Home Green Screen Perfetti Sconosciuti: l’eclissi della comunicazione

Perfetti Sconosciuti: l’eclissi della comunicazione

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Cominciamo con una constatazione: Perfetti Sconosciuti, il film di Paolo Genovese nelle sale in questi giorni, è una piacevolissima sorpresa. In genere i film con un cast di ‘all stars’ in salsa italiana fanno subito pensare ai cinepanettoni, specie se ci si aspetta di vedere una commedia. In effetti il fatto che nel cast compaiano ‘gli impegnati’ Alba Rohrwacher e Giuseppe Battiston da subito insinua il dubbio che non si tratti di qualcosa di leggero puro e semplice. Vedendolo si scopre che, seppure si ride, ben presto la consapevolezza lascia il posto ad un ‘riso amaro’.
L’idea è forte: una cena con delitto in cui tutti i commensali si scoprono colpevoli, e tutti usano la stessa arma – il loro smartphone.
Noi tutti abbiamo sviluppato un attaccamento morboso al nostro telefono, e questo è accaduto perché, in maniera sempre crescente, questo apparecchio ha smesso di essere semplicemente un telefono ed è diventato il contenitore di tutte le informazioni che ci definiscono come individui. Non abbiamo scelto che questo accadesse, è stato il progresso della tecnologia a determinarlo. Ma basta fermarsi un secondo a riflettere per constatare la portata sociale di questa rivoluzione: in maniera simile funzionò la diffusione di un altro apparecchio, la televisione, che il grande Umberto Eco, scomparso in questi giorni, nel suo Apocalittici e Integrati (1964) paragona addirittura all’energia nucleare per la sua capacità di determinare lo sviluppo della società contemporanea.
I telefoni di ultima generazione hanno prodotto uno stravolgimento radicale delle nostre abitudini comportamentali, che da un lato ci condiziona, e al quale dall’altro lato noi per primi, costantemente, collaboriamo. Ci rendiamo in ogni momento reperibili, visibili, localizzabili. E la cosa ci piace, fin quando riusciamo a governare il corso degli eventi.
Ma cosa accadrebbe se, per una sera, non fossimo più padroni delle informazioni che passano per il nostro telefono e fossimo costretti a condividerle senza filtri con tutte le persone che ci sono accanto? Basta soltanto la domanda a suscitare un’istintiva repulsione, perché tutti hanno nell’armadio scheletri più o meno grandi, solo che nell’era digitale quell’armadio sta nel palmo di una mano e lo portiamo sempre con noi.
È Eva, la padrona di casa, a proporre agli invitati di rendere pubblico il contenuto di tutti i messaggi, le mail e le telefonate che riceveranno nel corso della cena, ed è subito chiaro a tutti che il gioco della trasgressione si trasformerà in un gioco al massacro. Qualcuno tenta di sviare, ma alla fine l’esigenza di simulare un comportamento trasparente vince sulla paura, e tutti si prestano loro malgrado all’esperimento: da quel momento la scrittura del film e gli attori, tutti bravi, mettono in scena un abile crescendo di gag, rivelazioni, scoperte e confessioni che non risparmia nessuno dei protagonisti e procede implacabilmente fino allo schianto finale.
Queste le portate succulente di una “tranquilla” cena tra amici: la coppia dei padroni di casa, lui chirurgo plastico (Marco Giallini) e lei psicanalista (Kasia Smutniak) – ciò che si dice una contraddizione in termini, la coppia apatica con suocera a carico formata da Valerio Mastandrea e Anna Foglietta, la coppia di novelli sposi dalle belle speranze, specialmente lei (Alba Rohrwacher) che ha sposato un tassista un po’ coatto (Edoardo Leo), e infine l’amico orsacchiottone che è venuto da solo perché con le donne non ci sa fare (Giuseppe Battiston).

Il filo conduttore, ciò che caratterizza la relazione tra tutti i personaggi, è il non detto, la mancanza di comunicazione. Sullo sfondo, come un presagio triste, un’eclissi di luna a dir poco simbolica: tra un boccone (amaro) e l’altro i protagonisti vanno a rimirarla dalla terrazza dell’appartamento, prestandosi ad una riuscitissima – anche se forse un po’ didascalica – metafora: il cono d’ombra non è soltanto quello che oscura la luce lunare, ma anche quello dei loro segreti, che proiettano inquietanti minacce sulla serenità delle coppie e dei rapporti di amicizia. Attraversare il cono d’ombra è sempre un’esperienza catartica, perché dalla distruzione delle certezze nasce una nuova consapevolezza: questo certamente accade anche ai protagonisti del film, che a seguito di una notte oscura si “svegliano” dal torpore di esistenze che credevano felici, e questa è anche l’unica consolazione per chi lo guarda. Sempre meglio scoprire la verità (ma ne siamo proprio sicuri?), piuttosto che assistere al finale alternativo del film, quello in cui vediamo tutti i protagonisti tornare a casa dopo la cena con il loro carico di enorme ipocrisia o pietosa incoscienza.
Il film, che segue la scia di altri celebri drammi pirotecnici da appartamento borghese (Carnage di Polanski ma anche il francese Le prénom – Cena tra amici), dimostra che anche gli italiani possono riuscire con pienezza a scrivere un film di situazione con dialoghi perfettamente credibili, battute brillanti e un grande ritmo.
Sono due i personaggi che riescono a distaccarsi da questo grumo appiccicoso di bugie che la trama ci svela, due soli sembrano salvarsi, e non a caso sono quelli che hanno conservato la purezza e l’incanto dell’infanzia: Peppe (Giuseppe Battiston), che è ancora convinto di riuscire a dimagrire saltellando sul posto ogni volta che un’infernale app glielo impone, e Bianca, che sembra svampita ma quando tutti temono il peggio per lei tira fuori una forza insospettabile, quella della dignità. Tira fuori il rossetto, se lo passa sulle labbra e si chiude la porta alle spalle, pronta per una nuova vita alla luce del sole.


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