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Tra poesia e realtà, parla Stefano Scanu

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Stefano
Con "Come un albero in un'ampolla", Stefano Scanu lancia il suo nuovo libro

Come i lettori di Daily Green ormai sanno, la nostra pagina di Ecocultura ama spaziare tra tutti gli stili narrativi: dalla letteratura alla saggistica passando per la poesia. Proprio in questa rubrica, “lo sguardo vergine sulla realtà” come Edoardo Sanguineti definiva la poesia, ha già trovato alcuni importanti spazi grazie a Barbara Bracci e Alessandro Moscè. Nella puntata odierna andiamo a far visita a Stefano Scanu, autore del recente Come un albero in un’ampolla (Giulio Perrone, 2014) e, come vedremo, libraio presso il punto vendita IBS di Roma.

Stefano Scanu presenta il suo nuovo libro

Stefano, domanda ormai di prassi per i lettori di Daily Green: chi è Stefano Scanu?
Non saprei dirti bene: non ho ancora capito se sono un libraio che tenta di fare lo scrittore o uno scrittore che resiste vendendo libri. Credo che il comun denominatore sia sempre la parola perché, in sostanza, di questo è fatta la mia storia personale: un interesse e una quotidiana rincorsa verso la parola scritta, il segno stampato.

Parliamo di Come un albero in un’ampolla, Stefano. Qual è stato il motivo ispiratore che ti ha portato a scrivere questo libro?
Prima di tutto l’osservazione di ciò che mi circonda. Non mi interessava tanto la contemplazione della natura o del “circostante”, quanto la forza creativa con cui il verso ne prende possesso. Nella poesia, così come in tutta la narrativa, i personaggi e le cose cominciano ad esistere nel momento stesso in cui vengono nominate. Ecco, questa sorta di invenzione è la fase che più mi affascina, come fossi un chimico che osserva le reazioni in un’ampolla.

Inoltre credo che le parole che compongono una storia, abbiano sempre qualcosa di irriducibilmente imprevedibile, qualcosa che ne modifica il senso lungo il percorso che fanno dal pensiero alla pagina; insomma credo che siano inaspettate sia quando le utilizziamo che quando le recepiamo. La bellezza è tutta in questi imprevisti linguistici. Questo libro è pieno di imprevisti: un braccio anziché addormentarsi può soffrire d’insonnia, un faggio può diventare un crepitante tram di legno e una cicala farsi perfino catena di un’ancora.

Scorrendo le pagine del volume, si vede che tocchi moltissime tematiche. Quali sono quelle che prediligi di più, Stefano?
C’è sicuramente il paesaggio con la sua forza evocativa e l’estate che per me rappresenta quasi un luogo, una soglia oltre la quale tutto si azzera, muore e si reinventa. La canicola, il frinire delle cicale e le strade vuote sono elementi che stimolano la mia immaginazione. Passo il mio tempo a fissarli con le parole. Questo libro è fatto di versi ma poteva tranquillamente essere un libro fotografico.

Stefano, hai dei modelli di riferimento nel panorama della poesia italiana e internazionale? Ti ispiri più a poeti dell’antichità o ai contemporanei?
La lettura di Zanzotto ha sicuramente influenzato il mio modo di scrivere, di giocare e scomporre la realtà attraverso le parole. Poi negli anni ho imparato ad apprezzare la prosa poetica di Pagliarani, i versi di Michaux, di Dylan Thomas e l’esplosione linguistica e fibrosa di scrittori come Celine e Stefano D’Arrigo. Per Dino Campana, invece, ho avuto una sorta di ossessione. Qualche hanno fa con un paio di amici decidemmo di produrre uno spettacolo teatrale sul poeta. Andammo a Marradi, nella sua città natale per raccogliere testimonianze e documenti. Dopo quasi un anno di lavoro realizzammo un tortuoso recital a più voci fatto di musica, poesie e immagini in cui, per fortuna del pubblico, io mi limitavo a proiettare delle diapositive del poeta su uno schermo bianco.

Stefano, vuoi parlarci un po’ anche del tuo lavoro, tra l’altro una posizione privilegiata per osservare gusti e tendenze dell’editoria?
Sono ormai dodici anni che faccio il libraio, un lavoro appassionante ma molto lontano dall’idea romantica che hanno la maggior parte delle persone. Vendere un libro equivale a vendere un’idea ma allo stesso tempo anche un prodotto. È in questo delicato equilibrio che sta il segreto del nostro mestiere. Purtroppo nell’attuale fase di crisi e trasformazione del libro (e di tutta la filiera che lo compone), la qualità media si sta abbassando, gli editori rischiano meno puntando sempre sui soliti nomi e tutto tende ad appiattirsi e ad assomigliarsi. Inoltre non credo che il libro così come lo conosciamo sarà più in grado di muovere e sostenere la propria economia. Spero che cambi, e non solo nell’aspetto, imparando a condividere il proprio ruolo con i nuovi veicoli digitali, i blog e tutto ciò che verrà. Le stesse librerie dovranno reinventarsi, essere dei luoghi di aggregazione più attivi, anticipare e promuovere delle nuove tendenze letterarie, in buona sostanza fare cultura e non solo limitarsi a venderla.


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