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Come cambierà la green economy dopo il Coronavirus

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Come cambierà la green economy dopo il coronavirus

L’emergenza sanitaria provocata dal COVID-19 ha colpito duramente il globo in maniera imprevedibile, provocando morti e conseguenze economiche rilevanti. Ci sono stati tuttavia dei risvolti che hanno fatto intravedere qualcosa di positivo in questa vicenda, primo su tutti i benefici che questa pandemia ha portato all’ambiente. Potrebbe essere questo l’aspetto su cui focalizzarsi per far ripartire l’economia, facendole fare una svolta più green, evitando di commettere nuovamente gli errori del passato adesso che ciò che è accaduto ci ha fatto aprire gli occhi e avere una nuova consapevolezza di ciò che ci circonda. Già Greta Thunberg, la giovane attivista svedese, aveva manifestato per far mettere in atto un cambio di paradigma in difesa dell’ambiente. La possibilità concreta che in futuro ci potranno essere nuove pandemie, porta a pensare che la strada da seguire da qui in avanti dovrà essere quella della Green Economy. I vantaggi che questa potrà portare sono un maggiore tasso di occupazione, rendimenti più alti e risparmi a lungo termine.

Il fenomeno del “negazionismo ambientale”

Nonostante il riscaldamento globale sia diventato la grande tematica del secolo, esistono tuttora tesi che mettono in discussione l’esistenza di questo problema, anche di fronte alle confutazioni salde ed evidenti della comunità scientifica. Le argomentazioni portate a sostegno dei negazionisti sono state varie nel corso del tempo: per loro le emissioni di gas serra prodotti dalle attività umane non sono in grado di alterare i livelli di anidride carbonica, ma ci sono altri flussi più importanti come quelli dei vulcani che portano nell’atmosfera quantità gigantesche di polveri e solfati. È vero che ci sono delle emissioni di CO2 che derivano dalla fotosintesi o dalla respirazione di altri organismi viventi, ma sono inseriti all’interno di un equilibrio che dipende dalle condizioni dell’atmosfera, e che si è mantenuto costante negli ultimi diecimila anni. L’influenza umana è stata rilevante in tanti altri aspetti, come la riduzione delle coperture di neve e ghiaccio che hanno provocato l’innalzamento del mare, fino a cambiamenti climatici estremi.

Il negazionismo si è reso evidente anche nella stipulazione del Protocollo di Kyoto, dove i maggiori emettitori mondiali di sostanze nocive si sono rifiutate di assumere vincoli per ridurle, anche se nel successivo accordo di Parigi quasi tutti i Paesi hanno accettato di controllarle, seppur con differenziazioni. Sebbene queste teorie si stiano assottigliando col passare del tempo, ci sono alcuni Paesi come gli Stati Uniti dove la pressione delle lobby dell’industria petrolifera e del carbone ha una grande rilevanza.

L’impatto del COVID-19 sull’ambiente

Si stima che il coronavirus abbiamo condotto a un miglioramento della qualità dell’aria, soprattutto nelle città date le limitazioni imposte dal governo in merito alla circolazione, che ci hanno permesso di avere in televisione una loro visione inedita: erano completamente vuote. Questo cambiamento è dovuto anche dalla sospensione di gran parte del traffico aereo, inoltre le acque del mare e degli oceani sono diventate più pulite grazie al minor transito di barche e alla momentanea cessazione del turismo di massa.  La produzione nei mesi di lockdown è rallentata, determinando un crollo degli inquinamenti atmosferici, soprattutto in Paesi come la Cina dove c’è un forte utilizzo di carbonio, e un calo delle emissioni di gas serra dovuto in particolar modo allo stop di molte industrie. Un altro aspetto inedito che il COVID-19 ha fatto scoprire è il suono della natura: la quantità esigua di veicoli per strada e la chiusura di molte aziende ha ridotto l’inquinamento acustico, portando anche all’avvenimento di fenomeni curiosi come la comparsa di animali per le strade vuote delle città che solitamente avevano timore di avvicinarsi.

L’unica concreta preoccupazione dal punto di vista ambientale che ha messo in luce la vicenda coronavirus è l’aumento dei rifiuti prodotti, dovuto all’ingente consumo di mascherine e guanti, nonché di articoli per fare le pulizie, sempre più monouso perché dopo il loro utilizzo vanno gettati per scongiurare la diffusione del virus. Tuttavia i vari aspetti positivi sono un ottimo spunto per rilanciare l’economia in chiave green e preservare il nostro futuro. Il Recovery Plan europeo vuole attivare finanziamenti comuni per portare a questa rinascita. La ripresa deve valorizzare aspetti come il riciclo della plastica, l’uso di fonti rinnovabili, condurre le città verso una mobilità decarbonizzata e spingere per un modello di agricoltura sostenibile.

Il riciclo al centro di tutto

Lo smaltimento della plastica è un processo fondamentale per evitare che vi siano conseguenze irreversibili nei confronti dell’ambiente, questo perché è un materiale a lenta degradabilità che impiega un centinaio di anni minimo per scomparire. Smaltire la plastica permette di recuperarla per ottenere nuovi prodotti tramite il riciclaggio meccanico, mediante il quale avviene una rilavorazione termica dei rifiuti plastici. Attraverso il riciclaggio chimico invece c’è un ritorno alla materia prima di base. La plastica che non viene riciclata può essere un’ottima fonte di energia: essa ha infatti un potere calorifico paragonabile a quello del carbone.

 

 

 

 

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