Home C'era una volta Jimi Hendrix, solo quando muori si accorgono di te

Jimi Hendrix, solo quando muori si accorgono di te

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Venerdì 18 settembre 1970  Jimi Hendrix muore a Londra sull’ambulanza che lo sta trasportando all’ospedale. La notte precedente si è addormentato senza alcun problema nell’appartamento della sua amica Monika Danneman in Notthing Hill, dopo aver chiacchierato a lungo con la ragazza.

C’è qualcosa che non va

Quando, alle 10.30, Monika si sveglia, Jimi dorme ancora. Senza disturbarlo esce a comperare le sigarette. Al suo rientro si accorge che c’è qualcosa che non va nel sonno innaturale del suo amico. Tenta di svegliarlo, ma non ci riesce. Telefona allora a Eric Burdon, l’ex cantante degli Animals, per farsi dare il numero di telefono del medico di Jimi e, su consiglio di quest’ultimo, chiama un ambulanza. Agli infermieri le condizioni del chitarrista non sembrano particolarmente gravi, ma quando il mezzo arriva all’ospedale St. Mary Abbott di Kensington i medici non possono fare altro che constatare la morte del suo famoso passeggero. Jimi Hendrix è morto durante il trasporto sul lettino dell’ambulanza soffocato da suo vomito. Le indagini scopriranno poi che era sufficiente distenderlo su un lato per salvarlo.

Una lotta continua contro il management

Scompare così uno dei più eccezionali chitarristi di quel periodo, artefice di innovazioni tecniche che hanno allargato le capacità espressive del suo strumento portando la chitarra elettrica a sperimentare sentieri nuovi e mai percorsi da nessuno prima di lui. La sua carriera è stata una continua lotta con il suo management, sempre impegnato nel tentativo di smussare gli angoli più “neri” del personaggio, nel timore di perdere le simpatie del pubblico dei bianchi. Per lungo tempo viene passato sotto silenzio l’interesse di Jimi verso il movimento delle Black Panthers e uno stretto cordone di riserbo ha coperto fino alla sua morte i frequenti contatti con gli esponenti del movimento stesso. Pochi giorni prima di morire aveva affidato al taccuino di un cronista alcune considerazioni premonitrici: «È strano come la gente sembra essere più affascinata dai morti che dai vivi. Quando sei vivo la tua carriera è una lotta continua per non farti dimenticare. Una volta morto ti sei assicurato l’immortalità. Sembra quasi che devi morire prima che si convincano che forse valevi qualcosa».

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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