Home C'era una volta Daddy Stovepipe, l’ex bracciante che da solo vale un’orchestra

Daddy Stovepipe, l’ex bracciante che da solo vale un’orchestra

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Il 14 novembre 1963 muore a Chicago, nell’Illinois, Daddy Stovepipe, una delle grandi leggende del blues rurale. È vicino ai novant’anni, ma nessuno sa davvero quanti anni abbia. Di lui si conosce il vero nome, Johnny Watson, e la città di nascita, Mobile, in Alabama. Di più non è dato di sapere anche se sostiene di essere nato nel 1870.

Il nome dal cappello a cilindro

Bracciante agricolo fin da quando ha ancora i calzoni corti, Stovepipe, che deve il suo nomignolo al caratteristico cappello a cilindro da cui non si separa mai, inizia a cantare accompagnandosi con la chitarra e l’armonica per le strade dell’Alabama. Negli anni Venti mette insieme anche una piccola band, i Rabbit Foot Minstrels, destinata, però, a chiudere i battenti per mancanza di fondi. Nel 1930, dopo aver sposato un’altra vagabonda cantante di blues, Mississippi Sarah, unisce il proprio destino artistico a quello della sua compagna. Il duo diventa molto popolare nelle campagne degli Stati del Sud con le sue canzoni che narrano storie dolorose e malinconiche di vita contadina e d’amore. Dopo la morte di Sarah Daddy Stovepipe se ne va a Chicago e l’orizzonte delle sue esibizioni si riduce al quartiere di Maxwell Street. I locali lo ospitano volentieri e i musicisti sono tra i più assidui frequentatori delle sue esibizioni. Adotta anche, saltuariamente, un nuovo nome d’arte: Reverend Alfred Pitts.

La riscoperta grazie a Paul Oliver

Di lui probabilmente non sarebbe rimasto nulla se il musicologo Paul Oliver, uno dei maggiori studiosi statunitensi di blues, non si fosse messo sulle sua tracce. Dopo un lungo peregrinare lo rintraccia a Chicago, lo intervista e tenta di convincerlo a lasciare una traccia registrata delle sue canzoni. Daddy Stovepipe resta affascinato dall’incontro con Oliver, ma non è disposto a lasciare che qualcuno “catturi” la sua voce su un nastro magnetico. Il musicologo non demorde. Lo aiuta a sopravvivere e, pian piano, riesce a incrinare la sua diffidenza. Alla fine Stovepipe cede e si lascia condurre in una sala di registrazione dopo aver ottenuto la garanzia di potersene andare in qualunque momento. È una leggenda vivente quella che, sottobraccio a Paul Oliver, entra con un po’ di timore negli studi dell’Heritage Records. I tecnici guardano tra il rispettoso e il divertito quel vecchio con il cappello a cilindro, la chitarra e l’armonica che fatica a tenere la distanza giusta dal microfono. Le tracce registrate finiranno per restare una delle più preziose testimonianze della leggenda di Daddy Stovepipe, l’ex bracciante che da solo valeva un’orchestra.

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".