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Guido Caridei, ripensare al tema trivelle

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Guido Caridei

Guido Caridei, 41 anni, vive a Napoli dove lavora nel settore dei rifiuti. Funzionario dell’Azienda Servizi Igiene Ambientale di Napoli, attualmente si occupa di legislazione ambientale. Lo sentiamo telefonicamente per riaprire un dibattito mai chiuso: le trivelle nel nostro mar mediterraneo.

Guido Caridei, ripensare al tema trivelle

guido caridei
Guido Caridei

Guido Caridei cura un suo blog dal titolo Partenope, XXI secolo, dove commenta e approfondisce le questioni ambientali con particolare attenzione al territorio napoletano.

La tua consapevolezza ambientale nasce dal tuo ruolo lavorativo?

  • Nasce da quello e dalla mia formazione, essendo un ingegnere per l’ambiente.

Qual è stata la molla che ha portato alla realizzazione del tuo blog?

  • Questo blog nasce dalla volontà di comunicare e di interagire con le persone, sull’attualità ambientale e non solo. Perché, come riportato nel sottotitolo, si parla anche di società e istituzioni. Vorrei che il Blog fosse un’occasione di condivisione sui temi ambientali che ritengo poco noti all’opinione pubblica.

Perché secondo te sono poco noti all’opinione pubblica?

  • Perché i mezzi di comunicazione di massa non se ne occupano sempre in modo appropriato, nonostante il tema sia molto sentito e nonostante l’esistenza di testate giornalistiche specializzate come la vostra. Penso che la comunicazione ambientale debba ancora crescere, affinché i cittadini possano farsi opinioni personali di politica ambientale. Per esempio, secondo me uno dei fattori che ha determinato l’insuccesso del recente referendum sulle trivelle è stato una sorta di condizionamento dell’opinione pubblica sul tema.

Condizionamento determinato da cosa?

  • Una parte dell’opinione pubblica è stata indotta a pensare che ci fosse in atto uno scontro ideologico: tra i fautori delle fonti energetiche rinnovabili e quelli delle fonti tradizionali. Mentre invece i promotori dei referendum avevano forti ragioni tecniche che ho ripreso nel mio articolo sul blog.

È stato questo il motivo per cui gli italiani non sono andati a votare non consentendo il raggiungimento del quorum?

  • Non so se questo sia stato il motivo principale. Sicuramente ci sono stati più motivi. Potrebbe avere influito anche la disaffezione dei cittadini alla politica. O il tecnicismo di questo specifico referendum.

Tu sul territorio partenopeo cosa hai notato nelle persone: interesse o disinteresse verso la materia del referendum?

  • Nell’ambito delle persone che frequento, di persona e in rete, ho notato molto interesse e una diffusa consapevolezza. Anche tra i non esperti in materia ho percepito una certa comprensione del tentativo di condizionamento esercitato da alcune lobby.

Sul tuo blog, per esempio, c’è stata interazione su questa tematica?

  • Attraverso il blog ho ricevuto dei riscontri, soprattutto da parte di persone che conosco, entusiaste per l’opportunità avuta di approfondire un tema in parte oscuro. Mentre attraverso la rete in generale ho potuto interagire con un pubblico più ampio del mio blog. E  ho trovato sia persone con le idee chiare, sia persone incerte e confuse, contagiate dal timore di essere strumentalizzate da una battaglia infondata dei “soliti ambientalisti”. In questo dubbio si sono trovati anche dei tecnici, pur dotati di competenza e onestà intellettuale, che forse recentemente non si erano occupati di energia e quindi non erano a conoscenza dell’involuzione normativa degli ultimi anni.

Tu personalmente cosa hai votato al referendum?

  • Io ho votato “Sì” dopo aver approfondito la conoscenza della normativa vigente. Che secondo me è una normativa profondamente distorta. Il che è un problema, in questo momento, per il Paese.

Perché questa normativa secondo te è distorta? Che vantaggi arrecherebbe alle compagnie petrolifere?

  • Innanzitutto, lo specifico articolo del Testo Unico Ambientale, che è stato oggetto di referendum, prolunga a tempo indeterminato le concessioni esistenti per le piattaforme sottocosta. Per la precisione quelle che si trovano entro 12 miglia dalla linea di costa o dalle aree marine protette. E, in effetti, una concessione senza scadenza definita non ha senso. Immaginiamo, per esempio, che domani il governo italiano convocasse i gestori di tutti i lidi d’Italia e dicesse loro: “Ragazzi, queste concessioni che avete ottenuto, chi l’anno scorso e chi cinque o dieci anni fa, da oggi le avete a tempo indeterminato. A meno che un giorno una mareggiata non faccia sparire una spiaggia”. In un caso come questo spererei in una sommossa popolare. Chiaramente, questo provvedimento il nostro governo non lo ha fatto, anche se in passato si è pensato di privatizzare le spiagge. Nel caso delle piattaforme poste di fronte ai litorali, invece, le concessioni non hanno scadenza.

Ma fino ad esaurimento dei giacimenti, però.

  • Sì, ma in realtà, sappiamo che la maggior parte delle piattaforme già oggi estraggono ben poco. E che alcune piattaforme, realizzate diversi decenni fa, non sono mai state sottoposte alla valutazione di impatto ambientale, vale a dire uno dei procedimenti mediante i quali si valutano i costi e i benefici energetici dell’opera, i costi e i benefici ambientali, i costi e i benefici per l’occupazione e, inoltre, i costi e i benefici per lo sviluppo economico del paese. Cioè manca una sede tecnica per comprendere cosa convenga al Paese, confrontando tra loro le fonti energetiche utilizzabili.

E senza la verifica dell’impatto ambientale stai dicendo che non è possibile valutare la durata di questi giacimenti?

  • La durata del giacimento la puoi stabilire anche senza la valutazione di impatto ambientale, ma facendo delle ricerche specifiche.

E queste ricerche secondo te sono state fatte?

  • Quello che so è che alcune piattaforme non sono attive o estraggono quantità minime, sotto franchigia, e così non sono tenute a pagare le royalties allo Stato Italiano. E queste piattaforme sono il 73 per cento di quelle esistenti. Ora, i casi sono due: o il giacimento è già esaurito, oppure l’estrazione è lenta di proposito. Nel secondo caso le compagnie hanno due vantaggi: non pagano i diritti e procrastinano ad libitum la chiusura dell’attività e lo smantellamento della piattaforma. Per evitare questi meccanismi serviva ridare una scadenza alle concessioni. Se poi, arrivati a scadenza, singole piattaforme fossero state valutate sufficientemente sicure e attive, si poteva anche prevedere una norma transitoria ad hoc dopo il referendum che non poteva riscrivere il testo ma solo abrogarlo.

Finora non ho poi ritrovato una definizione della “vita utile del giacimento” data ai fini di questa legge. Un suolo o uno strato di roccia conterranno sempre combustibile fossile in una certa percentuale. È un po’ come osservare la sabbia in spiaggia e chiedersi se sia completamente asciutta. C’è sempre un certo tenore di umidità. Che non è mai esattamente lo zero. Insomma, nei casi concreti bisognerà vedere come la norma, che è stata riscritta a dicembre scorso, verrà interpretata dai tecnici che dovranno applicarla e come si svilupperà la relativa giurisprudenza in questo ambito se ci saranno contenziosi.

La politica come si sta comportando, secondo te, in merito alla gestione di questa materia?

  • A causa di politiche ambientali errate, potremo avere gravi ripercussioni non solo ambientali ma anche economiche. Questo si può evitare anche con la partecipazione dei cittadini informati. Per esempio, è stato grazie all’iniziativa referendaria che è stato modificato il decreto “Sblocca Italia”.

Infatti, ho con me il testo vigente prima delle modifiche ad esso apportate a dicembre dalla “Legge di Stabilità” sulla spinta di altri quesiti referendari. Questo testo era fortemente sbilanciato in favore delle fonti fossili di energia. Prevedeva che “le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi” – leggo – non solo “sono di pubblica utilità” (espressione questa rimasta), ma anche di “interesse strategico”, “urgenti” e “indifferibili”. Inoltre tutte le concessioni sulla terraferma, in mare al largo e sotto costa, risultavano prorogabili “per una o più volte,  per un periodo di 10 anni”, senza porre un limite a questo “più volte”. Quindi potenzialmente anche quelle in terraferma e al largo erano delle concessioni senza scadenza.

Ma sarà necessario un intervento normativo per stabilire delle limitazioni sulla durata?

  • Assolutamente sì.

E chi interverrà secondo te?

  • L’Unione Europea. Che potrà intervenire sulla scadenza delle concessioni attivando una procedura di infrazione contro l’Italia per violazione della libera concorrenza, sempre se i competenti organi dell’Unione riterranno che ve ne siano i presupposti.

E sulla enorme contraddizione che si è creata rispetto ai principi stabiliti dalla Cop 21?

  • L’Italia ha scelto di limitare le emissioni gas serra. Come poteva una normativa ritenere in astratto urgenti e indifferibili le attività estrattive di combustibili fossili, prima di esaminare gli specifici contesti ambientali e le eventuali attività economiche in conflitto? Quando invece occorre un ulteriore forte sviluppo delle energie rinnovabili, in linea con quanto dichiarato da 150 paesi alla Conferenza di Parigi: “il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta”.

Tu con il tuo blog cosa stai tentando di fare? E quanto interesse sta raccogliendo questo sito?

  • Con il mio blog sto facendo un esperimento per tentare di coniugare l’informazione divulgativa con quella specialistica. Il mio post sulle trivellazioni ha avuto poco meno di 500 condivisioni su Facebook. Mentre per quanto riguarda le visualizzazioni siamo sull’ordine di alcune centinaia, sotto il migliaio.

Un buon risultato. Ma nel tuo orizzonte c’è solo l’ambiente?

  • Sicuramente la questione ambientale mi sta molto a cuore. Me ne occupo da 25 anni. Poi, accanto a quella, c’è l’obiettivo di divulgare la cultura napoletana. Cioè di far conoscere di più Napoli a chi è napoletano e a chi non lo è. Quello che oggi accomuna la città di Napoli e l’ambiente è il bisogno di una “nuova narrazione”. Perché spesso di Napoli si parla per stereotipi, sia in positivo che in negativo.

 


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