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Ilaria Venturini Fendi: «L’unica via oggi è la sostenibilità»

Ilaria Venturini Fendi, un nome che porta tutti inevitabilmente a pensare alla moda, a tutte quelle le intuizioni geniali che ha avuto in questo campo ed al grande successo che ha raggiunto. Questa l’intervista di Daily Green.

Immaginiamo che tu abbia vissuto nel lusso, contornata di splendide scarpe e meravigliosi vestiti da indossare. E’ così?

So di essere una privilegiata perché sin dalla nascita sono stata circondata da persone estremamente creative, che mi hanno trasmesso la passione per il valore estetico e progettuale degli oggetti. Più che l’esperienza del lusso in se stesso, la mia famiglia mi ha insegnato ad apprezzare l’originalità di un’idea, la costruzione e la continua evoluzione della sapienza artigianale attraverso l’innovazione. Ed è proprio perché questa bellezza mi ha sempre accompagnato nella vita che non ho la smania di indossare un certo tipo di abiti e accessori. Infatti mi piace vestirmi casual, con jeans e stivali, abbinandoli però a capi di ricerca.

E’ ovvio che l’amore che nutri per la natura sia fondamentale nel lavoro che fai, ma come sei riuscita a far coesistere questo sentimento e la voglia di restare legata alla tradizione familiare? C’è stata una difficoltà iniziale? E quanto sei dovuta essere determinata nel raggiungere la meta?
Fare la designer è stato un percorso quasi ovvio visto l’ambiente materno in cui sono nata e cresciuta. Io, però, da bambina ero anche quella che andava con suo padre a fare lunghe passeggiate in campagna ed è lui che mi ha trasmesso la passione per l’equitazione e la vita all’aria aperta. Poi mio padre ci ha lasciati prematuramente e sono stata assorbita dall’ambiente di mia madre. Presto ho iniziato a lavorare nell’azienda di famiglia, dove sono restata molti anni, fino al giorno in cui ho capito che era tempo di trovare una strada mia. L’azienda era stata venduta ed io continuavo a lavorarci dentro, ma senza più trovare un senso logico a quello che facevo. Allora ho fatto una scelta radicale, anche se non è stato facile staccarsi dal certo per l’incerto. Sono fiera della determinazione che ho avuto nel mettere in atto questa decisione e penso che aver abbinato dei valori a quello che facevo è stata la stata la mossa vincente per raggiungere il mio scopo. Ho acquisito un’azienda agricola convertita al biologico e mi sono occupata di sostenibilità e progetti socialmente utili. Un cambiamento che per alcuni anni mi ha tenuta senza rimpianti lontano dalla moda. E’ stato Carmina Campus a farmi tornare, con dei presupposti diversi, al lavoro che sempre ho amato, rendendolo coerente con quello che nel frattempo ero diventata. Oggi sono, in un felice equilibrio, un’ imprenditrice agricola e una designer e riesco ad alimentare vicendevolmente queste attività unite da una condivisione di valori.

Oggi con il successo del progetto Carmina Campus sembra quasi che tu stia ripercorrendo le orme della tua famiglia ma in modo decisamente originale. Qual è il tuo vero obbiettivo?
Fare degli oggetti con un design contemporaneo e un metodo di approccio che non miri a creare un sogno, ma a dare una risposta creativa e sostenibile alla voglia di bello che ognuno di noi ha.

Ad ogni modo il tuo nome deve esserti stato d’aiuto nel percorso inusuale che hai voluto affrontare, ma quanto invece ti è stato d’ostacolo?
Ho spesso avuto il timore di essere giudicata per il nome che porto piuttosto che per quello che faccio. Tuttavia sono orgogliosa del nome che ho e di tutto ciò che la mia famiglia ha rappresentato oggi come ieri nel mondo della moda. Il vero vantaggio è il know-how che mi ha trasmesso, senza il quale non avrei avuto le capacità e la credibilità per portar avanti il mio progetto.

Quale consiglio “green” daresti a chi inventa la moda oggi? Pensi che continueranno ad interpretare e stravolgere il senso comune del vestire utilizzando la creatività e le stesse dinamiche di mercato o saranno costretti a cambiare qualcosa?
Il mio consiglio riguarda tutti e in generale tutti i campi dell’imprenditoria: informarsi, confrontare e capire che la via della sostenibilità non può più essere una scelta facoltativa. Per un imprenditore, nel medio- lungo termine questo sarà sicuramente anche un vantaggio concreto per l’azienda. Chi fa il creativo oggi si ponga anche l’obiettivo di identificare la propria responsabilità non solo per le materie prime che utilizza, ma anche per la fine del ciclo vitale dell’oggetto che crea.

Cosa fai nella tua giornata di ecologicamente “scorretto”, se si, pensi di poter migliorare?
Purtroppo i comportamenti sono tanti e bisognerà prima possibile abituarsi a modificarli. Io ad esempio sono una fumatrice, anche se non accanita, cosa che fa male a me e all’ambiente. Certo sarebbe bello smettere, ma ancora non credo di essere pronta

Raccontami i tuoi progetti, perché so che sono molti, in ordine d’importanza: la cosa bella di questo progetto è che ne fa nascere continuamente altri …
Ho appena finito una bella collaborazione con la BMW, per la realizzazione di una capsula di borse in edizione limitata realizzata con materiali di scarto recuperati dai prototipi usati per i crash test della nuova MINI Roadster. La cosa che mi piace di più è collaborare con le industrie, perché sono loro che possono mettere in atto dei cambiamenti significativi nell’approccio alla produzione, alla ricerca, al marketing e a tutti quei settori chiave che potranno consentirci di arrivare ad un’economia più sana. Poi nel mio cuore c’è sempre l’Africa, con la mia linea interamente realizzata da comunità marginalizzate di donne,insieme a ITC, agenzia delle Nazioni Unite, porto avanti il progetto NOT CHARITY JUST WORK che è in continua crescita e in ultimo anche se non in ordine di importanza mi occupo della mia azienda agricola ‘i casali del pino’ dove anche quest’anno sto preparando la 3′ edizione di FLORA CULT (dal 27 al 29 aprile prossimi, ndr) mostra florovivaistica dai contenuti ecosostenibili.

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