Maqa, e-commerce italiano specializzato in forniture sostenibili per l’HO.RE.CA., fa il punto sulla transizione del settore a cinque anni dall’entrata in vigore della direttiva SUP. Tra compostabili, biodegradabili e materiali a base vegetale, cosa sta succedendo davvero dentro la filiera delle forniture professionali.
Quando, nel luglio 2021, è entrata in vigore in Italia la direttiva europea Single-Use Plastics, pochi comparti hanno subito un impatto tanto immediato e diffuso quanto quello dell’HO.RE.CA., l’acronimo che riunisce hotel, ristoranti, bar e catering. Piatti, posate, cannucce, bicchieri e contenitori in plastica monouso, fino a quel momento spina dorsale di una parte rilevante del food service e dell’accoglienza, sono spariti, o avrebbero dovuto sparire, dalla circolazione professionale.
Cinque anni dopo, lo scenario è più articolato di quanto raccontino le prime narrazioni. La transizione c’è stata, è in larga parte avvenuta, ma non in modo lineare. E ha portato con sé una serie di nodi che vale la pena guardare da vicino: la qualità reale dei materiali alternativi, la capacità delle filiere di smaltimento di riceverli, la sostenibilità economica del passaggio per le piccole imprese. A osservare la trasformazione del comparto dall’interno, con il duplice punto di vista di chi rifornisce migliaia di attività e di chi raccoglie quotidianamente le loro richieste, è MAQA, e-commerce italiano specializzato in forniture professionali sostenibili per il settore HO.RE.CA., che opera trasversalmente tra packaging alimentare biodegradabile e compostabile, soluzioni per asporto e delivery e kit cortesia ecologici realizzati con ingredienti naturali.
Materiali, certificazioni, nuove abitudini: cosa è cambiato davvero
I materiali oggi più diffusi nel packaging professionale alimentare appartengono a tre famiglie principali: cellulosa e cartoncino certificato (spesso da fonti FSC o PEFC), bioplastiche compostabili come il PLA, ottenuto da fonti vegetali rinnovabili, e materiali compositi a base di polpa di cellulosa o bagassa, lo scarto della canna da zucchero. Sul fronte dei kit cortesia per l’accoglienza, alle classiche linee di flaconcini monouso si sono affiancati dispenser ricaricabili e formule cosmetiche a base di ingredienti naturali, con packaging in materiali riciclati o compostabili.
«Negli ultimi anni il catalogo del food service professionale si è letteralmente riscritto», osservano dal Team Marketing di MAQA. «Le richieste che arrivano dai locali oggi non riguardano più solo il prezzo o la disponibilità di una referenza, ma la sua certificazione, l’origine della materia prima, la compatibilità con il sistema di raccolta del Comune in cui l’attività opera. È un livello di consapevolezza nuovo, che fino a cinque anni fa non esisteva.»
I numeri raccontano una dinamica reale, anche se non lineare. Secondo l’11° rapporto annuale di Assobioplastiche, basato sullo studio di Plastic Consult e pubblicato nel 2025, nel 2024 la filiera italiana delle plastiche biodegradabili e compostabili contava 278 aziende, 2.913 addetti dedicati, 121.500 tonnellate di manufatti prodotti e un fatturato complessivo di 704 milioni di euro. Dati che fotografano un comparto strutturato ma ancora attraversato da contraddizioni: dopo un 2023 negativo, il 2024 ha segnato un “timido rimbalzo” — come l’ha definito il presidente di Assobioplastiche Luca Bianconi — frenato dalla persistenza di prodotti illegali sul mercato e da regole attuative che, dal regolamento europeo PPWR alla raccolta locale, devono ancora dispiegare i loro effetti.
Dietro al cambiamento: il nuovo ruolo dei fornitori
Una parte spesso poco raccontata di questa transizione è il ruolo di chi sta dall’altra parte del banco: i fornitori professionali che hanno dovuto ricostruire, in tempi molto stretti, interi cataloghi, certificazioni e logiche di approvvigionamento. Una funzione che non si esaurisce nella sostituzione di un materiale con un altro, ma che diventa di accompagnamento tecnico per chi gestisce un’attività e si trova a dover fare scelte complesse senza essere uno specialista del settore.
«La transizione non si esaurisce nella sostituzione di un piatto di plastica con uno in polpa di cellulosa», spiegano da MAQA. «Per le strutture si tratta di rivedere un intero modo di lavorare: dai tempi di stoccaggio alla coerenza estetica, dalla compatibilità con i sistemi di raccolta differenziata locali alla certificazione dei materiali. È qui che il fornitore diventa un interlocutore tecnico, non più solo un catalogo. Una pasticceria di quartiere e un hotel quattro stelle non hanno gli stessi bisogni, ma hanno entrambi bisogno di qualcuno che traduca per loro il quadro normativo in scelte concrete e sostenibili anche dal punto di vista economico.»
Dove la transizione si blocca ancora
Le criticità, naturalmente, non mancano. La prima è infrastrutturale: perché un piatto compostabile possa davvero chiudere il ciclo, serve che venga conferito nella frazione organica e che gli impianti di compostaggio del territorio siano in grado di trattarlo, condizione che in Italia non è ancora uniforme. La seconda riguarda la qualità: la sigla “biodegradabile” copre realtà molto diverse, e una parte del lavoro di trasparenza, certificazione e formazione resta da fare. La terza è economica: per le piccole attività, la differenza di costo tra plastica tradizionale e alternative sostenibili è ancora un fattore.
«Sono i tre punti su cui riceviamo più domande dalle attività che si rivolgono a noi», confermano. «E sono tre nodi che la filiera dovrà sciogliere insieme, perché non possono essere affrontati solo dal lato dei materiali. Servono coordinamento con gli enti locali per la raccolta, certificazioni più leggibili per chi acquista, e una pianificazione che permetta anche alle piccole imprese di sostenere il passaggio senza penalizzare il proprio conto economico.»
Eppure, sommando spinta normativa, pressione del mercato e crescente consapevolezza del cliente finale, la direzione appare ormai irreversibile. La fine della plastica monouso nel food service non è un episodio: è il primo capitolo di una trasformazione più ampia, che chiede a un intero comparto, dalle forniture alle insegne, dai grandi gruppi alle pasticcerie di quartiere, di ripensare il proprio rapporto con i materiali. Una rivoluzione fatta di piccoli oggetti, che dentro la green economy italiana sta lasciando un segno più profondo di quanto sembri.





























