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William Shawn, il tiranno gentile del giornalismo americano

Uno dei maestri del giornalismo del '900, il direttore del "The New Yorker" William Shawn

“Lui sa quando lasciare da solo un pezzo forte. Se però ci sono parti deboli, lui le trova sempre e poi, naturalmente, le si può risolvere a modo suo”. Le parole della critica cinematografica Renata Adler sintetizzano al meglio il modo di lavoro di una delle più straordinarie personalità del giornalismo internazionale del XX secolo: William Shawn (1907 – 1992), direttore del The New Yorker tra il 1952 e il 1987.

Prime esperienze nel giornalismo americano

William Shawn nacque a Chicago il 31 agosto 1907 da una famiglia di ebrei non osservanti. Dopo una giovinezza abbastanza agiata, s’iscrisse all’Università del Michigan che lasciò ben presto trasferendosi a Las Vegas dove collaborò con un giornale locale, il The Optic. Successivamente fece ritorno a Chicago lavorando all’International Illustrated News redigendo titoli e didascalie. Nel settembre del 1928 si sposò con Cecille Lyon e, durante gli anni della Grande Depressione, Shawn lavorò come free-lance nel settore della pubblicità e pubblicò alcuni brevi racconti sul Chicago Daily News sotto pseudonimo. Tuttavia, a partire dal 1932 si ritrovò di nuovo disoccupato e dovette trasferirsi a New York cercando fortuna come compositore.

Shawn approda al The New Yorker

Poco dopo il suo arrivo a New York, la moglie Cecille trovò lavoro al The New Yorker e lo stesso Shawn iniziò a lavorarci nel 1933 come assistente al montaggio. Sarebbe rimasto per i successivi cinquantatré anni. Durante i primi periodi alla rivista, si occupò soprattutto della sezione Voci della città e nel 1939 diventò managing editor guidando il settore del fact-checking sulla no-fiction arrivando ad alti standard di accuratezza a livello informativo.

Eustace Tilley, il raffinato dandy mascotte del “The New Yorker”

La svolta arrivò con lo scoppio della seconda guerra mondiale e lo sgancio della bomba atomica su Hiroshima. Fu in quella drammatica occasione che Shawn convinse il fondatore della rivista, Harold Ross, a dedicare un intero numero sul bombardamento nucleare della città giapponese. L’articolo fu scritto dal Premio Pulitzer John Hersey e rappresentò il vero e proprio turning point del The New Yorker, specie dopo la morte di Harold Ross nel 1951 e la nomina di Shawn a direttore in quanto la rivista cominciò a focalizzare la propria attenzione sulle grandi tematiche del mondo post-bellico. Con l’inizio dell’era Shawn il The New Yorker divenne la lente d’ingrandimento sull’opinione pubblica americana con analisi e commenti su questioni come l’ambiente, la povertà, i conflitti razziali, la guerra del Vietnam e il disarmo nucleare cercando di delineare una nuova consapevolezza tra rivista e lettori. Com’è stato sottolineato dallo scrittore Eric Pace che definì la sua direzione della rivista come “l’arte invisibile dell’editing”, William Shawn divenne una figura di riferimento del panorama giornalistico americano, un uomo che “ha contribuito a modellare l’opinione pubblica e la discussione su questioni fondamentali”.
Molti lavori importanti sono apparsi sul The New Yorker durante la direzione Shawn: La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), un report di Hannah Arendt sul processo al famoso criminale nazista; Primavera silenziosa (1962) di Rachel Carson circa l’utilizzo di pesticidi chimici in agricoltura e il loro impatto sull’ambiente; A sangue freddo (1965) di Truman Capote, un’innovativa miscela di finzione e realtà che racconta dell’omicidio di una famiglia del Kansas; L’altra America (1963) di Michael Harrington che focalizzò la sua attenzione sulla povertà negli Stati Uniti.

Lo scrittore John McPhee

Sotto la guida di William Shawn apparvero anche saggi sulla razza di James Baldwin, lavori di narrativa di Edmund Wilson, Jerome Salinger, John Cheever, Milan Kundera, John Updike, Peter Handke, Philip Roth, scritti sullo sport di Roger Angell (baseball) e John McPhee (tennis) e recensioni cinematografiche di Pauline Kael. Shawn amava coinvolgere nuovi scrittori e incoraggiare originali produzioni culturali e sapeva sempre come migliorare un articolo o un saggio. Sotto la sua direzione, il The New Yorker catalizzò l’attenzione dell’opinione pubblica americana delle classi medie e medio-alte attraverso una sapiente miscela di articoli d’approfondimento, saggistica d’inchiesta e brillanti cartoni animati. La rivista della Grande Mela si impose così come il punto di riferimento letterario e sociale degli Stati Uniti negli anni ’60 e ’70.

Le dimissioni di Shawn e la sua eredità giornalistica

Verso la metà degli anni ’80, tuttavia, il vento cominciò a cambiare anche per il The New Yorker. Nel 1985 la rivista venne acquisita dal gruppo Advance Publishing e cominciarono a circolare le voci di un cambio al vertice del magazine nonostante le rassicurazioni che i proprietari avevano fornito a Shawn. La critica che veniva rivolta alla sua direzione era che la rivista stava diventando stantia e noiosa, che l’indaffarato pubblico cittadino aveva voglia di maggior disimpegno più che di letteratura o inchiesta sociale. Il declino si rifletté anche nella diminuzione delle pagine pubblicitarie all’interno del The New Yorker. La fine arrivò all’iniziò del 1987 quando la proprietà costrinse Shawn a rassegnare le dimissioni e annunciato che Robert Gottlieb avrebbe preso il suo posto. La notizia scatenò l’immediata rivolta dei circa 150 collaboratori della rivista che denunciarono il metodo adottato rifiutandosi di riconoscere il nuovo direttore.

Il logo del “The New Yorker”

Tuttavia, le lamentele della redazione non smossero gli intenti della proprietà e Shawn lasciò la rivista il 13 febbraio 1987. Nel lasciare il suo incarico, Shawn scrisse una toccante lettera d’addio al suo staff sottolineando il lavoro svolto nel tempo e mettendo in evidenza l’eredità che lasciava al The New Yorker. “Abbiamo costruito un qualcosa di meraviglioso insieme” – scrisse l’ormai ex direttore – “e l’amore è stata la nostra guida in tutti questi anni”. Come ha scritto uno dei suoi collaboratori, “non c’è stato nessun direttore di rivista in grado di padroneggiare un magazine così articolato e complesso come ha fatto lui. Nessuno ha dato lezioni di giornalismo a così tanti scrittori e artisti instillando un potente senso di possibilità e libertà”. William Shawn morì l’8 dicembre 1992 a New York per un attacco di cuore all’età di 85 anni. “Fare ciò che era meglio per la rivista”: questo il senso della vita di Shawn al The New Yorker. Il senso di responsabilità di un padre verso la propria famiglia.