Home Green Economy La tassonomia verde, cos’è e perché è utile

La tassonomia verde, cos’è e perché è utile

SHARE
Tassonomia verde

Cos’è la tassonomia verde (in inglese Green Taxonomy) e perché è utile adottare strumenti come il Life Cycle Assessment (LCA) per essere allineati ad essa.

Il tema del cambiamento climatico ha acquisito, nel corso degli anni, sempre maggiore importanza e generato un interesse più forte da parte di cittadini e istituzioni. Questa maggiore sensibilità, favorita anche da accordi internazionali come l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e la COP26 di Glasgow, trova uno sbocco anche nelle politiche messe in atto dall’Unione Europea, che punta all’obiettivo della carbon neutrality entro il 2050.

 

“L’UE vuole favorire la finanza sostenibile e indirizzare le scelte di investimento degli agenti economici tenendo conto dei fattori ESG (Environmental, Social e Governance), ovvero degli aspetti legati alla riduzione dell’impatto ambientale, alla gestione attenta delle persone e delle comunità e alla governance equilibrata delle organizzazioni”, dichiara Primiano De Rosa-Giglio, Business Line Manager Sustainability di TÜV Italia.

 

LA TASSONOMIA EUROPEA DELLE ATTIVITÀ SOSTENIBILI

Il Regolamento UE 2020/852 ha introdotto la “EU Taxonomy of Sustainable activities”, un meccanismo di classificazione delle attività che possono essere considerate sostenibili in base a quanto sono allineate agli obiettivi ambientali dell’Unione Europea e alla compliance con alcune clausole di carattere sociale. La tassonomia individua sei obiettivi ambientali e climatici:

 

  1. Mitigazione del cambiamento climatico;
  2. Adattamento al cambiamento climatico;
  3. Uso sostenibile e protezione delle risorse idriche e marine;
  4. Transizione verso l’economia circolare, con riferimento anche a riduzione e riciclo dei rifiuti;
  5. Prevenzione e controllo dell’inquinamento;
  6. Protezione della biodiversità.

“Un’attività, per essere allineata alla tassonomia, deve contribuire positivamente ad almeno uno dei sei obiettivi ambientali sopracitati, non produrre impatti negativi su nessun altro obiettivo e rispettare standard sociali minimi”, aggiunge De Rosa-Giglio.

 

La contribuzione agli obiettivi viene determinata tramite criteri tecnici di screening (TSC); questi criteri quantitativi permettono di definire se specifiche attività economiche possono dirsi “sostenibili”, oppure se, al contrario, non sono in linea con gli obiettivi ambientali.

 

La tassonomia è una guida per le organizzazioni, che hanno la possibilità di valutare la sostenibilità delle proprie attività e definire strategie di sostenibilità ambientale e per una rendicontazione (report di sostenibilità) più concreta e comparabile; una guida per gli investitori, in modo da comprendere l’impatto ambientale delle attività economiche nelle quali investono e integrare i criteri ESG nelle analisi del rischio, e infine una “lista della spesa per il futuro dell’umanità”, ossia una lista di quelle attività su cui possiamo contare per un futuro sostenibile a impatto zero.

 

QUAL È L’IMPATTO SULL’ECONOMIA ITALIANA?

I settori presi in considerazione dalla tassonomia hanno un peso rilevante sul sistema produttivo italiano. A livello nazionale le imprese operative nei settori identificati dalla tassonomia sono il 26,5% delle società di capitale italiane e impiegano 1 milione e 700 mila addetti. Il Regolamento UE 2020/852, prevede che le organizzazioni soggette alla Direttiva sulla rendicontazione non finanziaria (NFRD) e, successivamente, alla nuova Direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità delle imprese (CSRD) dovranno rendicontare in merito all’allineamento delle proprie attività alla tassonomia.

 

COSA POSSONO FARE LE AZIENDE?

Le aziende possono iniziare a riflettere sul proprio modello di business e sulla propria strategia di sostenibilità, a misurare e raccogliere dati sull’impatto dei propri processi/prodotti confrontandoli con i criteri di screening della tassonomia e a rendicontare questi dati in modo integrato ed efficace.

 

“Qui entra in gioco il Life Cycle Assessment (LCA), metodo scientifico che permette alle aziende di calcolare l’impatto ambientale dei propri prodotti lungo il loro intero ciclo di vita”, aggiunge De Rosa-Giglio. “Tramite l’applicazione di questo metodo le aziende possono rispondere anche alle esigenze correlate agli obiettivi della tassonomia”.

 

COME FUNZIONA UNO STUDIO LCA

Uno degli output di uno studio LCA è la quantificazione dell’impatto che un prodotto ha sul cambiamento climatico. È, infatti, possibile calcolare le emissioni di CO2 equivalenti che il prodotto causa nell’arco del suo ciclo di vita. Possedere queste informazioni consente all’azienda di evidenziare le fasi critiche su cui andare ad agire in ottica di mitigazione dell’impatto e di conoscere meglio il contesto in cui opera in modo da poter pianificare azioni di adattamento al cambiamento climatico.

 

“Il Life Cycle Assessment non è focalizzato esclusivamente sul cambiamento climatico, e le aziende possono decidere di quantificare anche gli impatti ambientali legati al consumo e all’inquinamento delle risorse idriche, del suolo o dell’aria che respiriamo”, conclude De Rosa-Giglio. “Grazie a queste informazioni esse possono intervenire in maniera mirata sui propri processi per proteggere le risorse del pianeta e prevenire l’inquinamento”.

 

Implementare uno studio LCA significa quantificare i flussi di rifiuti, reflui ed emissioni in uscita dalla propria azienda e l’impatto delle relative operazioni di smaltimento e trattamento. Avere queste informazioni permette alle aziende di conoscere e controllare i propri flussi di output che risultano critici per l’ambiente e di iniziare a lavorare su opzioni di trattamento alternative, identificando potenziali nuovi utilizzi che trasformerebbero i rifiuti in sottoprodotti, dando quindi vita a nuovi processi circolari.