Home C'era una volta Eddy Merckx, il cannibale

Eddy Merckx, il cannibale

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Il 17 giugno 1945 a Meensel-Kiezegem, in Belgio nasce il ciclista Eddy Merckx soprannominato “il cannibale” per la sua insaziabile fame di successi.

Tre volte campione del mondo

Vincitore di cinque Giri d’Italia nel 1968, 1970, 1972, 1973 e 1974, vanta un palmarès di vittorie destinato, con ogni probabilità, a rimanere insuperato per molto tempo, soprattutto in un periodo come quello attuale in cui il ciclismo si sta caratterizzando più per le specializzazioni che per la capacità di dominare su ogni terreno e su qualunque percorso. La sua filosofia può essere sintetizzata in questa sua dichiarazione: «Chi arriva prima di me può vantarsi di avermi battuto, perché io non concedo nulla a nessuno». Tre volte campione del mondo ha segnato con la sua classe e il suo stile il decennio che va dalla metà degli anni Sessanta alla prima metà degli anni Settanta. L’elenco dei suoi successi è impressionante. Vince con la maglia bianconera della Peugeot la prima delle sette Milano-Sanremo già nel 1966 e nel 1968 a soli 23 anni quando vince il primo Giro d’Italia indossa la maglia della squadra italiana della Faema. L’anno precedente ha vinto un titolo di campione del mondo, una Freccia Vallone e una Gand-Wevelgem. Spietato dominatore su tutti i terreni, non appena si accorge di non poter continuare ai livelli che gli sono abituali, decide di lasciare il ciclismo agonistico e nel 1978 appende la bicicletta al chiodo.

L’identificazione con il suo paese

Il segreto di una fame rabbiosa di vittorie come quella che ha fatto guadagnare a Eddy Merckx il soprannome di cannibale non è tanto da ricercare in qualche eccellenza della struttura fisica o in un’intelligenza tattica sopraffina. Queste caratteristiche ci sono e hanno il loro peso nella carriera del campione, ma la ragione prima è da ricercare nella capacità di identificarsi profondamente con il suo paese. Per lui l’idea che l’intero Belgio lo seguiva trepidante era come una droga ed era la motivazione che più lo spingeva a non lasciare agli altri neppure le briciole dei piccoli circuiti. Quello di Merckx è l’orgoglio di un uomo, un campione che è diverso dai protagonisti del passato anche perché a differenza di molti protagonisti della storia del ciclismo di quegli anni e degli anni precedenti, non ha mai dovuto patire la fame. Per molti storici del ciclismo è stato il primo grande ciclista borghese della storia. Figlio di un commerciante di Meensel-Kiezegem arriva a correre in bicicletta per passione e non per necessità di guadagno dopo aver praticato un po’ di atletica e un po’ pugilato. Corre perché gli piace e corre per vincere tutto quello che può. Dopo una lunga fila di ciclisti che rappresentavano una delle due anime in cui da sempre è diviso il Belgio, lui è orgoglioso di sentirsi espressione di un solo paese. Non è un caso che un giorno a una domanda del compianto telecronista Adriano De Zan sulla sua identificazione territoriale («Eddy, ti senti più fiammingo o vallone?») lui risponda secco: «Io mi sento solo e soltanto belga».

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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