Home C'era una volta Slim Harpo: il blues? Una musica splendida per ballare

Slim Harpo: il blues? Una musica splendida per ballare

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L’11 gennaio 1924 nasce a Lodbell, in Louisiana, James Moore, destinato a diventare alla fine degli anni Cinquanta uno dei maggiori esponenti del blues e, soprattutto, del rhythm and blues con il nome d’arte di Slim Harpo che talvolta diventa Harmonica Slim.

Sulla strada fin da bambino

Fin da bambino impara a suonare l’armonica e mentre i suoi coetanei sono ancora curvi sui banchi di scuola, lui inizia a peregrinare per le vie polverose della Louisiana seguendo i vecchi cantastorie neri di strada. Da loro impara i trucchi del mestiere e con il passare degli anni si conquista simpatie e popolarità dovunque ci sia gente in festa: nelle fiere di paese, nei matrimoni, nei fidanzamenti e nei battesimi. Intuitivo e abile nel capire i gusti del pubblico, si diverte e fa divertire contaminando le radici drammatiche del blues nero con il country & western della tradizione bianca. Verso la metà degli anni Cinquanta collabora a lungo con Lightnin’ Slim. Da questo sodalizio nascono alcuni brani considerati in larga parte anticipatori del rhythm and blues e, più ancora, di quel genere che vent’anni più tardi verrà ribattezzato country blues. Il primo a intuire che dietro quel burlone vagabondo con l’armonica si nasconde un genio musicale è il produttore Jay D. Miller che, non senza fatica, lo convince a sottoscrivere un contratto discografico.

Gli anni Sessanta e il successo

Negli anni Sessanta la sua stella brilla alta nel firmamento musicale statunitense tanto che alcune sue incisioni arriveranno nelle classifiche dei dischi più venduti anche al di fuori delle sezioni riservate alla musica nera. La voce nasale, l’armonica graffiante e la scanzonata ironia, a tratti un po’ goliardica, conquistano anche il pubblico bianco, in genere sospettoso nei confronti della musica nera. Tra i suoi successi spiccano I’m a king bee, ripreso dai Rolling Stones e, soprattutto, Scratch my back, un classico del repertorio di Otis Redding. Per lui il blues non è tristezza o malinconia, ma allegria, voglia di vivere e piacere di ballare. La sua lunga esperienza di musicista itinerante lo rende impermeabile alle critiche. «Quando sulle tue scarpe hai la polvere delle strade, quando hai suonato sotto lo scroscio di un temporale senza nessuno che ti ripari con l’ombrello, che t’importa di chi ti taglia i panni addosso?» C’è chi lo rimprovera di suonare un blues senz’anima, addomesticato, ma lui non se la prende. Guarda l’interlocutore con aria sorniona e poi sbotta: «Il blues? È una musica splendida per ballare, amico…». Muore a Crowley il 31 gennaio 1970.

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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