Home C'era una volta I Foghat: far morire la memoria del blues è razzismo

I Foghat: far morire la memoria del blues è razzismo

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Nell’estate del 1977 vari intellettuali e ricercatori denunciano lo stato di conservazione delle vecchie registrazioni di brani del blues delle origini conservate presso la Public Library di New York in Lincoln Centre. «C’è bisogno di un restauro complessivo degli archivi. Alcuni supporti magnetici sono già irrimediabilmente danneggiati e nessuno si preoccupa. È un pezzo importante della non lunghissima storia di questo paese che se ne sta andando. Non ci bastano le adesioni formali, abbiamo bisogno di soldi e di attrezzature, non di chiacchiere…».

Un appello che cade nel vuoto?

Il grido d’allarme degli studiosi sembra non scalfire l’ambiente musicale statunitense che non dà segni di vita. In più, come se non bastasse la mancanza d’attenzione, c’è chi mette addirittura in discussione la legittimità di considerare “reperti storici” i nastri e i documenti conservati nell’archivio, ritenendoli in gran parte «paccottiglia musicale la cui scomparsa lascerà del tutto indifferenti i veri studiosi della storia e delle tradizioni degli Stati Uniti d’America». Proprio quando sembra che la questione stia ormai annegando in polemiche inutili e pretestuose, qualcuno trova il coraggio di prendere posizione.

Salviamo la memoria del blues!

È la rock-band britannica dei Foghat, che il 30 settembre 1977 rompe gli indugi e si esibisce in concerto al Palladium di New York per raccogliere fondi da destinare al restauro della raccolta. Nato da una costola dei Savoy Brown, il gruppo ha lasciato nel 1973 il Regno Unito seguendo le rotte degli antichi emigranti e ha ottenuto uno straordinario successo negli Stati Uniti con album come il milionario Energized o Rock and roll outlaws. Tocca al cantante Dave Peverett spiegare al pubblico il motivo per il quale proprio loro, britannici, hanno deciso di battersi per salvare l’archivio: «Non capisco perché gli americani non si impegnino in modo più energico per difendere un pezzo di quello che secondo noi è il patrimonio più importante della loro cultura: una musica che ha cambiato il modo di suonare di milioni di persone nel mondo. Vorremmo sbagliarci, ma abbiamo l’impressione che dietro a tutte le strane giustificazioni, le polemiche e l’indifferenza che abbiamo colto in questi giorni ci fosse una ragione sola: il razzismo. Si vuol far morire la memoria del blues perché la si considera soltanto la memoria dei neri».

 

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Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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