Home C'era una volta Mario Schisa, il maestro dimenticato

Mario Schisa, il maestro dimenticato

SHARE

L’11 luglio 1980 muore a Roma all’età di settantaquattro anni, il maestro Mario Schisa, uno dei più intelligenti e abili musicisti, arrangiatori e compositori della storia della canzone italiana. Se ne va nel silenzio, dimenticato dai più.

Un talento non riconosciuto

La sua scomparsa non fa notizia in questo strano mondo che è la musica leggera italiana, quasi mai capace di valorizzare la propria storia. Se un personaggio come Schisa avesse vissuto negli Stati Uniti probabilmente per la sua morte si sarebbero consumati fiumi d’inchiostro, ma in Italia questo non accade. Geniale e intuitivo è lui, per esempio, che consiglia al giovane e acerbo Luciano Tajoli di cambiare la modulazione della voce. «Devi cantare modulando come se avessi il raffreddore. Acquisterai quel tono malinconico che a voce piena ti manca. Diventerai un grande interprete». Ha ragione, così come ha ragione quando capisce che l’industria discografica italiana non può restare prigioniera di una sorta di autarchia melodica, ma non s’aspetta che qualcuno gli dimostri riconoscenza. Sa come vanno le cose della vita. Nessuno gli ha mai regalato niente.

Legato allo sgabello del pianoforte

Mario Schisa nsce a Montevideo, in Uruguay, il 1° maggio 1906 da una famiglia di immigrati italiani convinti che solo la musica possa regalare al figlio un futuro migliore del loro. È ancora bambino quando i genitori scelgono per lui lo studio del pianoforte. Il padre lo lega letteralmente allo sgabello dello strumento quando lo vede svogliato o distratto: «Adesso non capisci, ma in futuro capirai che è per il tuo bene». Appena può trova i soldi per andarsene e arriva in quell’Italia di cui ha tanto sentito parlare ma che non ha mai conosciuto. Si diploma in pianoforte e composizione presso il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e nei primi anni Trenta debutta come direttore d’orchestra negli spettacoli di varietà e nelle sale da ballo. Nel 1936 centra il primo successo come compositore con il brano Conosco una fontana. La sua poliedrica vena compositiva sa far tesoro delle esperienze altrui senza lasciarsi imprigionare dai generi. Non gli piace seguire le mode. Alla sua vena si deve un gran numero di canzoni di successo compresa l’originale Babbo non vuole, mamma nemmeno, una rielaborazione del tema del “Capriccio italiano” di Tchaikovsky. Negli anni Sessanta abbandonerà, di fatto, la produzione musicale, salvo qualche sporadica eccezione, per impegnarsi sul fronte della tutela dei diritti d’autore.

SHARE
Previous articleDick Cary, un jazzista da rivalutare
Next articleWilliam Shawn, il tiranno gentile del giornalismo americano
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

LEAVE A REPLY