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Funghi Espresso, dall’uso al riciclo di caffè

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Riutilizzare i fondi del caffè per produrre funghi? È la scommessa di Funghi Espresso. In questa intervista, Antonio Di Giovanni, uno dei fondatori, illustra il meccanismo di riutilizzo e parla dei progetti futuri dell'azienda.

Se lo stato d’animo dell’opinione pubblica mondiale è ancora scosso dalla perdurante crisi economica scoppiata nel 2007 ed estesasi poi a livello globale, c’è anche chi, da questa situazione di sconvolgimento dei consueti paradigmi produttivi, ha tratto l’ispirazione per innovare radicalmente. Sempre più nel settore delle piccole imprese e della ricerca si imboccano nuove strade per intraprendere un diverso sviluppo economico rispetto al passato, più attento alla valorizzazione delle risorse e alla tutela dell’ambiente. È il caso di Funghi Espresso, azienda nata dalla collaborazione tra l’agronomo Antonio Di Giovanni, l’architetto Vincenzo Sangiovanni e l’uomo d’affari Tomohiro Sato. Dailygreen li ha contattati per conoscere da vicino la storia dell’azienda, le attività portate avanti e i progetti in cantiere.

Funghi Espresso, innovazione e riciclo

Innanzitutto, benvenuta a Funghi Espresso sulle pagine di green economy del nostro web magazine. Per iniziare, Antonio, ti chiederei di illustrare ai nostri lettori le vostre esperienze professionali e come siete arrivati a concepire e strutturare Funghi Espresso. 

Dal 2013, dopo anni di attivismo e di studi sull’argomento, sono diventato collaboratore del Centro di Ricerca Rifiuti Zero del comune di Capannori, occupandomi della valorizzazione dei rifiuti organici in agricoltura. Proprio dal caso studio sulle capsule del caffè condotto in questa struttura, nasce nel marzo 2013 lo studio sul riutilizzo del fondo di caffè, presentato da me all’interno dello showroom “Il gusto di un caffè sostenibile”. Continuando le mie ricerche sull’argomento scopro la teoria della Blue Economy dell’economista belga Gunter Paoli, che propone un sistema a “cascata” dove i cicli di produzione sono visti in modo integrato tra di loro e lo scarto di un ciclo diventa una risorsa per un’altra fase produttiva. Nel settembre 2014 nasce il progetto “Dal caffè alle proteine”, primo progetto pilota in Italia di questo tipo, realizzato nella scuola elementare e media di Lammari (Capannori) dove circa 200 studenti hanno prima prodotto i funghi utilizzando il fondo di caffè e poi hanno preparato insieme alle mamme delle ottime ricette a base di miceti.

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I fondatori di Funghi Espresso: da sinistra, Vincenzo Sangiovanni, Tomohiro Sato e Antonio Di Giovanni

Dopo questo primo progetto pilota nasce l’esperienza con Vincenzo Sangiovanni, grazie alla rete Rifiuti Zero che ci ha fatto conoscere. Vincenzo, dopo la sua tesi di laurea in architettura sul recupero di aree inquinate da rifiuti nella “Terra dei fuochi” in Campania attraverso la coltivazione idroponica in serre climatizzate, ha iniziato a sperimentare anche lui in modo autonomo la coltivazione di funghi dal fondo di caffè prendendo spunto per la prima volta dalla visione di un video TED. Venuto a conoscenza del progetto “Dal caffè alle proteine” di Capannori, scrive una mail a Rossano Ercolini che ci mette subito in contatto. Dopo il primo incontro, abbiamo immediatamente capito che volevamo realizzare lo stesso progetto e, anziché augurarci un in bocca a lupo reciproco, ci siamo messi insieme e abbiamo fondato Funghi Espresso. Il tutto è stato possibile grazie al fondamentale incontro con il Sig. Tomohiro Sato, un business-man giapponese venuto in Italia per studiare le buone pratiche per la gestione dei rifiuti, che ha creduto nel nostro progetto dall’inizio finanziando i costi per lo start-up.

Avete realizzato una start-up particolarmente innovativa che vi permette di utilizzare i fondi del caffè per la produzione di funghi. Volete spiegare come si attua l’intera filiera?

Inizia tutto con la raccolta del fondo di caffè dai bar di Firenze. Al momento ne raccogliamo circa 60kg al giorno da tre bar situati in piazza della Repubblica. Il fondo di caffè, raccolto giornalmente, viene portato nella nostra fungaia dove viene pulito e inoculato con micelio (seme di fungo) entro 24 ore. Una volta iniettato il composto, viene messo in sacchi forati all’interno della camera di incubazione dove rimarranno al buio per almeno venti giorni. Una volta che il fungo si è sviluppato sul fondo di caffè, inizia la fase di coltivazione. Questo consiste nell’aprire i sacchi incubati e predisporli in una camera chiamata di fruttificazione con la presenza di luce, umidità elevata e un adeguato ricambio d’aria. Dopo circa quindici giorni, i primi funghi sono pronti da raccogliere. In circa 40 giorni un sacco da 10 kg di composto può produrre circa 2,5kg di funghi in più produzioni. Il substrato esausto viene portato al compostaggio dove rimane per almeno 3 mesi prima di essere utilizzato in campo come ammendante organico.

Vi ispirate chiaramente alla Blue economy dell’economista Gunther Pauli. Secondo voi, è una prospettiva sempre più percorribile data l’attuale fase di stagnazione dell’economia?

Il vecchio paradigma dell’economia lineare basato sulla crescita infinita e sullo sfruttamento intensivo delle risorse naturali non può più funzionare e gli effetti di questo comportamento si stanno osservando sia con i cambiamenti climatici che con le crisi economiche che hanno colpito duramente anche il nostro Paese. L’economia circolare crea valore dagli scarti e, soprattutto, evita che questi diventino un costo per l’ambiente e per la società attraverso le ricadute sulla salute della gestione dei rifiuti (vedi incenerimento), oltre a creare nuovi posti di lavoro e nuove possibilità di sviluppo. Insomma l’economia circolare è l’unica strada possibile per uno sviluppo sostenibile.

Nella vostra filosofia produttiva vi è una cultura dell’integrazione tra sistemi. In particolare colpisce il concetto di Urban Farming, dove città e campagna sono entità comunicanti e non separate. Nella vostra visione, è un modello ecosostenibile che potrebbe trovare spazio in un prossimo futuro?  

L’urban farm è già una realtà in molti Paesi europei: Olanda, Danimarca e Francia hanno iniziato la coltivazione di funghi e ortaggi all’interno di container marittimi.  Il concetto di urban farm si integra alla perfezione con quello che facciamo perché ci consente di recuperare lo scarto proveniente dalla città e poterlo riutilizzare nella produzione di cibo sano e nutriente.

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Il logo di Funghi Espresso

In questo modo, spazi della città che prima potevano sembrare zone morte, grigie e abbandonate, possono riacquistare una funzione produttiva e sociale dove le persone si incontrano per coltivare e condividere conoscenze. Proprio a tale proposito, stiamo lavorando alla creazione della prima urban farm da istallare a Firenze.

Parliamo di prospettiva. Lungo quali direttrici aziendali intendete far procedere Funghi Espresso? Ci sono altre idee che state sviluppando in cantiere?

Le idee crescono come funghi all’interno della nostra azienda! A parte le battute, stiamo portando avanti alcune sperimentazioni con l’università di Firenze e il CNR di Perugia sul riutilizzo del nostro compost nell’ortoflorovivaismo e inoltre stiamo avviando in collaborazione con l’Istituto Tecnico Agrario di Firenze un laboratorio per l’autoproduzione di micelio fungino. Oltre alla ricerca, abbiamo lanciato un nuovo prodotto, il TUO kit Funghi Espresso che permetterà, a tutti coloro che lo vorranno, di recuperare il proprio fondo di caffè per coltivare funghi Pleurotus direttamente sul davanzale della propria cucina. In più, stiamo cercando di dare molto rilievo alla formazione e all’educazione ambientale nelle scuole. Nascono anche delle collaborazioni con diversi team di altre aziende che studiano materiali organici di scarto proveniente da filiere agroindustriali, per lo studio e lo sviluppo di biomateriali che possano sostituire le materie plastiche e i suoi derivati.

 


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