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Il corpo e la retorica del corpo al tempo del Covid-19

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Aquis in aerem 2020

Cosa sta succedendo – in questo drammatico momento storico della pandemia sempre più insistente e letale – al corpo senziente, il cosiddetto corpore vili della sperimentazione senza scrupoli, ma anche corpo giuridico, doloroso/politico del comune cittadino dell’Habeas corpus?

In Italia il “corpo” come soggetto, uscito quasi indenne negli anni ’60 dal famoso dualismo, disobbligandosi dal monopolio della religione, così come dalla violenza della ragion di stato, aveva preso le distanze da un sociale patriarcale, soprattutto dopo la seconda ondata del femminismo che aveva riscattato anche il “monopolizzato” corpo delle donne. Ma quella tendenza verso la “ri-appropriazione del corpo proprio” aveva già aperto le porte alla sua commercializzazione attraverso il Mito del corpo, nell’illusione di un’eterna giovinezza, non più e non solo leggendaria antagonista del tempo, ma ipotetica perpetuazione di uno status giovanilistico trasgressivo, edonistico e senza memoria al quale (con i progressi delle tecniche appunto) ogni generazione avrebbe potuto finalmente accedere. Così questo corpo liberato, veniva immediatamente contagiato dall’aggressività invadente delle multinazionali dell’estetica, della chirurgia e della farmacologia mentre la famosa distinzione del sociologo e psicoanalista tedesco Erich Fromm tra avere ed essere, acquisiva una dimensione inquietante unificandosi nella retorica del – chi essere? – confinante con l’ossessione dell’apparire ad ogni costo ma trasformandosi in immagine creduta vincente, addirittura nell’immagine di un doppio non umano, Androide, Cyborg o Zombie/boy.

Tra corpi costretti ad essere sempre tesi alla perfettibilità retorica delle mode e delle trasformazioni, cosa succede al corpo imperfetto del disabile, inabile o eufemisticamente chiamato diversamente abile, al corpo emotivo e terrorizzato di persone sole, soprattutto anziani ma non solo, sottoposto ad un mutamento degli equilibri immunologici, al bombardamento di notizie contrastanti, alla privazione di un servizio sanitario al quale fare riferimento?

Lo chiediamo ad Ugo Fanti, Presidente della Sezione ANPI Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”, una vita dedicata all’impegno politico e sociale.

Sono domande impegnative. Risponderò intanto col citare l’Articolo 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Contrasta con questo articolo l’atteggiamento diffuso in una società divenuta sempre più focalizzata all’apparire, per la quale il corpo assume un’importanza sempre maggiore a patto, s’intende, che sia un corpo perfetto. Ogni minima “sbavatura” a questa perfezione è considerata negativa, come se la vita potesse essere vissuta pienamente solo con un corpo perfetto. Bene lo sanno le donne che – quando il loro corpo è perfetto – sono usate come fossero oggetti (e spesso abusate e uccise per una volontà malata di possesso della bellezza e della persona che la incarna) e quando non lo è sono stigmatizzate, anche in maniera violenta.

Visus Virus 2020

Ma la persona non è solo corpo, è anche testa, cuore e soprattutto differenze. A volte, però, essere differenti (meglio diversi) ad esempio nel corpo porta ad essere visti con sospetto e spesso discriminati ed emarginati. Sappiamo che l’essere fisicamente diversi può dipendere e da una condizione congenita (come quella che mi riguarda) e/o da una acquisita che ci fa così essere disabili, dunque, imperfetti. Certamente non ci troviamo di fronte ad una “colpa”, anche se qualcuno, tra i “perfetti” (correttamente si dice normodotati) la considera tale. Per connotare questa condizione di disabilità spesso sono utilizzate espressioni differenti come, ad esempio, “diversamente abili” o “portatori di handicap”. La prima espressione si trova addirittura nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (2006) ratificata da molti Paesi, ma non ancora applicata in tutte le sue precise prescrizioni.

La seconda la troviamo, invece fin dal titolo, nella Legge 25 Febbraio 1992, n. 104, “Legge Quadro per l’assistenza, l’integrazione e i diritti delle perone handicappate”. Un’ottima Legge, per il tempo in cui fu scritta ed approvata, ma che oggi avrebbe bisogno di essere rivista, anche dal punto di vista semantico. Carlo Levi, scrittore, poeta, pittore, scultore, ma anche confinato politico antifascista, sosteneva, con molta ragione, che –

Le parole sono pietre, connotano il nostro essere e delimitano i confini del nostro mondo. Dunque, le parole vanno usate con cautela e soprattutto precisione.

Per il nostro ragionamento userei, allora, solo la parola “disabilità”. Essere “diversamente abili” è, infatti, a mio avviso, una prerogativa di tutti (ovvero, ognuno è abile in qualcosa di diverso da un altro, dunque è “diversamente abile”) e la disabilità (ovvero, l’handicap = svantaggio) non si “porta” (“portatore di handicap”, dice la Legge del ‘92 che ho citato) ma la persona disabile se la ritrova addosso, se parliamo di disabilità congenita o la acquisisce (ad esempio, dopo un incidente o un infortunio, magari sul lavoro). Dunque, l’espressione giusta è, secondo me, “persona disabile”, perché descrive compiutamente la condizione che vuole indicare.

Chiusa la parentesi semantica, osservo che le persone disabili – in una società come quella odierna, in cui la perfezione e la prestanza fisica sono considerati addirittura valori apparentemente irrinunciabili – rischiano seriamente (e a volte soffrono concretamente) l’emarginazione sociale: nella vita, come nel lavoro, dove – lo denunciano le Associazioni dei disabili – le discriminazioni sono notevolmente aumentate, di numero e gravità, anche a causa della recente Pandemia da Covid-19. Le persone disabili vivono una condizione spesso pesante da sopportare. Cosa che si evidenzia maggiormente oggi che la Pandemia ci limita fortemente nei rapporti sociali e nello svago, fattori di vita importanti per una persona disabile per la quale, spesso, vivere una vita sociale e di relazione significa molto e in alcuni casi fa parte, a pieno titolo, del percorso terapeutico e di reinserimento socio-lavorativo.

Quella della Pandemia è, oggi, dunque, una nuova barriera che si frappone tra la società e le persone disabili e si unisce a quelle – visibili e invisibili – che già stigmatizzano la vita di chi fa i conti, quotidianamente, con la propria imperfezione. Il risultato, purtroppo, è che le persone disabili sono così ulteriormente emarginate e discriminate: il che le fa ancora più fragili.

Verba sequentur 2020

Come Presidente di una Sezione ANPI, mi immergo spesso nella Memoria dei fatti storici che hanno portato alla nascita del Movimento di Resistenza antinazifascista e alla Liberazione del nostro Paese e mi capita (meglio mi capitava, prima dell’arrivo di questa Pandemia assassina) di raccontare ai ragazzi delle nostre Scuole quella Storia, anche attraverso singoli episodi. Dunque, mi è successo di dover approfondire, ad esempio, il tema dell’approccio alla disabilità messo in atto dal regime nazista: attenzione, non solo negli anni del Secondo conflitto mondiale, ma anche prima che esso avesse inizio, esattamente negli anni dal 1933 al 1941.

Mi sto, evidentemente, riferendo a quella che convenzionalmente è nota come l’Aktion T4 e che altri non era che il Programma Nazista di Eutanasia che – preceduto da un Programma di sterilizzazione di massa di persone affette da malattie ereditarie o supposte tali (leggi, ad esempio, le disabilità psichiche) che ebbe inizio nel 1933 e terminò  sei anni dopo – fu attuato con l’eliminazione fisica dei malati incurabili e dei disabili gravi che furono uccisi “legalmente” perché – essendo ritenuti improduttivi – erano considerati dal regime hitleriano solo un peso economico.

Questa Operazione di “pulizia eugenetica” costò alla Germania e al Mondo dai 70mila ai 100mila morti e tutto questo è accaduto, diremo così, a latere dell’altra grande tragedia del ‘900 che è stato il cosiddetto “universo concentrazionario nazista” con i suoi oltre 15 milioni di morti, non solo ebrei. In questo ultimo caso si è trattato però dell’eliminazione, scientificamente programmata e attuata, di milioni di persone ritenute “diverse”, non solo per una loro condizione di malattia o di disabilità psico-fisica, ma anche per un’appartenenza etnica, religiosa e politica.

Oggi certamente quel tempo è lontano (non dobbiamo mai dimenticarlo) e non si parla di eliminazione fisica ma, in molti casi, le persone disabili sono evitate, allontanate, discriminate e messe ai margini della società, perché ritenute, nel migliore dei casi, “strane”, termine che deriva dal latino “extraneus”, “estraneo”, “esterno”, ma anche dal francese antico “estrangier”, “straniero”. Questo perché la loro condizione di disabilità, cioè la loro differenza psico-fisica, è vista come un pericolo e non come una risorsa.

Molto si potrebbe scrivere e dire sulla disabilità intesa come risorsa, ma si dovrebbero riempire pagine e pagine. Dunque, mi limiterò, a mero titolo di esempio, ad attirare l’attenzione su quanto fanno – per loro stessi e per noi – gli atleti paralimpici. Il loro motto: “Spirit In Motion” (Spirito in movimento) ovvero: “Dove non arriva il corpo, arriva la mente, dove non arriva la mente arriva lo spirito”, è fatto di forza di volontà e determinazione, ma anche di parole che dovremmo sempre tenere a mente (insieme magari a quelle dell’Articolo 3 della nostra Costituzione, di cui all’inizio) – in quanto cittadini coscienti e responsabili. Grazie!

 

  • Le foto, dedicate alla pandemia da Covid 19, sono di Valter Sambucini 2020
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Carla Guidi
Giornalista (pubblicista) iscritta ODG Lazio, ho collaborato per più di 10 anni con il settimanale (in cartaceo) Telesport, adesso con alcune testate e riviste periodiche, tra queste Abitare a Roma, il Paese delle donne, Malacoda, Lazio ieri ed oggi e Daily Green. Ho scritto alcuni libri sulla memoria storica quali Operazione balena - Unternehmen Walfisch sul rastrellamento nazista del 17 aprile 1944 al Quadraro, giunto alla sua terza edizione (Edilazio 2013); Un ragazzo chiamato Anzio sulle vicende dello sbarco alleato del 1944, alla sua seconda edizione (Onyx 2005/A.Sacco 2013) Estetica anestetica - Il corpo, l’estetica e l’immaginario nell’Italia del Boom economico e verso gli anni di Piombo (Robin edizioni 2018). Sempre per Robin edizioni il libro socio-fotografico in collaborazione con Valter Sambucini e presentazione di Franco Ferrarotti - Città reali, città immaginarie - Migrazioni e metamorfosi creative nelle società nell’Antropocene tra informatizzazione ed iper/urbanizzazione, presentato pochi giorni fa al bookstore del Palaexpo. https://www.palazzoesposizioni.it/evento/presentazione-del-libro-citta-reali-citta-immaginarie-di-carla-guidi Al mio attivo anche alcune pubblicazioni di poesia su tematiche ambientali Come le bestie (Onyx edizioni 2004) La pace che ci meritiamo (Onyx Edizioni 2008), Fatti ad immagine d’Io (Progetto E-Publishing Reti Di Dedalus/Onyx Editrice dicembre 2016) infine ho curato, insieme a Massimo De Simoni l’antologia I poeti incontrano la costituzione (Ediesse editore gennaio 2017). Docente di Disegno e Storia dell’Arte, mi sono occupata anche di Computer Art dal 1981 e mie immagini sono state pubblicate nel volume “Computer image” di Mauro Salvemini (Ed. G.E.Jackson, 1985). Ho gestito una galleria d’Arte negli anni ‘70/’80 ed ho organizzato in seguito varie mostre, manifestazioni e convegni. Dal 1975 mi sono occupata anche di psicoanalisi e dal 1982 sono stata accettata dalla “Società italiana di psicodramma analitico”- SIPSA - in qualità di membro titolare. In seguito ad una formazione quinquennale con trainer internazionali, ho svolto attività di collaborazione presso la Società Medica italiana di Analisi Bioenergetica – SMIAB e sono divenuta membro titolare dell’ “International institute for Bioenergetic analisys” di New York rimanendo iscritta fino al 1995. Attualmente sono stata invitata più volte a relazionare a Convegni Nazionali ANS alla Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione, (Uni Roma 1 Sapienza, via Salaria 113) dal 9 giugno 2016 all’ultimo in ordine di tempo (del 13/12/2019) dal titolo Il Turismo sostenibile in periodo di crisi: una riflessione sociologica.

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