Gigolo è tornata in attività a fine 2016 risvegliando l’interesse anche di coloro che la davano per spacciata.

Come si può capire benissimo leggendo le tue pagine, quest’etichetta ha un’attività ormai ventennale attraversando varie stagioni musicali. Quali peculiarità ha ciascuna season?

Come ho rimarcato in Gigolography, le “stagioni” sono state contrassegnate da diversi loghi. Il primo fu ottenuto da una vecchia foto di Arnold Schwarzenegger che poi ha causato serie beghe legali con l’attore hollywoodiano; il secondo era Sid Vicious, bassista dei Sex Pistols e il terzo la modella transgender Amanda Lepore, musa del fotografo David LaChapelle. Il quarto, infine, i naked cowboy di Jim French/Vivienne Westwood.

La copertina di “Gigolography”

Ognuna di queste fasi (a cui se ne aggiunge una quinta, che però non si è mai sviluppata, con il logo preso da un’illustrazione di Tom Of Finland) è stata caratterizzata da fenomenologie stilistiche più o meno intriganti, che poi hanno decretato anche l’acme del successo della stessa Gigolo. Senza soffermarmi su dettagli che qui potrebbero risultare noiosi, direi che tra le peculiarità intrinseche c’è stata la propensione ad abbattere i confini tra i generi musicali e la capacità di ripescare gemme del passato per consegnarle ai più giovani con intenti quasi didattici, ben prima che prendesse piede la retromania teorizzata da Simon Reynolds.

Se stessi parlando a un non addetto ai lavori, come definiresti il genere musicale di DJ Hell e della International Deejay Gigolo Records?

Non è facile categorizzarlo perché, proprio come dicevo poco fa, ha attraversato molteplici confini e ha messo in relazione influssi disparati. Commetterei un errore marchiano quindi se definissi la Gigolo un’etichetta house, techno o electro, perché è stata il crocevia di tutti questi (e altri) generi. Inizialmente si rivolgeva più esplicitamente ai DJ specializzati, adoperando attitudini punk tipiche del mondo do it yourself, ma nell’arco di pochi anni è diventata l’epicentro di un suono multiforme che ha lambito davvero infinite sfumature e ha stuzzicato l’interesse del pubblico generalista. Hell, d’altro canto, è sempre stato un amante della musica ad ampio spettro, dal krautrock all’hip hop, dalla techno all’ambient passando per punk, synth pop e new wave, e la Gigolo non è altro che la rappresentazione/proiezione di questo suo sconfinato amore per la musica.

Volevo chiederti una breve riflessione su un particolare fenomeno di ritorno e cioè che la musica da “liquida” sembra stia tornando “solida” sancendo una “nuova genesi” del vinile. Dopo trent’anni, addirittura, la Sony tornerà a produrre i famosi “dischi neri”. Cosa ne pensi?

Sono un amante del vinile, lo compro ininterrottamente dal 1992 e quindi, per me, non c’è mai stata alcuna interruzione. Dal punto di vista commerciale invece, non so ancora se si possa parlare di neogenesi seppur io stesso, circa un anno fa, ne ipotizzai l’esistenza in un reportage. Il dubbio sorge non tanto in relazione al mondo della musica indipendente, dove comunque i numeri continuano a essere risicatissimi rispetto a qualche decennio addietro (la tiratura media di un 12” è ormai di 300/500 copie), quanto per il frangente mainstream, che va sbandierando la presunta vitalità già da qualche tempo ma ignorando che il trend tocchi, in primis, le ristampe di album classici del pop/rock. Anzi, a dirla tutta, anche in ambito elettronico il passato rende più del presente, basti pensare alle decine (o centinaia?) di reissue label spuntate come funghi in ogni angolo del globo e che, da circa una decina di anni a questa parte, rimettono in circolazione rarità di ogni tipo, legalmente e non. In altri termini, a giovare di questo “ritorno di fiamma” non mi pare sia la musica contemporanea. Ho la sensazione quindi che il vinile sia inteso, dal pubblico generalista, più come oggetto di modernariato che come supporto preferito per ascoltare musica. Non sono stupito dalla decisione della Sony di riattivarsi in questo frangente, era prevedibile visto che di pressing plant uscite indenni dalla “digital storm” nei primi anni Duemila ne sono rimaste davvero poche (circa quaranta in tutto il mondo, secondo questa “mappa” messa a disposizione da Google qualche tempo fa, di cui solo una in Italia), e ciò ha chiaramente provocato forti disagi sulle tempistiche di lavorazione e di consegna. Per l’industria dell’intrattenimento sarebbe un’occasione persa non cavalcare questo momento di hype, ma non dimentichiamo che le prime ad abbandonare il vinile, perché considerato un supporto ormai da archiviare, sono state proprio le major.