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Un Diritto per l’ambiente? Parla Mario Sirimarco

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Esiste un diritto all'ambiente? La risposta è positiva secondo il Docente di Filosofia del diritto Mario Sirimarco

La perdurante crisi economica che sta colpendo l’Italia e il mondo intero non deve esser vista solamente come un periodo negativo che si sta abbattendo sull’intero sistema.

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Il docente di Filosofia del diritto Mario Sirimarco

Può rappresentare anche un momento di ripensamento di stili di vita e di consumo e, al tempo stesso, di valorizzazione di differenti ambiti culturali. Da diversi anni, proprio in quest’ottica, alcuni studiosi si sono chiesti se possa configurarsi un diritto all’ambiente. E proprio a tale proposito, abbiamo rivolto alcune domande a Mario Sirimarco (in foto), docente di Filosofia del diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo, al fine di illustrarci meglio se e come possa configurarsi un diritto all’ambiente.

Esiste un diritto all’ambiente?

Mario, da anni ormai ti occupi, da un punto di vista filosofico, di ambiente. Nel tuo ultimo libro Percorsi di filosofia della crisi ecologica, parli appunto di “crisi ecologica”. Vuoi dirci meglio cosa intendi con quest’espressione?

Vorrei usare le parole di Hans Jonas, la crisi ecologica è il farsi attuale della previsione di sventura. L’uomo ha la capacità di incidere qualitativamente e quantitativamente sulla materia alterando irreversibilmente gli equilibri ecosistemici. Nel passato l’intervento umano non aveva un impatto ambientale nel senso che non riusciva a turbare gli equilibri naturali, mentre oggi l’accresciuto potere tecnologico, unito ad un particolare atteggiamento del pensiero umano, rischia di spezzare definitivamente l’armonia tra l’uomo e la natura, come Hannah Arendt aveva profeticamente scritto in alcune pagine di Vita Activa. Di fronte a questa attualità gli uomini del nostro tempo, nei loro diversissimi ambiti, sono chiamati a riflettere e ad agire sul piano morale, giuridico, politico ed economico. La crisi, come ci insegna Giuseppe Capograssi, lungi dal costringerci fatalisticamente all’attesa dell’apocalisse, può e deve avere un effetto pedagogico, può e deve spingere l’umanità ad una reazione, ad una mobilitazione delle coscienze, ad un ripensamento del suo stile di vita.

Nei tuoi lavori parli del diritto all’ambiente. Vorresti illustrarci brevemente il significato?

Il diritto all’ambiente non è solo la prospettiva di positivizzazione di un diritto soggettivo sempre più avvertito nella coscienza comune come tentativo di risposta sul piano giuridico alla crisi ecologica. La tutela ambientale passa necessariamente dal riconoscimento in capo ai soggetti di una posizione giuridica attiva che si deve accompagnare alla consapevolezza della nostra responsabilità verso la natura. Diritto all’ambiente significa non solo rivendicare maggiore tutela ambientale in generale e non solo quando essa significa tutela della salute umana, significa anche e soprattutto dovere nei confronti della natura, significa farsi carico come umanità di un qualcosa che ci è stato affidato, non per essere dominato o distrutto, ma per essere custodito e trasmesso alle generazioni future. Si può parlare del diritto all’ambiente come di un diritto in senso di giustizia. Siamo ancora lontani però da una prospettiva del genere; manca nel nostro ordinamento giuridico una nozione giuridica unitaria di ambiente; esula dalle preoccupazioni della scienza giuridica il tema della giustizia ritenuta appannaggio dei nostalgici del giusnaturalismo. Occorre uscire dalla retorica del diritto all’ambiente, che è elemento centrale delle nuove carte costituzionali, e farlo diventare effettivo predisponendo le conseguenti misure sostanziali e processuali.

Come vedi l’attuale momento storico-politico? Non ritieni che, proprio in periodi come questo, possa esserci una spinta al rinnovamento del sistema economico in senso “green”?

Questo tema tocca l’aspetto secondo me più delicato della riflessione etico-ambientale e che posso sintetizzare ricordando il dibattito tra i sostenitori del concetto di sviluppo sostenibile e le posizioni di quanti si richiamano alla decrescita. In un bellissimo libro Vandana Shiva sostiene che bisogna fare pace con la Terra e quindi orientare in senso “green” l’economia è un elemento imprescindibile di qualsiasi decisione politico-economica. Ma occorre uscire dagli slogan e dagli equivoci e affrontare le questioni di fondo. Il problema fondamentale è capire che cosa si intende per green? Siamo ancora nell’ambito del concetto di sviluppo sostenibile? Dove verde significa soprattutto confidare nella innovazione tecnologica per far sì che l’impatto uomo natura non sia catastrofico? O dobbiamo, invece, pensare più radicalmente ad una fuoriuscita dall’immaginario della crescita e impostare, approfittando anche della crisi economica di questi anni, il programma politico della decrescita o dell’abbondanza frugale per usare un’espressione ripresa da Serge Latouche in un suo recente lavoro?

Non si tratta di questioni di poco conto perché siamo di fronte alla scelta drammatica tra continuare a muoverci in un certo percorso o impostare un nuovo complesso itinerario che, inizialmente, è fatto da rinunce e tagli al nostro tenore di vita occidentale. Il tema “economico” evidentemente non può essere disgiunto da una riflessione che investe il piano della politica e quindi delle decisioni. E qui le questioni sono altrettanto complesse e delicate perché occorre prendere consapevolezza della portata globale dei problemi ambientali, uscendo dalle logiche nazionali; occorre muoversi verso un diritto cosmopolitico avviando un processo di costituzionalismo mondiale capace di impedire che le decisioni sul governo delle emergenze ecologiche siano affidate ad un novello Principe, come pure è auspicato da alcuni autorevoli studiosi. Occorre lavorare nella direzione della governance della scienza e della partecipazione alle decisioni che investono il destino delle generazioni future. Il cammino è difficile ma la sfida è esaltante.

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