“Guerra e scienze sociali: analisi e riflessioni”
Relazione di Stefano Agati

Le relazioni tra guerra e società sono abbastanza in ombra nelle scienze sociali, “pochi autori di spicco se ne sono occupati, come se la guerra fosse un’eccezione, un’anomalia da ignorare. Esiste certamente un’importante tradizione di sociologia delle professioni e delle organizzazioni militari, ma è proprio la guerra, come dinamica quasi sempre imprevedibile e fattore di cambiamento, a non trovare che un posto marginale nel sapere normale della società. Si tratta di una lacuna che si estende ad altri saperi come la filosofia politica o la politologia. Insomma, quando la parola spetta alle armi, la conoscenza sembra arrestarsi” (Dal Lago 2010, 8). Il mancato consolidamento di una importante tradizione di sociologia della guerra non implica, tuttavia, una completa assenza di interrogativi sul nesso società e guerra. “Gaston Bouthoul, subito dopo il secondo conflitto mondiale, si propone la costruzione di una vera e propria “scienza della guerra”, da lui definita “polemologia” (Guareschi 2015, 122). A suscitare perplessità fu soprattutto la costante della regolazione demografica “un approccio basato sulla comparazione di serie storiche assai eterogenee, nello spazio e nel tempo, e le generalizzazioni che ne discendono. Inoltre la trasformazione di una costante – ogni guerra produce uccisioni – in una funzione determinante – la guerra ha per scopo la produzione di uccisioni – può risultare epistemologicamente sospetta, per non parlare poi del fatto che l’eccedenza di esseri viventi, su cui la guerra interverrebbe come meccanismo regolatore, si presenta come un dato difficilmente determinabile. E così la polemologia non è di fatto sopravvissuta al suo fondatore” (Ibidem).

La sociologia e la filosofia politica hanno cercato di razionalizzare il fenomeno bellico, spostando l’attenzione dall’evento militare alle sue radici strutturali, cercando di individuarne i motori invisibili e offrendo una visione deterministica della guerra come risultato di spinte specifiche di tipo economico, spaziale, demografico, antropologico e politico.

Già agli albori della storia “la mitologia sembra dunque indicare un ordine arcaico in cui despotes era la potenza che conteneva in sé, insieme, Terra e Mare, Ordine globale che si è spezzato con la comparsa del Nomos, e cioè la distribuzione delle parti tra diverse potenze” (Cacciari 2026, 26), che a loro volta comprendono fin dalle loro origini che la loro potenza è debole e finirà con l’annullarsi se non si esercita e non si tenta di estendere sempre più la propria sovranità cercando di inglobare in sé altre Contrade geografiche.

Le egemonie passate, come l’Impero Romano o quello Cinese, si percepivano come “mondi” a sé stanti ma restavano confinate entro limiti geografici terrestri e regionali, l’epoca moderna inaugurata dall’Europa ha introdotto una discontinuità radicale. Con la scoperta del “Nuovo Mondo”, l’Europa non ha solo allargato i propri confini, ma ha cambiato la natura stessa della politica. Per la prima volta, la Terra è stata concepita come una totalità misurabile e dominabile. La vera svolta verso il Weltraum (spazio-mondo) è avvenuta con lo spostamento dell’asse egemonico verso l’oceano. Il mare, per sua natura privo di confini e barriere, ha permesso all’Occidente, guidato prima dalla Gran Bretagna e poi dagli USA, di proiettare potenza ovunque.

Ma “l’egemonia del grande spazio occidentale americano non può certo dirsi “compiuta”; essa è ancora vitale, ma con ogni evidenza versa in una situazione di crisi: quello slancio egemonico che sembrava inarrestabile dopo il 1989 (e che dura dalla fine del XIX secolo) si è spezzato. Grandi spazi terracquei-aerei si dividono il pianeta, ma senza che tra loro sia stato stabilito un accordo lontanamente simile a quello che ha garantito per quasi mezzo secolo l’equilibrio tra i Titani vincitori della seconda Grande Guerra” (ivi, 40-41).

 

Oggi la diversità ideologica è diventata pura retorica, è sparita ogni traccia di riferimenti reali a identità e valori, resta solo la nuda realtà geopolitica. Ideali ed alti scopi morali facilmente comprensibili vengono semmai gettati in pasto all’opinione pubblica per ottenere consenso, tuttavia a dare la prima spinta all’ondata populista che ci sta travolgendo ha contribuito soprattutto la crisi finanziaria ed economica del 2008, acuendo la “psicologia sociale della paura, che si diffonde quando il futuro appare più cupo del presente – e come essa, materializzandosi sotto forma di opinione pubblica, finisca per elevare personaggi tanto vistosi quanto incompetenti e irresponsabili ai più alti e delicati incarichi sulla scena internazionale. Occorre quindi ribadire quella che dovrebbe essere un’ovvietà ma che, a quanto pare, non lo è: incompetenza e irresponsabilità non possono che provocare danni ben più gravi e duraturi di quelli che quei personaggi pretendono di saper risolvere. Insomma la paura del futuro rende il futuro ancora più pauroso” (Graziano 2026, 10), così la massa più facilmente aderisce a quella predisposizione psicologica, a quell’istinto di conservazione detto “comportamento gregario”, sfatando ancora una volta il luogo comune secondo cui “nessuno vuole la guerra”. Di questo passo potrebbe prevalere la sciagurata tecnica faustiana della tensione verso l’infinito con questo fine: che sia interesse del sistema “la grande catastrofe per dar vita sotto il suo incontrastato dominio, liberandosi da tutto il “vecchio Politico”, a un nuovo Inizio” (Cacciari 2026, 44).

 

Tuttavia l’idea che la complessità dell’interdipendenza del sistema tecnico-economico-finanziario mondiale agisca come un potente freno a un conflitto totale per l’egemonia, è plausibile. A differenza del passato, le economie delle grandi potenze sono così intrecciate che distruggere l’avversario significherebbe causare il collasso del proprio sistema finanziario e produttivo. È una sorta di “deterrenza economica” che integra quella nucleare.  L’egemonia non si misura più solo con il controllo territoriale, ma con il primato tecnologico e la stabilità dei flussi finanziari. Una guerra totale distruggerebbe le infrastrutture invisibili, internet, mercati dei capitali, su cui poggia il potere stesso di chi vincerebbe. Le potenze competono ferocemente, ma devono farlo dentro i binari del sistema per non autodistruggersi, trasformando la lotta per l’egemonia in una “guerra fredda permanente” o in una competizione tecnologica, piuttosto che in uno scontro frontale.

BIBLIOGRAFIA

Cacciari (2026). Il mito del globo. In Cacciari M., Esposito R., Kaos, Il Mulino, Milano, pp. 13-51.

Dal Lago A. (2010), La dimensione sociale della guerra, Id., Le nostre guerre, Manifestolibri, Roma, pp. 81-104.

Graziano Manlio (2026), Come si va in guerra, Mondadori, Milano.

Guareschi Massimiliano (2015), Guerra e scienze sociali: una relazione difficile, in Quaderni di Teoria sociale, Morlacchi Editore, Perugia.

 

 

 

 

PROFILO DI STEFANO AGATI

 

Sociologo professionista, membro del Direttivo Nazionale Associazione Nazionale Sociologi, Dirigente ANS Trentino – Alto Adige, Presidente Onorario e Past President Dipartimentale ANS Veneto. Dottore magistrale in Psicologia dell’Educazione e in Sociologia ad indirizzo Psicologico. Docente, specialista senior Formazione e sviluppo risorse umane, corso di perfezionamento “Fare Formazione”, Attestato n. 14/1993 SDA Bocconi Milano. Già Professore a contratto nell’ambito disciplinare del Management sanitario presso l’Università degli Studi di Padova, Facoltà di Medicina e Chirurgia. Come Relatore ha partecipato a diversi Convegni ANS presso l’Università di Roma La Sapienza. In qualità di Moderatore ha partecipato ad alcuni convegni di carattere sociologico presso il Senato della Repubblica. Inoltre ha interagito con il Laboratorio di Sociologia del Dipartimento di Lingue, Letterature, Formazione, Comunicazione e Società (DILL) dell’Università degli Studi di Udine.