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Le piccole, grandi Cose di Marco Vozzolo

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Lo scrittore Marco Vozzolo

In un periodo “iper” come questo, si avverte forte l’esigenza di recuperare un pizzico di senso comune. Quel senso comune che può esserci fornito solamente a patto di recuperare il valore delle piccole ma buone cose. E se diamo un’occhiata alla nostra storia, essa è piena di migliaia di piccole “Cose”. È su questa falsariga che lo scrittore Marco Vozzolo ha ideato e realizzato Il valore delle piccole cose (Leone editore, 2017).

Marco, è un piacere ospitarti sulle nostre pagine web. Se dovessi presentarti in quindici righe, come ti definiresti?

Grazie, fa molto piacere anche a me essere vostro ospite. Retrò. In bianco e nero. Come quegli aviatori anni ’30 e ’40 che andavano tra le nuvole stretti in stivali, pantaloni beige gonfi sulle cosce e giubbotto marrone con tanto di foulard e occhiali tondi per le tempeste di sabbia. E armato di sorriso. Di quelli, per intenderci, che esploravano affidandosi ad una bussola e nulla più. Ecco, mi sento così, con una cartina tra le mani in giro per la vita senza percorrere nessuna autostrada. Le cose me le guadagno con tenacia e percorrendo finanche sentieri tortuosi se necessario ma so gonfiare la vela col vento di poppa quando le cose girano bene. Ed è allora che dietro di me lascio solo una scia spumosa e potete venirmi a trovare laggiù, dove cala il sole. E immaginatemi rispondere a questa domanda che mi muovo tutto mentre la canzone Set it all free (quella cantata da ASH, la porcospina-rock di Sing) esce dagli auricolari sparata. Ma sono anche un papà, un marito, uno che al mattino va al lavoro su una bici scassata con l’aria fresca sulla faccia. E sono soprattutto, ed è questa la cosa più importante, una persona che si ritaglia degli spazi per creare.

Hai avuto un motivo ispiratore per scrivere Il valore delle piccole cose?

I miei libri sono sempre ispirati da fatti o eventi eccezionali. Hanno, comunque, origine da qualcosa che mi colpisca in qualche modo. Si pensi a La corona del Re Longobardo, uscito per Leone Editore, in cui si parla di uno dei più cruenti assedi che il Medioevo abbia conosciuto. In quella circostanza tutto è nato da uno scorcio, con una testa attaccata a una parete.

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La copertina di “Il valore delle piccole cose” di Marco Vozzolo

Ne Il valore delle piccole cose le cose stanno nello stesso modo. La fa da padrona la Seconda Guerra Mondiale ma a dare il via al racconto è stata una delle interviste fatte a chi quegli eventi li aveva vissuti realmente. Si può dire che il romanzo è nato nel momento in cui mi è stato regalato un orologio dall’importanza enorme. Non era tanto per il valore dell’oggetto ma ciò che esso rappresentava. Si tratta infatti di un vecchio orologio dal vetro infranto e dal quadrante danneggiato, ma le sue lancette raccontano una storia incredibile poiché sono ferme alle 04:59 del 21 gennaio del 1944. Era la notte in cui l’esercito tedesco sferrava una violenta offensiva che avrebbe fermato l’impeto dell’avanzata degli Alleati. Siamo sulla famigerata Linea Gustav nel settore del Garigliano. E quell’orologio vecchio e guasto, per l’uomo che me lo ha mostrato (e poi regalato) aveva un valore importante al punto tale che gli ricordava il momento in cui aveva perso dei famigliari. Piccoli oggetti dunque, capaci di saper custodire nel tempo il trascorrere di un istante. Ogni riga del mio romanzo è spinta da un motivo ispiratore. D’altronde sarebbe bastato qualsiasi istante di quell’assurdo periodo a stimolare il nascere di una storia. Ho solo scelto quello più forte per me.

Leggendo le tue pagine, m’è sembrato di capire che uno dei motivi di questo volume sia l’imprevisto. Da Lorenzo e le sue disavventure lavorative e personali al casuale ritrovamento dei resti del soldato tedesco, solo per fare due esempi.

Hai centrato il punto. È la storia dello sgretolarsi di una vita. Eppure è la storia di una nuova vita. È la storia di morte e di sofferenza ma ogni sillaba e vocale sono collocati in modo da scrivere anche una storia di vita e felicità.

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Lo scrittore Marco Vozzolo durante una presentazione del suo libro

Si viaggia sempre su due binari, dalla prima pagina fino alla parola fine. E non parlo solamente della doppia ambientazione temporale bensì delle scelte a cui il romanzo obbligherà il lettore. Mi spiego meglio: se uno dei motivi di questo libro è l’imprevisto, l’altro sarà un’opportunità. Chi lo leggerà si troverà spesso a dover rispondere a sé stesso: “E se invece…”

È un curioso quanto affascinante intreccio di passato e presente il tuo libro. Come mai hai scelto proprio questo periodo storico?

Perché mi tocca molto da vicino. La storia si svolge a Castelforte, che è un piccolo ma magnifico paesino del basso Lazio. Che poi sarebbe il mio paese d’origine. Durante la Seconda Guerra Mondiale era collocato lungo la Linea Gustav e fu quasi interamente distrutto. Una cosa terribile. È la storia dei miei nonni e di molte persone che ho conosciuto. Si respira ancora oggi quello che è costato a quella povera gente. Ricordo perfettamente i racconti di chi non riusciva a togliersi dalla mente quelle atrocità. Fin da piccolo, faccio lunghe passeggiate in quei luoghi. Alcuni custodiscono segreti che mai svelerò ad alcuno. E poi è la storia di un amore. Per la mia terra.

In conclusione, verrebbe da dire che sono proprio le piccole cose a fare la storia “dal basso”. Non è così?

Certo. Ho provato a trascinare il lettore verso una rotta non proprio definita, che non consente il ritorno ma è una via di ricostruzione delle storie di ognuno di noi partendo dal “basso”, proprio come dici tu. Con le tasche vuote e tornando a desiderare ciò che si ha già. Le piccole cose. Le cose vere e preziose.

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