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Shaul Ladany, l’uomo che sorrise alla morte

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Shaul Ladany
Il marciatore Shaul Ladany durante le Olimpiadi di Monaco 1972

Seguendo i meeting di atletica leggera, siamo abituati a vedere uomini e donne che corrono, che lanciano e che saltano ma solo quando ci sono i Campionati del mondo o le Olimpiadi riusciamo a vedere degli atleti che eseguono una strana “danza” sulla strada fatta di ginocchia bloccate, piedi che non si staccano mai da terra e colli incassati tra le spalle: sono i marciatori, uomini che non conoscono la fatica e che smettono di avere la sensazione del tempo che passa mentre sono in gara. È l’immagine perfetta che un lettore si trova di fronte quando osserva la copertina di Cinque cerchi e una stella (Add editore, 2012) di Andrea Schiavon, giornalista di Tuttosport e marciatore amatoriale. L’uomo in cover è l’israeliano Shaul Ladany e quelle pagine raccontano la sua vita, sempre in marcia e sempre schivando pericoli mortali.

La vita di Shaul Ladany nelle pagine di Schiavon

Una giovinezza girovaga

Belgradese classe 1936, Ladany, sin da piccolo, deve abituarsi a spostarsi rapidamente da un posto all’altro. Vede la sua infanzia di bimbo della medio-alta borghesia cittadina interrompersi di colpo a causa del bombardamento tedesco di Belgrado. La famiglia Ladany fugge dalla Serbia e si stabilisce a Budapest ma neanche l’Ungheria è un posto tranquillo per i figli di David. E tra il luglio e il dicembre 1944 vengono deportati a Bergen-Belsen dove il piccolo Shaul ricorderà per sempre “la fame, la pioggia, il freddo, gli appelli interminabili, il filo spinato e la rete elettrificata, le torri di guardia e gli uomini delle SS che ci gridano addosso in continuazione”. Dopo aver lasciato il campo di concentramento, Ladany approda in Svizzera e poi di nuovo a Belgrado alla fine della guerra. Ma l’avvento del socialismo di Tito spinge definitivamente la famiglia del piccolo Shaul a emigrare in Israele, nel tentativo di ricostruirsi finalmente una vita. E qui Shaul scopre che quello israeliano è un popolo tutto da inventare e da fare e “l’integrazione di molti ragazzi […] passa attraverso la scuola e l’esercito: il coinvolgimento in attività paramilitari comincia da giovani”. In questi mesi avvengono i due incontri più importanti della sua vita: la marcia e la futura moglie Shoshana. Shaul scopre l’atletica in modo totalmente casuale e, seppur le prime prove non sono affatto incoraggianti, Shaul è ormai deciso a “marciare”. Nel 1965 i due ragazzi sbarcano in America grazie a delle borse di studio e Shaul si dedica al tacco e punta conoscendo diversi atleti statunitensi. Schiavon annota: “La marcia, insieme allo studio all’università, è il modo più efficace per metabolizzare le esperienze di guerra, per convivere con l’ennesima galleria di orrori, ferite e mutilazioni”. Il professor Ladany partecipa alle Olimpiadi di Messico 1968 e si classifica ventiquattresimo sempre scrivendosi “Israel” sulla maglietta con una biro. Vince la Londra-Brighton nel 1970 e si lancia verso Monaco 1972. Per continuare il sogno olimpico.

Quel giorno maledetto a Monaco di Baviera

E sembra davvero un periodo da incorniciare per Shaul; nasce sua figlia Danit e vince la Hastings-Brighton del 1971. Ma nell’avvicinarsi all’appuntamento olimpico, c’è una sensazione strana che pervade l’animo di Ladany e Schiavon lo sottolinea con molta lucidità: “C’è un ricordo indelebile che invece Shaul vorrebbe cancellare. È quello del campo di concentramento. Sulla stampa viene data grande enfasi al fatto che la squadra di Israele gareggi sul suolo tedesco […] Shaul è l’unico componente della squadra israeliana sopravvissuto a un campo di concentramento. Tutti gli altri hanno solo sentito raccontare da parenti o amici”. Quel maledetto 5 settembre 1972, Shaul Ladany si trovava nell’unità 2 del Villaggio olimpico sulla Connollystrasse, aveva corso la sua 50 km di marcia da circa ventiquattr’ore arrivando diciannovesimo al traguardo. Ma non fu tra gli israeliani sequestrati dai terroristi di Settembre Nero. Come andò a finire, lo sappiamo bene: diciassette morti, undici israeliani, cinque palestinesi e un poliziotto tedesco.

Ladany ricorda bene che “quando il mio amico Alfred Badel mi vede, mi abbraccia piangendo come se avesse visto un fantasma. Così scopro che in molti credono che io sia morto nell’attacco”. Furono momenti difficili per il professore di ingegneria gestionale ma la sua forza d’animo era tanta. Poche settimane dopo il massacro di Monaco, Ladany andò a vincere il titolo mondiale della 100 km di marcia di Lugano e, nel settembre del 1973, dopo aver marciato per 19 ore e 38 minuti la 100 miglia su un tracciato del Missouri, prende un volo per Israele pagando di tasca propria il biglietto aereo. La ragione? “Dovevo andare a combattere la Guerra di Yom Kippur”.

Ladany: “Sopravvivere è un caso, rivivere una scelta”

Oggi Shaul Ladany è un anziano signore che continua a marciare e a rimanere in perenne movimento. Perché la marcia è una disciplina fatta di passione, di amore e di sacrificio. Ladany riuscì a partecipare alle gare superando ostacoli, pregiudizi e anche l’ostilità della federazione israeliana d’atletica che non lo rifornì mai di una divisa ufficiale di gara.

Sopravvissuto a Bergen Belsen, a Settembre Nero e a ben tre guerre (1956, 1967 e 1973) si è preso la soddisfazione di sorridere anche a un linfoma a una coscia. Nel corso della sua vita ha incrociato personaggi come Adolf Eichmann, Yitzhak Rabin, John Carlos e Mark Spitz; ma anche grandi marciatori italiani come Vittorio Visini. L’Italia gli è rimasta sempre un po’ nel cuore, specie quando ricorda la patria della marcia tricolore, quella Sesto San Giovanni dove sono passati fuoriclasse azzurri del calibro di Maurizio Damilano, Sandro Bellucci, Raffaello Ducceschi, Michele Didoni e Giovanni Perricelli. Com’è stato correttamente osservato, Shaul Ladany “ha trasformato il suo resistere in un esistere scandito dai chilometri”. E non possiamo non essere d’accordo visto che nel 2006, a settant’anni suonati, Laudany marcia ancora per 21 ore, 45 minuti e 34 secondi.

Nell’immagine, Shaul Ladany all’arrivo della gara della 50 km di marcia alle Olimpiadi di Monaco nel 1972

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