Home C'era una volta Woody Guthrie, il padre della canzone di protesta

Woody Guthrie, il padre della canzone di protesta

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Il 12 luglio 1912 nella cittadina di Okemah in Oklahoma nasce il folksinger Woody Guthrie, considerato universalmente il padre della moderna canzone di protesta statunitense. Registrato all’anagrafe con il nome di Woodrow Wilson Guthrie a dieci anni già si guadagna da vivere come manovale. Impara poi a strimpellare la chitarra e a comporre brevi filastrocche per il divertimento dei suoi concittadini.

Questa chitarra uccide i fascisti

Quando la crisi si fa più pesante Woody Guthrie parte per cercare fortuna insieme a migliaia di altri disperati e negli anni della Grande Depressione vagabonda per l’America con gli “hobos”, i disoccupati costretti a spostarsi da un lato all’altro degli Stati Uniti alla ricerca di lavori precari. Le esperienze vissute in quel periodo e le storie delle persone che incontra diventano una delle principali fonti d’ispirazione delle sue ballate. La sua vicenda personale di artista “on the road” si intreccia però anche con le grandi lotte operaie, con i movimenti dei disoccupati e con i tentativi della sinistra americana degli anni Trenta e Quaranta di organizzare e offrire prospettive credibili alle grandi masse di quell’immenso paese. Woody non è al di sopra delle parti e, prima da solo, poi con gli Almanac Singers, garantisce presenza, sostegno e solidarietà alle azioni di lotta. Denuncia l’imbarbarimento fascista e partecipa attivamente alle iniziative per raccogliere fondi da destinare alla Repubblica Spagnola alle prese con quelli che lui considera i maggiori pericoli dell’epoca: il fascismo e il nazismo. Per non lasciare dubbi sul suo modo di pensare incide sul legno della cassa armonica della sua chitarra la frase “this machine kills fascists” (Questo strumento uccide i fascisti). Quando una stazione radio di Los Angeles, la WKVD, gli affida la conduzione di un programma di musica popolare, le sue canzoni lasciano la polvere delle piazze e dei bordi delle strade per diventare un patrimonio del folk americano di questo secolo.

La caccia alle streghe e la malattia

Dopo la seconda guerra mondiale, deluso dalla litigiosità interna della sinistra statunitense e perseguitato dalla caccia alle streghe contro i comunisti indetta dal senatore McCarthy, cerca di sopravvivere come può, ma inizia a dover fare i conti con un nemico invisibile che si muove nel suo stesso corpo: la paralisi progressiva, provocata dalla malattia dal morbo di Hutchinson. Nel 1954 entra per la prima volta in ospedale e fino alla morte non avrà più una vita normale. Non per questo rinuncerà a lavorare nei giorni in cui la malattia allenterà la presa. Il 3 ottobre 1967 dopo un calvario durato tredici anni di ricoveri, guarigioni e speranze muore al Queen Hospital di New York. Quando il suo cuore cessa di battere lascia in eredità al mondo un patrimonio musicale di enormi proporzioni. La sua produzione musicale, infatti, ha spaziato su molti fronti: dalle canzoni per bambini a quelle di lotta, alle ballate, alle canzoni di protesta. Si calcola che siano più di un migliaio i brani da lui composti e destinati a influenzare le generazioni successive di folksinger nordamericani. Sulla sua esperienza ha scritto nel 1943 un libro autobiografico, “Bound for glory”, da cui nel 1976 è stato tratto l’omonimo film, uscito in Italia con il titolo “Questa terra è la mia terra”, diretto da Hal Ashby, sceneggiato da Robert Getchell e con David Carradine nella parte di Woody. Quando muore, il vecchio compagno di tante avventure Pete Seeger e suo figlio Arlo chiamano a raccolta amici e discepoli per celebrarlo degnamente con due grandi concerti in sua memoria sulle due coste degli Stati Uniti i cui incassi e i diritti relativi vengono destinati alla neocostituita Fondazione Woody Guthrie che ha tra gli scopi principali quello di realizzare una biblioteca a Okemah, il paese natale del folksinger, e di finanziare la ricerca sul morbo che l’ha ucciso.

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Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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