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Il passo delle farfalle

Quando si dice che la natura non cessa mai di stupirci!

La mia estiva passeggiata quotidiana sulla battigia dell’Adriatico molisano, a circa tre chilometri in linea d’aria da Campomarino, quel giorno doveva concludersi alla foce del fiume Biferno, sito affollato di ricordi di quando, ragazzotti e ragazzotte, si faceva a gara nell’attraversarla a nuoto, con una certa dose d’incoscienza, da riva a riva e in andata e ritorno.

Ma qualcosa d’insolito attirò la mia attenzione.

Sui non molto folti cespugli della flora rivierasca, sopra la vegetazione più prossima all’arenile, mazzi di sempreverdi appena coronati da fiorellini violacei, ondeggiava, appena mosso dalla brezza marina, un incredibile pullulare di candide farfalle, che a nugoli ora più densi ora più radi, si posavano su quei fiori, sulle canne e sulle altre erbe per poi levarsi in volo. Il bello era che il loro andare non sembrava casuale, ma come orientato da una bussola, verso sud.
Molto probabilmente quelle farfalle, al pari delle rondini e di altri uccelli migratori, avevano avvertito nell’aria, come le loro più nobili parenti monarca, il primo sentore autunnale e si apprestavano, dopo un’abbondante scorpacciata di nettare, a svernare nelle zone più calde dei loro areali, in Puglia forse o, addirittura, in Africa.
Mi rimproverai di non avere le competenze necessarie per apprezzare fino in fondo quello straordinario fenomeno migratorio, ma lo spettacolo, anche agli occhi di un osservatore profano, appariva ugualmente meraviglioso.

Le cronache lamentano spesso il declino della popolazione dei lepidotteri, vuoi per la progressiva carenza delle piante utili all’alimentazione dei bruchi che per le sempre più frequenti fluttuazioni climatiche; e così, molto probabilmente, saremo privati della possibilità di godere di queste elargizioni di bellezza e grandezza del creato.

Il passo delle farfalle

Puntai ancora una volta lo sguardo su di loro. A tratti la radura proponeva lo spettacolo inusuale di una prima e improbabile nevicata: ogni arbusto, ogni fiore, ogni filo d’erba vantava il candore dei suoi aerei e momentanei ospiti e l’occhio non si stancava di ammirare il loro frenetico e fluttuante vacillare di fiore in fiore prima del decollo definitivo. Il sole non era ancora allo zenit che la colonia veliforme era in viaggio.

Gli individui maschi, appena compiuto il dovere nuziale, erano destinati a concludere il loro ciclo vitale. Le femmine, al contrario, preposte alla conservazione della specie, avrebbero depositato in gran numero le uova per dirsi anch’esse paghe per aver concluso la propria partita. I bruchi e, da lì a poco, le crisalidi avrebbero dato vita a nuove generazioni di farfalle, perpetuando “in piccolo”, tra le sue manifestazioni più singolari, il mistero della vita.

Tornai al lido “Mambo”, recriminando per non aver portato con me la macchina fotografica. Ma non durai molta fatica nel ritenere che, forse, era andata meglio così: le immagini più belle che restano irriproducibili e inesprimibili sono anche le più difficili da cancellare. Esse tornano anche quando intorno si fa buio e le candide farfalle si illuminano ancora una volta, veleggiando a frotte alla luce del solo nostro ricordo.

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