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La sfida senza confini: il climate change

La delicata tematica del cambiamento climatico sta diventando centrale nell'agenda politica di molti Governi e sempre più importante per l'opinione pubblica internazionale

Chissà se l’eccezionale ondata di caldo di questo luglio 2017 ha indotto la pubblica opinione a porsi qualche domanda sull’eccezionalità della situazione. E se la politica reagisce in maniera differente alle varie emergenze della contemporaneità, come si può vedere in merito alle vicende dei migranti, v’è tuttavia una sfida di colossali dimensioni che è costantemente sopra le nostre teste ma non altrettanto nei nostri pensieri: il cambiamento climatico e il rapporto tra l’umanità e l’ambiente. È bene sottolineare che la tematica ecologica non è patrimonio esclusivo di una sola forza politica o di uno specifico movimento com’è accaduto, ad esempio, anche nel nostro Paese ma si tratta di un filone che, per le implicazioni generali e le concatenazioni globali, può e deve diventare patrimonio culturale dell’intera umanità se vogliamo porre un freno al continuo consumo delle risorse ambientali e garantire la sopravvivenza al globo terrestre. Ora, cercare di esaurire in poche righe un argomento così complesso rischia di essere una mera utopia, pur tuttavia si possono fornire alcuni motivi di discussione per fornire la base di un ragionamento condiviso. Il dibattito sul climate change è tornato in auge tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 con la pubblicazione di importanti documenti come il V Assessment Report da parte dell’Intergovernmental panel for climate change e il Rapporto di sintesi sempre del’Ipcc che hanno evidenziato la relazione tra il cambiamento climatico e l’aumento della temperatura dell’atmosfera e degli oceani, l’innalzamento del livello del mare e il decremento dell’estensione e del volume del ghiaccio terrestre. Principale indiziato di quest’analisi è l’anidride carbonica (CO2). Come mette in evidenza il ricercatore Andrea Merusi nel suo libro La sfida di oggi (Infinito edizioni, 2016): “I Paesi industrializzati sono responsabili del 76% delle emissioni cumulative di carbonio in tutto il pianeta. Alcuni studi hanno dimostrato che in Italia il principale imputabile della crescita delle emissioni di origine antropica è il settore delle industrie energetiche (34% delle emissioni), seguito dai trasporti (26%), che però ha rappresentato la fonte d’inquinamento con il più rapido accrescimento negli ultimi vent’anni. Mentre il riscaldamento degli edifici e l’uso degli elettrodomestici sono responsabili del 17% delle emissioni di carbonio, stesso valore registrato dalle industrie manifatturiere e di costruzione”. Lungi dall’assumere un atteggiamento inquisitorio ma con la volontà di porre un rimedio a questa situazione che diventa ogni giorno sempre più drammatica, possiamo affermare che questi sono certamente solo alcuni dati ma ci fanno riflettere su come la sfida del climate change sia a doppio livello: un livello alto, di politiche generali, e un livello basso, di comportamenti quotidiani. Da questo punto di vista, poi, non sfugge come il cambiamento climatico andrà a incidere sempre più nella produzione dei generi di prima necessità come farina, olio e zucchero. Stime attendibili prevedono un aumento della temperatura tra i 2 e i 4 gradi Celsius per i prossimi quattro decenni con una maggiore siccità e una minore fertilità dei terreni. L’Italia subirebbe pesanti ricadute economiche in quanto alcune tra le sue produzioni alimentari come vino e olive, eccellenze riconosciute in tutto il mondo, andrebbero incontro a condizioni climatiche ostiche e non più ottimali. Per fare un ultimo accenno su come il climate change impatta in maniera invasiva nella vita del Pianeta Terra, non possiamo non segnalare come tutto ciò produrrà un generale innalzamento dei mari, terre che verranno sommerse e una generale acidificazione degli oceani con la progressiva perdita di biodiversità e scomparsa di specie animali e vegetali. A fronte di questa terribile prospettiva per le prossime generazioni, cosa si può fare? È possibile intraprendere politiche nazionali e internazionali nonché piccoli gesti quotidiani che vadano tutti nell’ottica della preservazione dell’ambiente e nella ricerca di un sistema economico sostenibile? Da alcuni anni, fortunatamente, si sta formando, più ad opera di gruppi di individui o singole aziende che da una generale azione delle Istituzioni, una maggiore coscienza riguardo la green economy e il riutilizzo dei beni prodotti, in un Paese come il nostro che, per caratteristiche geofisiche, economiche e culturali, ben si presta a questa congeniale riconversione ecologica. Nell’edizione degli Stati Generali della Green Economy di Rimini nel 2014, sono emerse alcune proposte che potrebbero aiutare a sviluppare l’economia verde e contrastare il climate change. Le riepiloghiamo rapidamente, nella speranza che, queste come altre proposte, possano entrare a far parte del nostro patrimonio comune: valorizzazione delle qualità green delle imprese italiane con la certificazione di processo secondo gli standard internazionali ISO 14001, ISO 5001; incentivi, defiscalizzazioni o agevolazioni economiche per le aziende virtuose nel cambiamento ambientale da parte dello Stato; rafforzamento dell’eco-innovazione dei prodotti e delle imprese italiane nell’ottica dell’efficienza energetica e dell’utilizzo di fonti rinnovabili, oltre alle attività di riciclo dei materiali e il settore dei trasporti sostenibili; abbassamento delle emissioni di carbonio con lo sviluppo di criteri di mobilità sostenibile (produzione di auto ibride ed elettriche, sviluppo di motorini elettrici insieme alla filiera delle auto a gas Gpl e a biometano oltre al rafforzamento dei servizi di car sharing e di car pooling e del rinnovo in senso green delle flotte dei mezzi pubblici); nuovi modelli di edilizia ispirati alla bioarchitettura (con impianti produttori di energia rinnovabile come pannelli fotovoltaici e solari e incentivo al risparmio energetico); mutamento dei sistemi di produzione e approvvigionamento energetico, minore dipendenza dai combustibili fossili e sviluppo delle fonti alternative; riciclo dei rifiuti, con conseguenti benefici ambientali ed economici con significative ricadute nella creazione di nuove professioni e posti di lavoro stabili perché legati al territorio; infine, è necessario contrastare il consumo di suolo con l’approvazione di specifici provvedimenti legislativi volti a impedire ulteriori speculazioni edilizie, a salvaguardare le attività delle aziende agricole e a valorizzare le eccellenze alimentari. Lungo sarebbe, poi, l’elenco dei gesti quotidiani che tutti noi possiamo intraprendere per salvaguardare l’ambiente in cui viviamo e garantire una migliore qualità della vita. Conviene allora una riconversione in senso ecologico?