Home C'era una volta Fermate la British Invasion!

Fermate la British Invasion!

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Il 1° gennaio 1965 la rivista New Musical Express denuncia che, con pretesti artificiosi, il governo statunitense sta negando il visto d’ingresso nel paese a vari gruppi inglesi che si vedono costretti ad annullare tour già previsti.

Tutelare gli artisti USA

Di fronte all’annuncio, qualcuno pensa a uno scherzo dei redattori, ma la notizia è vera . Il Dipartimento Immigrazione degli Stati Uniti sta, infatti, cercando di limitare la “British Invasion”, cioè l’arrivo delle band britanniche con lo scopo apparente di tutelare gli artisti locali. In realtà si vuole bloccare l’ondata di rinnovamento che l’esplosione del “beat” sta portando non soltanto nella musica. Come tutti i provvedimenti restrittivi e censori è destinato al fallimento. Per la prima volta la musica è assurta a linguaggio universale e una nuova generazione sta tentando di irrompere sulla scena della storia.

La barriera si sgretola

Quello che in parte era già successo alla fine degli anni Cinquanta con il rock & roll, trova la sua esaltante continuità con un fenomeno come il beat e le successive evoluzioni. Le giovani generazioni iniziano a comunicare sulla stessa onda utilizzando la musica. Ben presto alle parole d’amore adolescenziale si sostituiscono contenuti diversi. Per la prima volta un comunista messo al bando dal maccartismo come Pete Seeger vede una sua canzone ai vertici delle classifiche di mezzo mondo, in Gran Bretagna si riciclano i più oltraggiosi interpreti del rock and roll statunitense, mentre l’opposizione alla guerra del Vietnam entra nelle canzoni e termini come “imperialismo” e “capitalismo” assumono in musica un’universale accezione negativa. Chiudere i confini non serve più.

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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