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Sisto Quaranta e il Rastrellamento al Quadraro

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Rastrellamento
Il 17 aprile 1944 le truppe tedesche misero in atto la cosiddetta "Operazione Balena" nota anche come Rastrellamento del Quadraro. Dailygreen ha intervistato Sisto Quaranta (nella foto di copertina), l'ultimo superstite di quel drammatico giorno.

Com’è noto, un massiccio Rastrellamento nazifascista avvenne il 17 aprile 1944 al Quadraro, quartiere romano insignito successivamente della medaglia d’Oro al merito Civile del Presidente della Repubblica il 19 aprile 2004. A gennaio di questo stesso anno era uscita la prima edizione del libro della giornalista Carla Guidi, con il titolo Operazione balena (Unternehmen Walfisch – dal nome tedesco in codice militare) che narrava l’episodio del Rastrellamento e non solo questo, attraverso la voce di un testimone, Sisto Quaranta. Il Quadraro era considerato dagli occupanti tedeschi un pericoloso “Nido di Vespe”, una sorta di città nella città che resisteva ad oltranza e che bisognava punire. Come espresso nella prefazione di Aldo Pavia al libro, nella sua terza edizione per Edilazio “non fu, come potrebbe sembrare dalla destinazione finale degli uomini deportati, un rastrellamento al solo scopo di recuperare forza lavoro a basso prezzo. Fu certamente, dal momento che vide impegnato la SS Herbert Kappler (il responsabile della Gestapo a Roma) un’operazione politica, tesa a sottrarre aria e linfa alla Resistenza che, nelle periferie e nelle borgate, trovava solidarietà, aiuto, partecipazione, rifugio”. Dailygreen ha intervistato Sisto Quaranta, l’ultimo superstite di quel rastrellamento.

17 aprile 1944. Sisto Quaranta ricorda il rastrellamento del quartiere Quadraro 

Cosa accadde il giorno del Rastrellamento e come lo ricorda a distanza di tanti anni?

Quella mattina, prima dell’alba, mia madre mi svegliò ansiosamente dicendo di udire dei rumori sommessi provenienti dal gallinaio di Silvio, che abitava a piano terra, temendo fossero ladri. Ma io le risposi svogliatamente che volevo dormire, erano appena le tre del mattino e poi dopo tre ore mi sarei dovuto alzare per andare al lavoro. Ma non passò molto tempo che un chiasso indiavolato spaccò il silenzio di quel piccolo paese che era il Quadraro all’epoca, circondato dai prati. Tedeschi armati di mitra e lanciafiamme, con loro fascisti collaborazionisti, avevano circondato il quartiere e perquisivano casa per casa quasi contemporaneamente, urlando e minacciando, spaccando anche le porte se serviva. Arrivarono anche da me e non servì a nulla che mi dichiarassi malato, mia madre svenne e a me, sotto la minaccia delle armi, non lasciarono scampo. Raggiunsi gli altri che già stavano in fila in mezzo alla strada, con le mani sulla testa, mentre dalle case le urla ed i pianti delle donne si univano al coro rabbioso degli ordini in tedesco, ma non si capiva il perché di tanta furia. Dopo il rastrellamento, fummo tutti caricati su alcuni camion e portati al cinema Quadraro, lì presero le nostre generalità e registrarono meticolosamente i nostri mestieri. Via via che la registrazione procedeva, ci caricavano sul tramvetto e ci scaricavano a Cinecittà, dentro i teatri di posa; in dotazione un po’ di paglia in terra, mangiare niente, il nostro primo campo di concentramento.

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Foto d’epoca del Mausoleo del Monte del Grano

Lì nel teatro di posa ci tennero due giorni, mentre ai cancelli i parenti ed i familiari si accalcavano per comunicare con noi ed implorare salvezza, tra questi Don Giovacchino Rey, Parroco al Quadraro, che fu persino picchiato dai tedeschi per la sua opera misericordiosa di portare biglietti. Il terzo giorno dopo il rastrellamento, arrivarono ventitré camion, io li contai, pensando che erano troppo pochi per noi, ma spingendo e strattonando ci fecero entrare lo stesso, stretti come sardine. Destinazione sconosciuta. Era notte e ci fecero scendere, qualcuno riconobbe la zona come quella di Prima Porta, poi ci fecero entrare dentro una caverna dove passammo due ore interminabili, le due ore più lunghe della mia vita. Tutti avevamo in testa la stessa paura, quella di fare la stessa fine delle vittime delle Fosse Ardeatine, invece arrivarono altri camion e ci portarono a Terni, dove ci stiparono in uno stabilimento-fabbrica di gomma sintetica in costruzione dove rimanemmo per ben dodici giorni, mangiando poco e cominciando ad avere problemi seri di pulizia. Ma non era quella ancora la nostra destinazione finale. Infine la sera della partenza pioveva a dirotto e vi fu un momento di grande tensione perché quattro persone mancavano all’appello. I tedeschi minacciarono di passare per le armi alcuni di noi, se non fossero venute fuori, così ci decidemmo a cercarle per salvarci la vita e fummo fortunati, la sentenza era solo rimandata. Arrivati a Firenze, alla stazione del Campo di Marte, dovemmo aspettare che finisse un bombardamento dentro una tradotta che oscillava ad ogni deflagrazione, infine ci avviammo a Carpi.Questo il nostro tragitto dal giorno del rastrellamento.

Dopo il Rastrellamento e le varie tappe intermedie, la prima sosta importante del viaggio fu a Fossoli, il famoso Campo nazionale della deportazione razziale e politica dall’Italia. Ci può parlare di quell’esperienza?

Fu davvero triste arrivare in questo campo pieno di baracche ed essere tosati e marchiati con un simbolo cucito sulla giacca o quello che rimaneva dei nostri vestiti, li cucivano certe ragazze, forse per guadagnare qualche spicciolo. Io mi misi in fondo alla fila dei catturati durante il rastrellamento e, sempre per la curiosità di capire, ebbi il numero 947, penso il totale, e quando ci imposero di scrivere a casa una cartolina, nella quale dovevamo scrivere che stavamo bene, c’è stampata la mia matricola 947. Ancora la conservo. Noi avemmo il triangolo rosso dei deportati politici, ma al di là della rete c’era il campo degli ebrei, con la stella gialla, arrivavano e ripartivano, stavano peggio di noi.

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Commemorazione del 17 aprile 2014. Da sinistra, Gianni Riefolo, Carla Guidi, Sisto Quaranta e Valeria Fedeli. (Foto di Valter Sambucini)

Un giorno un ebreo mi fece cenno di avvicinarmi, con precauzione perché era assai pericoloso comunicare con loro, mi chiedeva di vendergli quel trench che avevo addosso, quello che mia sorella mi aveva gettato durante il Rastrellamento al Quadraro. L’ebreo, un certo Spizzichino, sapeva che dovevano andare in Germania e si preoccupava per il freddo. Dopo due giorni cedetti e mi feci dare il denaro, avevo infatti visto che ogni giorno entrava al Campo un tizio con una teglia di Castagnaccio e la fame era veramente tanta. Ero affezionato al mio trench, un pensiero affettuoso della mia cara sorella, e quando dopo molti anni, ho avuto lo spirito di visitare Auschwitz con i ragazzi delle scuole, ho addirittura pensato di vederlo, in mezzo al mucchio impressionante degli oggetti sequestrati agli ebrei sui banconi. Devo anche dire però che della nostra terribile esperienza di due mesi al campo di Fossoli non s’è fatta la giusta menzione, mentre durante l’ultima commemorazione del 25 aprile, mentre ascoltavo il Presidente della Repubblica, mi sarebbe piaciuto che fossero stati nominati anche i prigionieri politici del Rastrellamento del Quadraro. Dobbiamo ricordare che il nostro quartiere è stato insignito dell’unica Medaglia d’Oro al Valor Civile al Gonfalone della città di Roma.

A Fossoli vi fecero salire su dei pullman con fuori degli striscioni “lavoratori volontari per la Germania”. Come ricorda quei momenti?

Un giorno a Fossoli, visto che tra noi non c’erano o non avevano trovato importanti elementi della Resistenza, decisero di utilizzarci come lavoratori, dei quali avevano estremo bisogno. Ci diedero tute blu e scarpe bianche da ginnastica, ci fecero firmare un impegno scritto in tedesco, poi ci stiparono su dei pullman per caricarci sui treni alla stazione di Carpi. Fossoli dista sei chilometri da questa cittadina e nel percorrere questo tragitto, fummo letteralmente aggrediti dalla popolazione locale con barattoli, sassi e parolacce e noi non ne capivamo il motivo. Quando scendemmo da questi pullman tutto ci fui chiaro. I tedeschi avevano attaccato sui lati delle vettura, degli striscioni con la scritta in italiano “lavoratori volontari per la Germania”. La stessa cosa successe a Praga, prima della nostra distribuzione come “volontari” nelle aziende tedesche.

Dopo il Rastrellamento, Sisto Quaranta viene avviato dai tedeschi al lavoro obbligatorio 

Dall’inizio del vostro calvario, il giorno del Rastrellamento del quartiere, foste infine divisi e avviati al lavoro obbligatorio. Ci fu un momento in cui le speranze di tornare a casa vi abbandonarono?

I 947 prigionieri del Rastrellamento del Quadraro erano stati divisi in una trentina di gruppi e mandati a lavorare in Germania. Il nostro gruppo fu spedito in Polonia, al campo di Ratibor (oggi Raciborz, n.d.a.). Lì ci vendettero come bestie, agli imprenditori che necessitavano di mano d’opera gratuita e ci venivano addirittura a scegliere.

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Documento originale da deportato di Sisto Quaranta

Nella mia fabbrica facevo l’elettricista e si lavorava davvero duro: chilometri e chilometri di cavi, migliaia di interruttori e prese per tutto il tempo. I turni di lavoro erano massacranti perché nel periodo estivo erano undici ore al giorno mentre in quello invernale erano otto. Per me, il momento peggiore era quello della colazione dei tedeschi, alla quale dovevamo assistere, una vero rito sacro per loro. Durava venti minuti e mangiavano pane imburrato, bevevano con tutta calma latte e caffè davanti i nostri occhi affamati. Era davvero pesante non sapere nulla di quello che stava succedendo nel mondo e se la guerra o la fame ci avrebbero sterminato alla fine. Io invece ricevetti due fette del loro pane un giorno, ne dedussi che stavano arrivando gli americani, forse pensavano che li avremmo risparmiati.

Dopo la liberazione dalla prigionia, lei si offrì volontario per aiutare l’esercito americano. Come ricorda quell’esperienza?

Furono i mesi più belli della mia prigionia perché con gli americani ebbi tutto quello che desideravo: mangiare, bere e libertà. Trovai dei bravi ragazzi che aiutarono e confortarono in quei momenti difficili ma che, soprattutto, riconobbero la mia dignità di uomo libero. Mi dettero la divisa del loro reggimento, la stessa razione giornaliera che avevano loro e tutti i diritti, fuorché quello di portare le armi. Per quello occorreva un permesso speciale, ma mi sentivo e mi fecero sentire uno di loro. Quando il reggimento americano stava per rimettersi in marcia, il Maggiore mi chiese se volevo seguirlo negli Stati Uniti. Presi un po’ di tempo per pensarci ma alla fine declinai la sua proposta. Rimase dispiaciuto della mia scelta, ma rispettarono la mia decisione di aver scelto gli affetti familiari. Quando proseguirono alla volta di Kassel, dopo avermi lasciato sulla strada in compagnia di un enorme sacco militare pieno di ogni genere di alimenti e bevande, dopo che il Maggiore mi aveva presentato al suo comandante, al quale aveva riferito della mia collaborazione, tutta la compagnia mi salutò militarmente, come avevo visto nei film americani. Purtroppo però avevo compreso che la mia speranza di andare in America stava svanendo all’orizzonte, insieme a loro.

A distanza di tempo dal giorno del Rastrellamento, Sisto Quaranta torna a casa

Come fu il ritorno a Roma e come veniste accolti a distanza di mesi dal giorno del Rastrellamento?

Il ritorno a casa fu tra il serio e il grottesco. Quando scendemmo alla Stazione Tiburtina eravamo un po’ storditi dalle emozioni del rientro e non sapevamo come pagare il biglietto, ovvero non ci pensavamo. Il controllore si spazientì subito e cominciò ad inveire accusandoci di essere per dei “borsari neri”. Ne nacque una discussione accesa e forse sarebbero volati gli schiaffi se non che, dentro la vettura, c’era il cognato di uno dei miei compagni che lo riconobbe e lo abbracciò tra le lacrime, era il famoso Silvio, proprietario delle galline che avevano invano sentito il pericolo la terribile mattina del Rastrellamento.

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Sisto Quaranta (Foto di Valter Sambucini)

Intanto non so come, si era sparsa la notizia del nostro ritorno e non appena sceso davanti al cinema Quadraro, trovai mia madre e mia sorella che mi corsero incontro. Fu un momento toccante e ricordo la sorpresa dei miei familiari vedendomi in buona forma e vestito con l’uniforme americana, così quella sera mia madre preparò una cena semplice con quello che avevamo in casa, così mi ricordai che ancora a Roma si soffriva la fame.

Pensa che questo libro possa essere utile a diffondere il ricordo del Rastrellamento nelle scuole?

Credo che libri come quello di Carla Guidi possano essere degli strumenti utili per la trasmissione della memoria alle giovani generazioni, per non dimenticare ciò che accaduto nelle nostre strade e nelle nostre case. È un libro dove si raccontano tutte le vicissitudini di quei giorni, comprese le mie, ma dove c’è anche la testimonianza di Augusto Gro congedato dalla Marina, anche lui deportato il giorno del Rastrellamento ma liberato dai russi. È un libro dove si racconta la verità, dalla deportazione alla prigionia, passando per i maltrattamenti e le difficoltà, ma anche l’orgoglio di essere appartenuti, nei giorni di Roma prigioniera, ad uno dei quartieri dove maggiormente si contrastava la violenza nazifascista attraverso azioni resistenziali, l’accoglienza di ebrei e renitenti alla leva, raccolta di cibo e indumenti per le famiglie dei rastrellati o vittime di bombardamenti, insomma azioni di guerra ma anche azioni di solidarietà.

Si ringrazia Vincenza Salvatore per l’immagine di copertina

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