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Le scuole e l’esercito nella lotta all’analfabetismo

Scuole

Una classe di una scuola italiana a inizio '900

Come sappiamo, le vicende politiche e sociali che videro impegnato, dapprima, il Regno di Sardegna e, successivamente, il neonato Regno d’Italia furono numerose e complesse. Tuttavia, uno degli aspetti meno conosciuti (ma non meno importanti) è il contributo offerto dalle Forze Armate italiane nella lotta contro l’analfabetismo. Notevole fu, infatti, lo sforzo profuso da Esercito e Marina militare per insegnare a leggere e scrivere in italiano corretto i giovani soldati analfabeti e il libro di Gianfranco Mastrangelo Le scuole reggimentali 1848-1913. Cronaca di una forma di istruzione degli adulti nell’Italia liberale (Ediesse, 2008) è il primo lavoro di sintesi riguardante queste vicende educativo-militari.

Le scuole reggimentali nel Regno di Sardegna

Le scuole reggimentali, storia e cronaca

Oggetto dell’analisi di Mastrangelo sono le cosiddette scuole reggimentali con il quale “ci si riferisce all’apparato organizzativo (leggi, personale, beni) e alle classi scolastiche che furono create in seno ai corpi dell’Esercito e della Marina del Regno di Sardegna a partire dalla prima metà del XIX secolo. Estese successivamente in tutto il Regno d’Italia, queste scuole avevano lo scopo di insegnare a leggere e a scrivere ai soldati di truppa analfabeti durante il periodo della ferma militare”. La ricerca prende le mosse dall’approvazione della legge Bon Compagni nel 1848 e della legge Casati nel 1859 che riformarono in maniera organica l’ordinamento scolastico sottolineandone, al tempo stesso, la volontà d’intervento da parte dello Stato in materia d’educazione dei giovani in parallelo o in sostituzione della Chiesa cattolica. Questi provvedimenti legislativi segnarono un primo passo nella lotta all’analfabetismo che s’incominciava ad avvertire come una vera e propria emergenza sociale. Secondo Mastrangelo “la legge Boncompagni e la legge Casati, l’attenzione rivolta alla formazione dei maestri con le scuole di metodo e l’istituzione degli asili per l’infanzia testimoniano dell’impegno innovativo nel campo dell’istruzione che fu attuato in Piemonte in tutto il periodo 1848-1859”.

In questo contesto, furono istituite nel Regno di Sardegna a opera del generale Alfonso La Marmora le prime scuole reggimentali per l’istruzione primaria, la ginnastica e gli elementi di arte militare. È immediatamente da sottolineare che circa il 65% dei giovani che svolgevano il servizio di leva era analfabeta. In particolare, nelle scuole reggimentali del Regno di Sardegna, erano previste lezioni sui primi principi di lettura, di calligrafia, di calcolo mentale ed esercizi di nomenclatura da impartirsi a ogni classe per almeno un’ora e mezzo al giorno. Erano altresì contemplati esami annuali e riconoscimenti ad allievi e insegnanti meritevoli.

Un modello valido per tutto il neonato regno d’Italia

Con l’Unità d’Italia, le scuole reggimentali vennero estese a tutto il territorio nazionale. E questo era un provvedimento particolarmente importante in quanto l’Italia non aveva ancora una lingua condivisa tra tutti i suoi abitanti ed era permanente l’ostilità della Chiesa cattolica verso le istituzioni educative dello Stato italiano. La lotta all’analfabetismo si configurava allora come una battaglia per il progresso civile e sociale dell’Italia appena unificata.

La copertina del libro di Mastrangelo “Le scuole reggimentali”

Afferma Mastrangelo che tutti i Regolamenti militari che si succedettero in quei anni (il Petitti nel 1865, il Bertolè-Viale nel 1869 e il Ricotti nel 1872) continuavano a prevedere le scuole reggimentali dividendole, tuttavia, in classi diverse e affidandone l’insegnamento agli ufficiali e ai sottufficiali. Nello specifico, specie il Regolamento Ricotti approvato nel 1872 prevedeva, all’allegato numero 7, l’Istruzione della scuola dei corpi nelle quali “oltre alla scuola elementare, si comprendevano quelle per aspiranti caporali, aspiranti sergenti, la scuola di contabilità e quella superiore per sottufficiali. La scuola elementare aveva per scopo di insegnare a leggere e a scrivere ed erano obbligati a frequentarla i soldati che non avevano superato gli esami al momento dell’incorporazione”. A far progredire sulla strada verso una completa democratizzazione della vita civile italiana, ci pensò la legge scolastica Coppino varata nel 1877. Essa prevedeva l’estensione dell’obbligo scolastico gratuito dai sei ai nove anni d’età portando a cinque le classi della scuola elementare. Parallelamente, anche il mondo militare continuava la sua opera educatrice. Nel 1884 le scuole reggimentali erano pienamente funzionanti in quanto potevano trattenere sotto le armi per un anno in più quei soldati che mostravano di non saper leggere fluentemente uno stampato e di scrivere in maniera chiara. Gli esperimenti educativi all’interno delle Forze Armate culminarono, sottolinea Mastrangelo, nell’esperimento dei Convitti nazionali militarizzati tra il 1885 e il 1893 tramite i quali si cercò di temprare il carattere delle future classi dirigenti con l’insegnamento della disciplina e le virtù militari. Ma sono anni in cui la funzione educativa e pedagogica delle Forze Armate conobbe un lento ma inesorabile declino. L’Esercito e la Marina smettono i panni di “operatori” sociali riguardo l’alfabetizzazione per diventare uno strumento più utile all’inserimento dell’Italia nei giochi delle alleanze internazionali. Nel 1892 venne abolito l’allegato numero 7 e, di fatto, abrogate le scuole reggimentali.

Giolitti e il nuovo corso

Solamente con l’avvento al potere di Giovanni Giolitti si riaprì la discussione intorno alla funzione educativa delle Forze Armate. Scrive Mastrangelo che, con l’avvicinarsi dell’approvazione della riforma scolastica Daneo-Credaro nel 1913, si tornò a parlare di scuole reggimentali. In particolare, l’approvazione di questa legge “interferì con diversi istituti della società; in particolare, per le scuole reggimentali, essa sancì la loro ricostituzione, facendo però perdere all’Esercito l’esclusiva sovranità sulla loro direzione”.

In altre parole, l’insegnamento era ormai demandato a maestri borghesi e non più ad ufficiali e sottufficiali. Nonostante le tante traversie affrontate dalle istituzioni preposte all’educazione dei bambini e degli adulti in questo lungo processo durato oltre settant’anni, le conclusioni che Gianfranco Matrangelo tira sono decisamente positive. Nel periodo considerato, dal 1848 al 1913, la percentuale di soldati che impararono a leggere e scrivere sotto le armi non fu certo indifferente, specie se si considera il fatto che, tornati alla vita civile, questi uomini disponevano di strumenti culturali adeguati per orientarsi al meglio nella realtà dei loro posti d’origine per cui “si può dire che l’aver sottratto (mediamente) più di 16 mila persone all’anno alla moltitudine degli analfabeti del paese configura un esito da considerarsi di non poco conto”.

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