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Storia dell’ecologia, uomo e ambiente nel mondo antico

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Uomo e ambiente nel mondo antico, un focus alla scoperta dell’ecologia storica.

“Storia dell’ecologia” ed “ecologia storica”

Il problema dell’ecologia nel mondo antico, greco e romano, è stato considerato dai moderni soprattutto in relazione all’atteggiamento degli antichi di fronte alla questione del rapporto tra uomo e ambiente. Ci si è in prima istanza domandati, cioè, quale “sensibilità ecologica” gli antichi abbiano manifestato: è questo l’interesse principale del lavoro pionieristico di J.D. Hughes, Ecology in Ancient Civilizations, risalente al 1975[1]. L’effettiva interferenza tra l’uomo e l’ambiente nel mondo antico, in particolare in quello greco, è stata invece oggetto di opere come quella di R. Sallares, che ha posto al centro della sua monografia del 1991 su The Ecology of the Ancient Greek World [2] il rapporto tra l’uomo, gli animali e le piante – oggetto proprio dell’ecologia – nella Grecia continentale nel corso del primo millennio a.C. Nel suo studio, diviso in due parti rispettivamente dedicate alla demografia e all’agricoltura, Sallares analizza il rapporto tra produzione agricola e popolazione umana, concludendo che la diffusione di ulivi, viti e cereali promosse in Grecia l’affermazione di un sistema agricolo più produttivo e una significativa crescita demografica.

Altri studi hanno in seguito cercato di focalizzare l’attenzione non tanto su quanto gli antichi pensavano del rapporto tra uomo e ambiente, ma su quanto effettivamente si verificò nell’antichità su questo versante: in questa prospettiva si collocano i lavori di T.W. Gallant sulla precarietà della vita del contadino greco e sui sistemi elaborati per fronteggiare l’incertezza della situazione[3] e di O. Rackham sulla “ecologia storica” di singole regioni greche, come la Beozia[4]. Questo secondo filone di studi, appunto di “ecologia storica”, deve ancora essere ampiamente arricchito e richiede una serie di competenze in parte estranee allo storico dell’antichità. Il primo, che potremmo definire piuttosto di “storia dell’ecologia”, è stato invece sufficientemente dissodato per consentirci una serie di osservazioni di un certo interesse, fondate sulla tradizione letteraria e documentaria antica[5]

L’uomo e l’ambiente: la prospettiva degli antichi

Nel considerare il rapporto tra uomo e ambiente, il mondo antico ha largamente privilegiato il problema dell’influenza dell’uomo sull’ambiente[6]. Nel V secolo appare diffusa in Grecia la teoria del “determinismo ambientale”, promossa dalla scuola di Ippocrate, secondo cui ambiente naturale, distribuzione delle risorse, clima predeterminano le caratteristiche fisiche e culturali della popolazione. Una testimonianza molto interessante in questo senso è il trattato pseudoippocrateo Sulle arie, le acque e i luoghi, che risale alla metà circa del V secolo: in esso si afferma che le differenze ambientali, per esempio tra Asia ed Europa, determinano differenze nell’aspetto fisico della popolazione, nel suo temperamento e nei suoi costumi (§ 12), giacchè “l’aspetto e i costumi degli uomini sono conformi alla natura del territorio” (§ 24)[7].

Analoghe riflessioni si trovano in Erodoto, che risente della medesima temperie culturale laddove, a conclusione della sua opera, fa dire a Ciro il Grande: “da regioni molli nascono di solito uomini molli; non è possibile infatti che uno stesso paese produca frutti meravigliosi e uomini forti in guerra” (IX, 122)[8]. Infine, il problema trova eco in Aristotele (Politica 1327 b 23 ss.), il quale distingue tra i popoli europei che vivono in regioni fredde, pieni di coraggio e amanti della libertà, ma insufficienti nell’intelletto, e i popoli asiatici, di spirito riflessivo e di temperamento artistico, ma imbelli e servili, per concludere, in senso tipicamente ellenocentrico, che i Greci, vivendo a metà tra Asia ed Europa, possono rivendicare le qualità degli uni e degli altri, e sono quindi ardimentosi, intelligenti, liberi e dotati delle migliori istituzioni[9]. Alla significativa attenzione per il problema dell’influenza dell’ambiente sull’uomo fa da contraltare una più scarsa sensibilità a proposito dell’impatto delle attività umane sull’ambiente.

E’ stato sottolineato che i Greci vivevano in un contesto ambientale che non richiedeva particolare sensibilità ecologica, in assenza di rapidi cambiamenti del paesaggio e del clima e di rivoluzionarie innovazioni tecnologiche: di qui la loro modesta preoccupazione per gli interventi dell’uomo sull’ambiente circostante e per gli eventuali, conseguenti danni ambientali[10]. Come è stato osservato, fra gli altri, da O. Longo, tali danni ambientali potevano conseguire prevalentemente da fattori come il prelievo di risorse (animali, vegetali, minerali) dall’ambiente naturale, l‘immissione nell’ambiente di residui organici o inorganici delle attività di consumo e di produzione, la modifica delle caratteristiche delle specie naturali (animali e vegetali) e dell’ambiente a proprio vantaggio[11]. Se il secondo aspetto appare il meno problematico, perché le società preindustriali del mondo antico non erano in grado di produrre consistenti quantità di residui, e soprattutto di residui non biodegradabili (il problema appare limitato ad alcune attività, come la metallurgia), il prelievo di risorse e la trasformazione dell’ambiente interessano invece, in modo più o meno ampio, anche il mondo antico; tant‘è vero che i problemi connessi con queste forme di interferenza fra uomo e ambiente sono stati, talora, percepiti con relativa chiarezza anche dalle fonti antiche.

Con la rivoluzione neolitica, l’introduzione dell’agricoltura e dell’allevamento diede luogo a fenomeni di trasformazione dell’ambiente che le precedenti culture, dedite ad attività di raccolta e di predazione (caccia e pesca) di impatto ambientale assai modesto, non avevano determinato. L’accostamento, nell’economia neolitica, di agricoltura e pastorizia implica infatti, da una parte, una deforestazione relativamente ampia, per disporre di spazi coltivabili e da destinare a pascolo e per procurarsi combustibile (legna o carbone di legna), nonché per fornire materia prima alle attività edilizie e manifatturiere, dall’altra la selezione di specie vegetali e animali, con il conseguente depauperamento del sistema[12]. Nella cultura greca, tuttavia, si può riscontrare l’esistenza di una vera e propria “ideologia” a sostegno di queste forme di prelievo di risorse e di trasformazione ambientale. La concezione greca dello spazio contrappone infatti lo spazio antropizzato, trasformato e qualificato dalla presenza umana, e lo spazio “selvaggio”, legittimando le diverse forme di appropriazione e di radicale trasformazione dello spazio naturale, a cominciare dalla deforestazione e dall’acquisizione di spazio agrario.

Un’ulteriore legittimazione agli interventi sull’ambiente deriva alla diffusa concezione che la natura sia finalizzata all’uomo, espressa assai bene da Aristotele (Polit. 1256 b 15 ss.): “Le piante esistono in vista degli animali e gli altri animali in vista dell’uomo … Se la natura non fa nulla di inutile né di imperfetto, è necessario che essa abbia fatto tutte queste cose in vista dell’uomo”; tale concezione, che Senofonte ritiene propria anche all’insegnamento socratico (Mem. IV, 3, 10: l’esistenza di una divinità provvidente è dimostrata dal fatto che gli animali “nascono e crescono a vantaggio dell’uomo”), è caratteristica dello stoicismo, come appare dal frammento 1153 di Crisippo, conservato da Cicerone, De natura deorum II, 14, 37 (“Tutto … è stato creato in funzione di qualcos’altro: le messi e i frutti che la terra produce furono creati per gli animali, gli animali per gli uomini”)[13]. La cultura romana recupera, attraverso Posidonio, l’idea greca che l’ambiente abbia una forte influenza sull’uomo: molto ampia a questo proposito è la documentazione della prima età imperiale (Livio, Vitruvio, Curzio Rufo, Plinio il Vecchio, Strabone)[14].

Le laudes Italiae di Varrone, Virgilio, Properzio esprimono l’idea che la superiorità dei Romani sia dovuta da una parte all’ambiente migliore in cui essi vivono rispetto ad altri popoli, dall’altra all’intervento intelligente dell’uomo su di esso: avendo grandi capacità tecniche, superiori a quelle dei Greci, i Romani hanno una forte capacità di trasformazione dell’ambiente e si mostrano particolarmente sensibili alla celebrazione dell’homo faber, come attesta Cicerone (De natura deorum II, 60, 150-152) esaltando l’abilità dell’uomo, capace di sfruttare le risorse naturali fino a creare con le sue mani “quasi una seconda natura nella natura”. Non diversamente che nel mondo greco, e anzi a maggior ragione, il paesaggio romano è dunque uno spazio fortemente antropizzato e ricco di testimonianza di queste elevate capacità di intervento, come la centuriazione, le opere d’irrigazione, gli acquedotti, il sistema viario, il limes; per contro, solitudines (distese incolte) e silvae (zone boscose, oscure e di difficile accesso) costituiscono, significativamente, lo spazio della barbarie. Nel quadro della cultura antica, originale appare la posizione di Teofrasto, l’unico autore che sembra esprimere, nelle sue ricerche sulle piante, un punto di vista propriamente “ecologico”.

Teofrasto non accetta l’idea aristotelica che lo scopo di animali e piante sia di essere utili all’uomo: il fine delle cose naturali, infatti, non è facilmente identificabile e non va ricercato, in ogni caso, nel loro esistere “in vista di qualcosa” o nell’impulso verso il bene, ma piuttosto nella loro realtà intrinseca e nelle loro relazioni reciproche (Metaph. IX, 34). Egli vede pertanto l’ambiente naturale come avente i suoi scopi, certo non completamente indipendenti dall’uomo che dell’ambiente fa parte, ma tuttavia autonomi: in ciò, egli supera l’antropocentrismo aristotelico, legato a ragioni teoriche, e si distanzia anche da quello che sarà poi dei Romani, dovuto piuttosto a ragioni di carattere pratico. Teofrasto si rivela come un precursore dell’ecologia anche nella sua analisi delle piante in relazione all’ambiente in cui vivono (e quindi a fattori quali luce ed esposizione, acqua, natura del suolo, clima); nella discussione che riserva ai cambiamenti indotti nelle piante e nel clima dalla coltivazione (Hist. plant. I, 3, 2-6); nell’attenzione prestata ai cambiamenti climatici collegati con interventi di deforestazione, risanamento di terreni, deviazioni del corso di fiumi (Caus. plant. V, 14, 2-5)[15].

Attività umane, impatto ambientale, tutela dell’ambiente

In un contesto culturale come quello descritto, che tende a legittimare ogni tipo di intervento dell’uomo sull’ambiente, l’unica forma di tutela ambientale sembra collegata con vincoli di carattere religioso: i soli luoghi che non ammettono l’intervento umano sono, infatti, quelli percepiti come “sacri”, cioè come spazi di manifestazione della divinità. Nella mentalità degli antichi, l’ambiente naturale costituisce in effetti il luogo privilegiato dell’attività degli dei, tant’è vero che il culto veniva in origine praticato in spazi naturali in cui sembrava manifestarsi la presenza di una potenza superiore (luoghi impervi e isolati o colpiti dal fulmine, boschi, grotte, sorgenti).

Nei casi di spazio “sacro”, si riteneva che l’interferenza dell’uomo con l’ambiente provocasse una reazione da parte divina, come attestano diversi miti: la protezione di aree boschive veniva applicata, di conseguenza, solo agli alse o boschetti sacri. La mentalità secondo cui il dato naturale può esprimere un ordine superiore che non può essere impunemente violato è testimoniato assai bene, in piena età storica, dalla valutazione come atto di grave hybris delle azioni di Serse, che avrebbe commesso una violazione dei limiti naturali, punita dalla divinità, “aggiogando” l’Europa all’Asia e attraverso il ponte sugli stretti e tagliando la penisola dell’Athos[16]. Ma laddove lo spazio ha carattere profano, e cioè nella maggior parte dei casi, l’uomo greco si sente libero di manipolarlo e trasformarlo a suo piacimento; non diverso appare l’atteggiamento dell’uomo romano, in un contesto che affianca spregiudicatamente alla protezione dei boschi sacri (Plinio, Storia naturale XII, 2, 3) lo sfruttamento di luci sacri da parte dello stesso stato[17].

Così, fin da Omero la presenza di piante di alto fusto è associata, in Grecia, alla marginalità topografica: segno che già nell’alto arcaismo si cominciò ad abbattere le foreste che avevano caratterizzato, a quanto sembra, il più antico paesaggio greco, finché la presenza di boschi si ridusse, intorno al 200 a.C., alle aree montane più remote. La rigenerazione naturale era impensabile, sia perché molto lenta, sia per le conseguenze degli incendi, sia per la pastorizia estensiva (pecore e capre risultano particolarmente distruttive per la vegetazione); non risulta che si procedesse sistematicamente alla ripiantumazione; l’erosione provocata dall’acqua e del vento provvedeva infine a rendere definitiva la vera e propria desertificazione di aree un tempo coperte di foreste[18].

La deforestazione costituisce uno dei fattori di massimo impatto ambientale in Grecia, non solo per le esigenze legate all’agricoltura, alla pastorizia, alle diverse attività economiche e alle esigenze di sussistenza, ma soprattutto per la necessità di legname per costruzioni navali[19]. E’ stato calcolato che una flotta di 100 triremi richiedeva 17.000 remi, costruiti con alberi giovani d’alto fusto (abeti, cipressi, pini marittimi…), oltre al legname per scafi e alberature: Teofrasto ci testimonia delle varietà utilizzate nelle attività cantieristiche (Hist. plant. V, 7, 1-3). Se si pensa che Atene arrivò a schierare anche 300 navi, si comprende l’interesse degli Ateniesi, nel corso del V secolo, per il controllo di zone del Nord Egeo, come la Macedonia, la Calcidica, la Tracia, e dello stesso Occidente greco, interesse legato con ogni evidenza alla disponibilità di alberi d’alto fusto[20]: lo rileva espressamente Tucidide IV, 108, 1, affermando, proposito della caduta di Anfipoli nel 424, che “gli Ateniesi furono gettati in un grande spavento, soprattutto perché la città era loro utile a causa dell’invio di legname per le navi e di tributi in denaro”[21].

Numerose testimonianze confermano l’importanza del legname da navi: trattati internazionali, come quello del 393 circa tra il sovrano macedone Aminta III e i Calcidesi di Tracia (Tod, Greek Historical Inscriptions II, 111), contengono convenzioni sull’importazione di questo tipo di legname. Sembra talora di cogliere anche qualche preoccupazione per la tutela del patrimonio boschivo: Platone (Leggi VIII, 843 e) prevede una multa per gli agricoltori dai cui fondi siano partiti incendi che abbiano danneggiato alberi dei vicini; Tolemeo III Evergete proibì il taglio degli alberi sulle sue proprietà e richiese, in caso di danni al patrimonio boschivo, di procedere a ripiantumazioni[22]. Anche a Roma il disboscamento costituisce uno dei più significativi fattori di degrado ambientale. Legato alle necessità delle attività edilizie e della cantieristica navale, come attesta Strabone (V, 2, 5) a proposito di Pisa, che doveva la sua antica prosperità alla fertilità del suolo, alle cave di pietra e al legname, usato per la costruzione di navi e per l’edificazione di sontuose dimore, esso provocò gravi dissesti idrogeologici, come rivelano le frequenti inondazioni del Tevere, e una deforestazione permanente in molte zone d’Italia, ma, come in Grecia, fu messo in rapporto con catastrofi naturali più che con l’errore umano[23].

Una delle testimonianze più significativa sui danni del disboscamento resta quella, molto discussa, di Platone (Crizia, 110 d ss.). Nell’ampio passo, che descrive le condizioni ambientali dell’antica Atene, Platone sottolinea le profonde modifiche intervenute col tempo sul paesaggio attico: l’Attica, un tempo ricca di fertili pianure e di imponenti montagne coperte di foreste, di acque e di pascoli abbondanti, è ora divenuta per lo più brulla e arida, quasi del tutto priva di alberi d’alto fusto. Platone identifica, come causa delle modifiche, tre elementi principali: il dilavamento del suolo, il disboscamento, la contrazione delle risorse idriche (che, in effetti, richiese una particolare cura dell’approvvigionamento idrico nell’Atene della seconda metà del IV secolo a.C.)[24].

La causa originaria di questi diversi fattori viene identificata in piogge intense e prolungate, quindi in fenomeni naturali, se pure di natura cataclismatica; non sembra invece essere colto il ruolo degli insediamenti umani nell’accelerazione del degrado ambientale. Il passo viene per lo più inteso come una testimonianza delle conseguenze del disboscamento incontrollato sul paesaggio greco: ma, a parte il fatto che Platone insiste appunto sulle cause naturali, in effetti, come è stato notato da Rackham, esso non costituisce in realtà una testimonianza sui danni della deforestazione. Platone afferma infatti che il dilavamento del terreno è causa di desertificazione, non che la deforestazione crea i presupposti per il dilavamento e la successiva scomparsa della vegetazione: il passo va quindi considerato con maggiore prudenza, se pure con tutto l’interesse che merita[25].

La questione del rapporto fra disboscamento e dilavamento del suolo è forse meglio colta da un frammento di Teofrasto conservato da Seneca (Questioni naturali III, 11, 2-4): ricorda il filosofo che l’abbattimento delle foreste del monte Emo da parte di una gente gallica provocò la comparsa di un’ingente quantità d’acqua, e che lo stesso fenomeno si era verificato presso Magnesia. Se Seneca è scettico sul collegamento posto da Teofrasto tra disboscamento e inondazioni, più convinto in proposito appare Plinio (Storia naturale XXXI, 30, 53), che riprende e accredita la notizia, ricordando che in effetti “il bosco normalmente trattiene i rovesci d’acqua e li distribuisce”[26]. Altre attività di forte impatto ambientale, tale da essere percepito dagli stessi antichi, sono prima di tutto l’attività estrattiva, che comporta interventi invasivi di scavo, deviazione di corsi d’acqua, inquinamento dell’aria e dell’acqua: Erodoto (VI, 47) ricorda che le miniere di Taso si presentano come “una montagna grande, tutta buttata all’aria nella ricerca”; Plinio (Storia naturale XXXIII, 1, 1) deplora le violazioni della natura alla ricerca di metalli preziosi: “Tentiamo di raggiungere tutte le fibre intime della terra … meravigliandoci che talvolta essa si spalanchi e si metta a tremare … L’uomo ha imparato a sfidare la natura”.

All’attività di estrazione vanno aggiunte la metallurgia e la ceramica, che richiedono entrambe ampio consumo di combustibile e provocano inquinamento delle acque[27]. L’attività estrattiva (come l’agricoltura, la caccia, la pesca, il prelievo di legname) pone inoltre la questione, non ignorata dalle fonti, dell’eccessivo sfruttamento delle risorse: essa sembra presente nel celebre coro dell’Antigone di Sofocle (vv. 332 ss.), che da una parte celebra l’uomo nella sua capacità di sottomettere e trasformare l’ambiente, dall’altra coglie il rischio di un esaurimento delle risorse naturali. L’agricoltura in questo passo è vista da un lato come attività positiva, perché svolta in armonia con la natura di cui sfrutta le inestinguibili risorse, dall’altro come una violazione della terra, “consumata” anno dopo anno dal lavoro umano: l’uomo “la più eccelsa fra gli dei, la Terra imperitura infaticabile, consuma volgendo l’aratro anno dopo anno e con l’equina prole rivolta”.

Anche nel mondo romano, che esalta in genere l’attività agricola, affiora talora il senso della precarietà delle risorse naturali, come in Lucrezio, laddove descrive una natura ormai stanca, incapace di fornire le risorse necessarie per la sussistenza delle creature, perché “tutto a poco a poco si logora, e se ne va, consumato dalla vecchiaia, in rovina” (II, 1144 ss.)[28]. Ciò non consente di concludere in favore dell’affermarsi di una chiara coscienza del degrado ambientale: la celebrazione delle capacità di intervento e di trasformazione dell’uomo finisce in fondo per prevalere, né sembra essere percepita la necessità che l’uomo sviluppi un certo senso di responsabilità nella protezione dell’ambiente[29]. A questo proposito, vale forse la pena di notare che lo sviluppo di una adeguata sensibilità ambientale fu impedita anche dalla frequenza delle guerre, il cui impatto sull’ambiente era in genere molto forte.

Il rapporto tra ambiente naturale e guerra è segnalato dalle fonti in senso diverso. Da una parte, la situazione ambientale può esporre o proteggere dagli attacchi nemici: se in Erodoto la bellezza e la prosperità dell’Europa costituiscono un incentivo per i Persiani a tentarne la conquista (VII, 5, 6), Tucidide riteneva che la scarsa fertilità dell’Attica l’avesse protetta dalle invasioni, mentre altre regioni greche per la loro fertilità erano state esposte a mire straniere (I, 2, 3-5). Dall’altra, la guerra danneggia gravemente l’ambiente, determinando devastazioni dovute a razzie o a incendi e l’inquinamento di aree agricole e di acque (attraverso lo spargimento di sangue e la presenza di cadaveri) e incentivando il prelievo delle risorse naturali (per esempio attraverso la costruzione di macchine d’assedio); alcuni aspetti del diritto di guerra, come il divieto di inquinare deliberatamente le acque, testimoniano di una certa preoccupazione nel limitare i danni ambientali provocati dai conflitti[30]. Merita infine di essere sottolineata la problematica ambientale legata all’urbanizzazione.

Le città greche avevano in genere dimensioni limitate: solo alcune grandi metropoli, come Atene e Corinto, potevano porre seri problemi ambientali, anche perché si trattava di città a sviluppo progressivo, cioè cresciute spontaneamente e senza un piano razionale. Città coloniali, o comunque costruite sulla base del sistema “geometrico” ippodameo, rivelano un impianto più ordinato, con una distribuzione razionale di edifici di culto, di strutture pubbliche e di aree destinate alle costruzioni private, e tale quindi da assicurare maggiore vivibilità ai loro abitanti. Tuttavia, le grandi città classiche e soprattutto ellenistiche (interessante, a questo proposito, la descrizione di una grande metropoli come Alessandria nelle Siracusane di Teocrito)[31] erano certamente afflitte da problemi come l’affollamento, il traffico, il rumore, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, i limiti del sistema fognario, il difficile smaltimento dei rifiuti. Non è un caso che proprio in epoca ellenistica si sia sviluppata una visione idilliaca della vita in campagna e del paesaggio rurale del tutto incompatibile con la dura vita dell’agricoltore greco e, infatti, poco diffusa nella letteratura classica.

La città greca classica, in ogni caso, restò abbastanza a misura d’uomo e fu in grado di assicurare una buona qualità della vita: Aristotele, nella Costituzione degli Ateniesi (50, 2), ricorda che i funzionari denominati astynomoi avevano il compito di curare che gli addetti alla nettezza urbana non scaricassero l’immondizia entro dieci stadi dalle mura, che non si ostruissero le strade con costruzioni, che i balconi non debordassero sulle strade, che non vi fossero tubature che scaricavano in strada, che venissero raccolti i cadaveri. Nello stesso senso – tutela della salute pubblica e della qualità della vita del cittadino – vanno intesi anche i compiti degli ispettori del mercato (agoranomoi), che dovevano prendersi cura delle merci, affinché fossero vendute “pure e senza sofisticazioni” (51, 1).

Una particolare attenzione all’aspetto della qualità della vita in ambito urbano fu sviluppata dalla democrazia ateniese, che si propose di garantire una certa qualità nella vita quotidiana ai suoi cittadini non solo a livello pubblico, organizzando gli spazi della politica e del culto, ma anche nel campo del privato, assicurando la comunicazione sociale in un quadro di comfort e di benessere diffusi, attravreso la disponibilità di strutture di servizio come teatri, ginnasi, bagni, giardini, portici, fontane[32].

Le testimonianze relative ai problemi dell’urbanizzazione sono particolarmente ampie per Roma: ai consueti problemi di affollamento, rumore, traffico, inquinamento da fumo e polvere, pericolo di crolli e incendi, deficienze del sistema fognario, va aggiunto il pericolo derivante, per l’acqua potabile, dall’uso di canalizzazioni di piombo (di cui era peraltro nota la tossicità, come attesta Vitruvio, VIII, 6, 10-11, che proponeva di sostituire le tubazioni in piombo con quelle in terracotta)[33]. La sensibilità verso questi problemi è acuita presso i Romani dal fatto che essi sentono in genere fortemente la preoccupazione per la salubrità dell’ambiente, per esempio nella scelta di luoghi per la costruzione di città, case, fattorie, edifici pubblici; nelle fonti troviamo spesso la denuncia della speculazione edilizia, che pone gli insediamenti umani in contrasto con l’attività agricola e con l’ordine naturale[34].

In questa stessa linea si inserisce la contrapposizione tra città e campagna, con la tipica idealizzazione del locus amoenus: non diversamente che nella poesia ellenistica, la natura viene vista nella prospettiva idealizzata tipica delle società urbane, che contrappone la vita serena della campagna a quella, insana e caotica, della città; ma accanto a questa idealizzazione è presente anche il rifiuto del mondo selvaggio, il locus horridus in cui la natura assume contorni drammatici e ostili[35]. L’atteggiamento teorico e pratico degli antichi di fronte alla questione ambientale sembra muoversi dunque, con significativa continuità tra mondo greco e mondo romano, tra il bisogno di controllare la natura e di piegarla alle esigenze umane e la percezione dei limiti di quegli stili di vita che apparivano non più in armonia con la natura stessa.

Così Plinio il Vecchio (Storia naturale XVIII, 1, 2-5), dopo aver stigmatizzato il comportamento degli uomini, che inquinano i fiumi e gli elementi naturali e avvelenano persino l’aria che è loro indispensabile per vivere, confida nella grandezza e nella magnanimità della natura per sostenere la necessità dell’uomo di continuare comunque a perseguire il progresso, impegnandosi per “rendere migliore la vita”[36].

Cinzia Bearzot Professore straordinario di storia greca Università cattolica del “Sacro Cuore” di Milano.

Bibliografia

[1] J.D. Hughes, Ecology in Ancient Civilizations, Albuquerque 1975; analoga impostazione ha, per esempio, la voce “Ecology” dell’Oxford Classical Dictionary curata da R. Sallares, autore peraltro sensibile anche ad impostazioni diverse del problema (R. Sallares, Ecology [Greek and Roman], in The Oxford Classical Dictionary, Oxford – New York 19963, 502).

[2] R. Sallares, The Ecology of the Ancient Greek World, Ithaca 1991. Cfr. le osservazioni di R. Develin, in Phoenix 48, 1994, 79-83, e di O. Murray, The Ecology and Agrarian History of Ancient Greece, Opus 11 (1992), 11-21.

[3] Risk and Survival in Ancient Greece , Stanford 1991.

4] Observations on the Historical Ecology of Boeotia , ABSA 78 (1983), 291-351. Altri lavori dello stesso autore sono citati in O. Rackham, Ecology and Pseudo-Ecology: The Example of Ancient Greece, in Human Landscapes in Classical Antiquity. Environment and Culture, London – New York 1996, 16-43.

[5] Un’integrazione tra i due filoni offre J.D. Hughes, Pan’s Travail. Environmental Problems of the Ancient Greeks and Romans, Baltimore – London 1994.

[6] O. Longo, Ecologia antica. Il rapporto uomo/ambiente in Grecia, Aufidus 6 (1988), 3-30.

[7] Cfr. L. Bottin, Introduzione a Ippocrate, Arie acque luoghi, Venezia 1986.

[8] Cfr. D. Lenfant, Milieu naturel et différences ethniques dans la pensée grecque classique, in Nature et paysage dans la pensée et l’environment des civilisations antiques, Actes du colloque de Strasbourg 11-12 juin 1992, Paris 1996, 109-120.

[9] Altre fonti sul determinismo ambientale si troveranno in G. Panessa, Fonti greche e latine per la storia dell’ambiente e del clima nel mondo greco, Pisa 1991, I, 123 ss.

[10] Cfr. Rackham, Ecology and Pseudo-Ecology, 41-42.

[11] Cfr. Longo, Ecologia antica, 7 ss.

[12] Cfr. Hughes, Pan’s Travail, 73 ss. (deforestazione), 91ss. (fauna), 130 ss. (problemi legati all’agricoltura).

[13] Cfr. anche FF 1152-67 von Arnim.

[14] Cfr. P. Fedeli, La natura violata: ecologia e mondo romano, Palermo 1990, 23 ss. (con ricca documentazione testuale).

[15] Cfr. J.D. Hughes, Ecology in Ancient Greece, Inquiry 18 (1975), 115-125; Id., Pan’s Travail, 62 ss. In generale R.K. French, Ancient Natural History. Histories of Nature, London 1994, 83 ss.

[16] Sulla tutela dell’ambiente negli spazi sacri cfr. Hughes, Ecology in Ancient Civilizations, 48 ss.; Id., Pan’s Travail, 45 ss.; sulla hybris di Serse L. Belloni, “I Persiani” di Eschilo tra Oriente e Occidente, in L’Europa nel mondo antico, CISA 12, Milano 1986, 68-83.

[17] Cfr. Fedeli, La natura violata, 86 ss.

[18] Cfr. Rackham, Ecology and Pseudo-Ecology, 16-43; Id., Trees, Wood, and Timber in Greek History, Oxford 2001. A questi studi si rimanda per ulteriori riferimenti bibliografici.

[19] Cfr. R. Meiggs, Trees and Timber in the Ancient Mediterranean World, Oxford-New York 1982, 116 ss.

[20] Per le principali zone di provenienza del legname da navi cfr. Theophr. Hist. plant. IV, 5, 5. L’importanza del legname da navi nell’orientare la politica estera degli stati è analizzata da A.C. Johnson, Ancient Forests and Navies, TAPhA 58 (1927), 199-209.

[21] Sulla necessità per Atene di importare il legname necessario per le navi cfr. Panessa, Fonti greche e latine, I, 74.

[22] Hunt-Edgar, Select Papyri, II, 210. Sul problema della deforestazione cfr. Meiggs, Trees and Timber, 371 ss.; inoltre J.D. Hughes, How the Ancients Viewed Deforestation, Journal of Field Archaeology 10 (1983), 437-445; Id., Pan’s Travail, 73 ss.

[23] Fedeli, La natura violata, 72 ss., 81 ss.; più analiticamente, A. Giardina, Allevamento ed economia della selva in Italia meridionale: trasformazioni e continuità, in Società romana e produzione schiavistica, I. L’Italia: insediamenti e forme economiche, Roma-Bari 1981, 87- 113; B. Frenzel, Evaluation of Land Surfaces Cleared from Forests in the Mediterranean region During the Time of the Roman Empire, Mainz – Strasburg – Stuttgart – Iena – New York 1994.

[24] Per un’attenta analisi del passo cfr. Panessa, Fonti greche e latine, I, 70 ss.

[25] Cfr. Rackham, Ecology and Pseudo-Ecology, 33-34; Id., Trees, Wood, and Timber, 25-26. Rackham, del resto, si mostra scarsamente convinto, in senso più generale, della visione moderna secondo cui l’attuale paesaggio greco è l’esito della deforestazione selvaggia operata dagli antichi: cfr. supra, nota 18.

[26] Fedeli, La natura violata, 85-86.

[27] Hughes, Pan’s Travail, 112 ss.

[28] Longo, Ecologia antica, 26 ss.; Fedeli, La natura violata, 43 ss.

[29] Hughes, Pan’s Travail, 68-69.

[30] Rilievi su guerra e paesaggio, sulla base di Tucidide, offre W.D. Furley, Natur und Gewalt – die Gewalt der Natur. Zur Rolle der Natur und der Landschaft bei Thukydides, in Nature et paysage dans la pensée et l’environment des civilisations antiques, Actes du colloque de Strasbourg 11-12 juin 1992, Paris 1996, 69-78.

[31] Cfr. Theocr. XV, 1 ss., 39 ss.

[32] D. Musti, La qualità della vita nella città greca classica, in Ambiente urbano e qualità della vita, Perugia 1986, 109-119.

[33] Fedeli, La natura violata, 66 ss.; Hughes, Pan’s Travail, 149 ss.

[34] Fedeli, La natura violata, 40 ss.

[35] Fedeli, La natura violata, 89 ss.

[36] Su questo passo cfr. S. Mazzarino, Un testo antico sull’inquinamento, Helikon 10 (1970), 643-645.

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