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Niky Marcelli e la sua “contessa rossa”

La contessa rossa è l’ultimo romanzo del giornalista e scrittore Niky Marcelli. Una storia avventurosa ricca di personaggi e di colpi di scena, dove il thriller si intreccia continuamente con la commedia, il glamour con la suspense, lasciando il lettore ora divertito, ora senza fiato. Teke editori, dopo aver registrato il tutto esaurito con la prima edizione, ha dato recentemente il via alla seconda ristampa.

Campagnano di Roma è un piccolo borgo medievale a pochi chilometri dalla Capitale e dalla terrazza di Niky Marcelli si gode la vista di tutto il fianco sinistro, dove si intravedono ancora i contrafforti del castello che, in origine, occupava la maggior parte dell’area su cui oggi sorge il paese. La casa di Niky è letteralmente tappezzata da librerie fitte di volumi e quadri, tanto che non sembra ormai esserci lo spazio nemmeno per uno spillo. “Devo al più presto comperare un’altra casa”, confessa allegramente lo scrittore, facendomi strada verso il suo studio. “Ho finito le pareti e non so dove mettere i libri che continuo ad acquistare”. I libri sono stati i compagni di viaggio della sua vita, fin dall’infanzia. Niky parla con passione del suo amore per la scrittura che lo ha sempre accompagnato.  “Nella mia famiglia, la lettura e la scrittura hanno sempre avuto un ruolo fondamentale. Mio padre era un giornalista, scriveva per lavoro e la nostra casa è sempre stata tappezzata di libri. Mia madre, attrice, passava parimenti gran parte del suo tempo immersa nella lettura di copioni. Non ricordo esattamente quando ho iniziato a “scrivere” io. Forse quando avevo sette anni e scrissi un breve componimento per la morte del mio cane, che mio padre fece pubblicare su Paese Sera. L’ho ancora, incorniciato, sulla mia scrivania. In ogni caso, ero affascinato dalla macchina da scrivere. A cinque anni già massacravo quella di mio padre, pestando a casaccio sui tasti e – siccome il suo studio era attiguo alla mia camera da letto – il ticchettio, quando scriveva i suoi articoli o qualche sceneggiatura o racconto, mi faceva da “ninna nanna”. Quando avevo otto anni, stufo di vedere messa a repentaglio la sua Olivetti Studio 44, mi fece trovare sotto l’albero di Natale una Olivetti Lettera 22 De Luxe, che ho ancora e che ho usato fino a pochissimo tempo fa. Il resto è storia”.

Niky, raccontaci un po’ di te. 

Sono sempre un po’ imbarazzato a parlare di me. Faccio lo scrittore e provengo dal mondo del giornalismo. Sono nato a Milano ma mi sono trasferito quasi subito a Roma dopo una breve permanenza a New York.

Come trascorri il tuo tempo libero?

Non ho praticamente nessun hobby ma, in compenso, ho diverse passioni. Una molto green, anzi, molto blue per il mare, che è sempre stata una costante nella mia vita. Ho vissuto la maggior parte delle estati della mia vita in Liguria, nel golfo del Tigullio, e spesso – da bambino – ci trascorrevo molto tempo anche d’inverno. Il mare della Liguria ha un colore incredibile, tra il blu e il verde smeraldo, che non credo abbia molti paragoni in Italia. Amo molto anche il mare della Toscana, dove ho parimenti passato molto tempo. Lo sai che in Toscana i tramonti sono meravigliosi? Nemmeno in Africa ne ho visti di così belli! E infine, pochi anni fa, ho scoperto l’Adriatico e la città di Cesenatico.

Cesenatico è anche uno dei luoghi in cui si svolge parte della storia del tuo ultimo romanzo. 

Con Cesenatico è stato “colpo di fulmine” da subito, adesso scappo lì ogni volta che posso e medito seriamente di ritirarmici tra qualche anno (l’alternativa è il Costa Rica!). Data la posizione, perderò i tramonti sul mare, ma guadagnerò tutte le albe!

E poi c’è l’altra tua grande passione, le auto d’epoca.

Sì, ne possiedo una piccola collezione e le utilizzo quotidianamente, a rotazione, per tutti i miei spostamenti.

Cosa legge Niky Marcelli?

Niky Marcelli legge di tutto, ma predilige i romanzi – specie se d’avventura! –  i gialli e la letteratura umoristica da P.G. Woodehouse  (che considero uno dei miei maître à pensér) a Stefano Benni. Ma spazio tra molti generi e l’elenco degli scrittori che amo, in realtà, sarebbe lungo come l’Autostrada del Sole. Sono un lettore veloce e abbastanza compulsivo, vado ad una media di tre o quattro libri al mese in inverno, quando ho meno tempo libero. Se ho la fortuna di imbroccare una serie di libri piacevoli e scorrevoli, posso anche arrivare a sette-otto. D’estate, ovviamente, la media si alza.

Ami il cinema?

Sono “malato” di Cinema! Se potessi, ci andrei tutti i giorni e vedrei almeno un paio di film al giorno!

Niky, come nasce La Contessa Rossa?

Nasce da un chiodo. Che non è quell’oggetto di metallo appuntito che serve per tenere i quadri attaccati al muro bensì, in questo caso, un giubbotto da motociclista. Un chiodo di pelle rossa, bellissimo, che alcuni anni fa ho visto nella vetrina di un pellettiere artigiano, a Viterbo, che all’epoca si chiamava Maledetti Toscani. Poi ha fatto i soldi ed ha cambiato nome nel più serioso e snob Officine Toscane. Guardavo quel giubbotto e mi dicevo: «Quanto starebbe bene addosso alla mia amica Sara», che è la ragazza che mi ha ispirato il personaggio e ama il colore rosso. Ho cominciato, intellettualmente, a giocare con lei come si gioca con le bamboline di carta. Ad abbinare a questo giubbotto, una camicetta piuttosto che una T-shirt, dei jeans in un certo modo, pensare che scarpe le sarebbero state più adatte. Poi ho immaginato che auto potesse guidare ed è comparsa nella mia mente una Morgan – che è una delle mie automobili preferite – naturalmente rossa. Sempre a Viterbo, in un altro negozio dove mi servo abitualmente, avevo comprato dei mezzi guanti da guida di pelle di cervo, rossi. Li ho fatti indossare anche a Sara e le ho aggiunto una cuffia di pelle rossa da Lady-driver d’antàn. Era nata “La Contessa Rossa”, che ha cominciato a scorrazzarmi nel cervello, intasandolo di gas di scarico, finché non ho deciso di provare a costruirle intorno un romanzo.

Puoi raccontarci qualcosa sulla Contessa Rossa?

Posso raccontarti molto poco, sennò non c’è più la suspense. Ti posso dire che è una grande avventura e una grande caccia al tesoro che ruota intorno al misterioso incartamento, ormai pressoché illeggibile, contenuto di una borsa trovata in montagna accanto alle ossa della nonna di Sara, una comandante partigiana scomparsa misteriosamente alla fine della guerra, che si chiamava Sarah e il cui nome di battaglia era “La Contessa Rossa”. Anche la Sara contemporanea è soprannominata “La Contessa Rossa”, ma se la nonna doveva il soprannome al fatto di essere una partigiana comunista, la nipote lo deve esclusivamente alla passione per il colore. In questa avventura incontrerà molti personaggi, alcuni amici e altri nemici, perché abbiamo anche una squadra “avversaria” che vuole mettere le mani su quei documenti. Ma con una in particolare legherà da subito e diventeranno inseparabili: Anna Caremoli, detta Care, una giovane giornalista, sua coetanea, che si rivelerà fondamentale per dipanare la matassa.

Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro?

Come diceva Flaubert, «Madame Bovary sono io!» E’ ovvio che ci sia qualcosa di me in tutti i miei personaggi, sono miei figli, li ho creati io. Anche se – nel caso di Sara, Care e del maître Gianni – che entrerà in scena a metà libro, quando l’azione si sposterà al Grand Hotel Da Vinci di Cesenatico – mi sono ispirato a persone realmente esistenti, oltretutto carissimi amici.

I due personaggi femminili Sara Varzi di Casteldelbosco e la giovane giornalista Anna Caremoli sono delle anime singolari. Chi ha ispirato i tuoi personaggi?

Come ti dicevo prima, Sara e Care esistono sul serio. Sono due  ragazze di Cesenatico, mie amiche meravigliose e mie insostituibili “Muse” attorno a cui ho costruito i personaggi. Sono state la mia principale fonte di ispirazione!

Tuttavia,  il loro fondamentale contributo non è stato l’unico. Il nome Varzi di Casteldelbosco è un doppio omaggio, da un lato ai conti Vanzo, la famiglia del mio nonno materno; dall’altro ad altre due carissime amiche, le contesse di Castelcampo, che è un magnifico maniero in Trentino. E in Sara c’è anche qualcosa della mia attuale compagna, mentre Care è il personaggio che più somiglia a me. Essendo, nel romanzo, giornalista, era anche ovvio. Ma devo dire che, frequentando la Care reale, scopro continuamente punti in comune tra me e lei anche nella vita.

Anche il maître Gianni, di cui accennavo prima e che da metà libro in poi diventa co-protagonista, esiste davvero, si chiama veramente Gianni e fa realmente il maître al Grand Hotel Da Vinci di Cesenatico.

Ti domanderai perché continuo a citare il Da Vinci. Bene, oltre ad essere un posto meraviglioso, è un luogo ricco di storia, pieno di mistero ed è il teatro dell’azione finale del libro.

Nel romanzo ci sono tante descrizioni paesaggistiche, potremmo dire che il paesaggio è un protagonista al pari degli altri personaggi del libro: dalle nevi delle Dolomiti alle spiagge di Cesenatico… quanto è importante per te la natura, l’ambiente? Qual è il tuo rapporto con questi luoghi?

Per me la bellezza è tutto e nulla è più bello della natura. Nulla è più bello del mare, ma anche le montagne – viepiù le Dolomiti – sono qualcosa di meraviglioso.  Io credo che l’umanità, per poter vivere bene, dovrebbe circondarsi di bellezza, immergersi quotidianamente in essa, invece di cercare di distruggerla per sostituirla con delle mostruosità.

Parlando a titolo personale, pur apprezzando la montagna e passandovi sempre qualche settimana ogni anno, mi sento un po’ rinchiuso, “attufato” come si dice a Roma. Io amo gli spazi aperti e infiniti, quindi sono molto più “marino”. Con Cesenatico il rapporto è di amore viscerale. Credo c’entri anche il richiamo del sangue, per certi versi, perché i miei bisnonni materni erano di Cesena e il mio trisnonno materno di Bertinoro, che è un piccolo ma delizioso paese in collina, da cui si domina Cesenatico. Il mio trisnonno Terenzio Zaccari partì di lì un bel giorno insieme a quattro amici, tutti con indosso una camicia rossa fresca di bucato, e andò al mare. Per l’esattezza a Quarto nei pressi di Genova, per unirsi ad un’allegra comitiva di un migliaio di persone che andava a fare una gitarella a Marsala.

 

Niky, quanto sei green?

Diciamo che non sono un integralista. Nella vita sono sempre stato un moderato.

Cosa fai nella tua quotidianità per aiutare l’ambiente?

Faccio la raccolta differenziata e quando sono a Cesenatico dimentico la macchina e mi sposto solo in bicicletta. Lo farei anche a Roma, ma temo che rischierei la fine di un gatto in autostrada non tanto per gli automobilisti, quanto per gli autisti dei mezzi pubblici che sembrano non avere alcuna considerazione per ciò che li circonda. Ho solo lampadine a led o del modello precedente, in casa, ma le lascio accese perché amo la luce molto più del buio. Faccio la spesa in fattoria e nei negozi “bio” o “a km zero” e tendo a mangiare tutto quello che compro e a moderarmi negli acquisti. Odio buttare o sprecare il cibo.

E quali sono invece, se ci sono, le tue cattive abitudini? A cosa non rinunceresti mai seppure poco “sostenibile”?

Ad utilizzare quotidianamente le mie auto d’epoca, rigorosamente Euro Zero. Detesto cordialmente quelle scatolacce moderne tutte uguali, simili a “bacarozzi” di un cartone animato giapponese o a saponette.

Tu abiti a Roma ma sei nato a Milano e vissuto a New York. Roma è una città molto difficile. Tanti sono i problemi che affliggono i romani soprattutto in materia di ambiente. Cosa ne pensi? Pensi ci possano essere delle soluzioni? 

I mali di Roma sono molteplici e se ti facessi un elenco staremmo qui fino a domani mattina. Oltretutto, nessuna Giunta comunale, nei decenni passati, ha avuto la volontà politica di metterci seriamente mano. Ti posso dire quali sono, a mio avviso, i principali. Innanzitutto dei mezzi pubblici da Terzo Mondo. Abbiamo tre tronconi di Metropolitana del tutto insufficienti e degli autobus che sembrano carri bestiame, talmente lenti che uno fa prima a piedi che ad aspettarli. E non dire che è colpa del traffico, perché sono proprio loro a contribuire a crearlo. Certi autisti si piazzano in mezzo alla carreggiata a cinque all’ora formando una fila chilometrica alla spalle. Se provi a sorpassarli, accelerano e si allargano. Spesso è volentieri, invece di accostare sulle loro piazzole – quando non ci ha parcheggiato sopra qualcuno – si fermano in mezzo alla strada per far salire e scendere gli utenti. Un’inciviltà insopportabile. Poi la carenza di parcheggi abbinata alla demagogica e demenziale “trovata” di istituire una ZTL enorme dove, grazie alla precedente Giunta, non possono più entrare nemmeno i motorini. Praticamente hanno costituito una “Zona Rossa”, un “fortino” per i pochi fortunati che ci abitano e pochissimi punti dove parcheggiare nei pressi. E per fortuna che ci arriva la metropolitana. Ma chi abita distante dalla metro o ha la necessità di recarsi in centro con un mezzo privato?

Oltretutto sono state tutte iniziative prese “all’italiana”, ovvero dalla mattina alla sera, sull’onda dell’improvvisazione e senza nessuna pianificazione adeguata. Non deve stupire se aumenta il traffico in città quando se ne chiude mezza, non si offrono alternative valide e lo si dirotta tutto sul Lungotevere.

Poi, nel cahiér des doleances metterei anche la cura per il decoro urbano. La città è uno schifo quasi invivibile, molti edifici cadono a pezzi e nessuno pensa a dargli almeno una mano di vernice, la raccolta dei rifiuti lascia a desiderare e la congenita inciviltà dei romani fa il resto. Per non parlare della totale assenza di sanzioni serie per tutta quella masnada di deficienti che si credono Basquiat e lordano muri storici e monumenti con scarabocchi che non hanno nulla di artistico.

Qual è la cosa di te che ricicleresti all’infinito e quale invece butteresti via? 

Riciclerei l’umorismo e la voglia di vivere. Nel cassonetto dell’umido metterei invece la pigrizia. Sperando che non accada come in molti quartieri, dove poi passa il camion dell’Ama e svuota tutti i cassonetti della differenziata nello stesso container.

 

Il sito di Niky Marcelli: http://www.nikymarcelli.com/