Home C'era una volta Lou Rawls, il soulman che aprì Monterey

Lou Rawls, il soulman che aprì Monterey

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Il 1° dicembre 1936 nasce a Chicago, nell’Illinois, Lou Rawls, uno dei più importanti protagonisti dell’esplosione soul degli anni Sessanta.

La musica, un incontro casuale

Il suo incontro con la musica è simile a quello di molti altri cantanti soul della sua generazione. Avviene un po’ per caso e un po’ per obbligo sui banchi odorosi di legno della chiesa del suo quartiere in un coro che canta gospel a Dio. Prima della maggiore età si unisce ai Pilgrim Travellers, un gruppo gospel che gira per gli Stati Uniti. Non lo fa per scelta professionale, ma perché è affascinato dall’idea di andarsene a zonzo per l’America. Nonostante le sue intenzioni, la decisione finisce per essere una vera e propria svolta nella sua vita. Quando lascia il gruppo lo fa per esigenze di leva, ma appena congedato, torna al suo posto. Nel 1958 mentre viaggia con il suo amico Sam Cooke viene coinvolto in un terribile incidente stradale che gli costa cinque giorni di come e un lunghissimo periodo in ospedale. L’anno dopo il gruppo di cui fa parte si scioglie, ma Lou non abbandona le scene. Si adatta a cantare nei piccoli club e nelle feste private, finché, dopo una serie di passaggi televisivi nel “Dick Clark Show”, ottiene la sua prima scrittura discografica come solista.

Voce di punta del Philadelphia Sound

Il suo debutto discografico avviene nel 1962 con il singolo Love is a hurtin’ e con l’album Stormy monday. La sua voce e la sua notevole presenza scenica conquistano il pubblico. Anche il cinema si accorge di lui e lo vuole per una serie di pellicole ignorate dalla critica, con la sola eccezione di “Believe in me” diretto da Stuart Hagmann, il regista di “Fragole e sangue” e distribuito in Italia con l’incredibile titolo di “Jackie, la ragazza del Greenwich Village”. Una data resta, però, fondamentale nella sua carriera, il 16 giugno 1967, quando, insieme a Johnny Rivers, si assume il compito di aprire il Monterey Pop Festival, passato alla storia come il primo, grande, raduno di massa della generazione hippie. Verso la metà degli anni Settanta, quando c’è chi considera ormai finito, ritorna improvvisamente alla ribalta con il singolo You’ll never find another live like mine e con l’album When you hear Lou, you’ve heard it all lo segnalano come uno dei principali esponenti del Philadelphia Sound. Sarà l’ultima grande fiammata della sua carriera anche se non abbandonerà mai le scene e continuerà a esibirsi pubblicando, di tanto in tanto, un album per la soddisfazione dei suoi vecchi fans. Muore a Los Angeles il 6 gennaio 2006.

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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