Home C'era una volta Max Kaminsky, la tromba che innovò il jazz di Chicago

Max Kaminsky, la tromba che innovò il jazz di Chicago

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Il 7 settembre 1908 a Brockton, nel Massachusetts, nasce Max Kaminsky, uno dei trombettisti più dotati della scuola bianca di Chicago. Viene considerato uno dei protagonisti più attivi del passaggio del jazz chicagoano dal cosiddetto “stile Chicago”, che era sostanzialmente un’imitazione sia pur di gran classe della tecnica dei collettivi di New Orleans, a un dixieland per molti versi innovativo.

Nuovi moduli espressivi

Il principale merito che gli viene riconosciuto è la capacità di assorbire in chiave più moderna le tecniche del jazz delle origini filtrandole attraverso nuovi moduli espressivi. Non è un rivoluzionario, anzi le derivazioni dalle tecniche basiche del jazz delle origini risultano molto evidenti nella creatività di Kaminsky e lui non fa nulla per nasconderle. Tuttavia non le considera né un limite né un punto d’arrivo, anzi le ritiene indispensabili nella ricerca di nuovi moduli espressivi e oggi il merito principale che gli viene riconosciuto è proprio quello di averli saputi trovare proprio nel punto di contatto e di mediazione fra vecchio e nuovo. Compie i primi studi musicali con Henry Pollack e suona per la prima volta in pubblico a Boston nel 1924 a sedici anni non ancora compiuti. L’anno dopo si trasferisce a Chicago nel 1927. È il periodo d’oro per il jazz in quella che viene chiamata ‘città del vento’, grande laboratori e terminale di una massiccia immigrazione di jazzmen neri da altre parti degli States. Questa circostanza fortunata fornisce a lui e a tanti altri Chicagoans di apprendere le tecniche e gli stili dei musicisti provenienti dalla Louisiana, quasi tutti grandi giganti dell’improvvisazione jazzistica, a cominciare da Louis Armstrong e da King Oliver.

Incontri fortunati

Il caso lo porta a suonare al fianco di Frank Teshmacker e di George Wettling, quest’ultimo appena arrivato a Chicago. Il buon Max ha così l’occasione di fare una intensa e affascinante esperienza musicale con risultati sorprendenti. La finezza dell’eloquio di Tesh (così era chiamato Teshmacker) gli serve come essenziale complemento del suo stile fornendo una chiave di sviluppo estremamente interessante al suo processo di affinamento. L’incontro con Red Nichols, immediatamente successivo, serve ad aggiungere altri elementi a tali esperienze, mentre la ricerca espressiva viene arricchita da ulteriori incontri con Eddie Condon, Pee Wee Russell, Bud Freeman, Mezz Mezzrow, Adrian Rollini, Jack Teagarden, e Art Hodes. Il periodo d’oro vola veloce e alla fine non è più tempo di sperimentazioni né di azzardi. C’è la crisi e le necessità di sopravvivenza economica spingono gran parte di questi musicisti a entrare nelle grandi orchestre dello swing. Max Kaminsky non sfugge alla regola. Nel 1936 entra nella sezione fiati dell’orchestra di Tommy Dorsey e l’anno dopo in quella di Artie Shaw.Tenace e volitivo, Max non rinnega mai se stesso né le proprie scelte stilistiche per tutta la carriera. Muore il 6 settembre 1994.

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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