Home C'era una volta Gran Funk Railroad, il pubblico li ama, la critica non li capisce

Gran Funk Railroad, il pubblico li ama, la critica non li capisce

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Il 5 giugno 1971 i biglietti per il concerto dei Gran Funk Railroad allo Shea Stadium di New York si esauriscono a sole settantadue ore dall’apertura dei botteghini. Si calcola che la band abbia guadagnato, prima ancora di suonare una sola nota, ben trecentoseimila dollari, superando il record dei Beatles del 1966 che era stato di trecentoquattromila dollari.

La band fracassona che straccia il record dei Beatles

L’organizzatore Sid Bernstein, interpellato sull’argomento, non nasconde la sua sorpresa: «Non avrei mai creduto che qualcuno potesse essere più popolare dei Beatles». Un bel colpo per una band snobbata dalla critica che la ritiene troppo “fracassona” e poco originale! Il gruppo nato a Flint, nel Michigan, per la verità, fracassone lo è davvero, visto che in brevissimo tempo sono diventati uno dei capisaldi dell’hard rock statunitense, ma i meriti non si fermano qui. La potenza devastante della batteria di Don Brewer, ben supportata dalle evoluzioni al basso di Mel Schacher, sono entrate nell’immaginario degli adolescenti statunitensi così come la potente voce del chitarrista Mark Farner, uno dei più amati “guitar hero” del periodo.

Grande paura della ferrovia

Il loro nome significa letteralmente “Grande paura della ferrovia” e, come spiega lo stesso Farner, è la traduzione di un’espressione dei nativi americani con la quale veniva definito il passaggio dei primi treni nelle loro praterie. Quando debuttano al Festival pop di Atlanta del 1969 sono poco più che sconosciuti, non hanno ancora un contratto discografico, ma galvanizzano gli oltre centoventicinquemila presenti. Il loro primo album On time, pubblicato dalla Capitol poco tempo dopo, senza passaggi radiofonici e ferocemente stroncato dalla critica, scala le classifiche e diventa “disco d’oro” in poche settimane. Il loro rapporto con il pubblico è il vero valore in più della loro storia. La critica non li accetterà mai e, incapace di spiegarsi un successo così prepotente finirà per attribuirlo a “i muscoli e i lunghi capelli biondi” di Mark Farner.

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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