Home C'era una volta Vittorio Mascheroni, il maestro senza diploma

Vittorio Mascheroni, il maestro senza diploma

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Il 3 luglio 1972 muore a Milano il settantaseienne Vittorio Mascheroni, uno dei più eclettici compositori della storia della canzone italiana.

Un talento quasi istintivo

Da tutti chiamato “maestro”, in realtà ha frequentato in gioventù il corso di composizione presso il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, ma ha abbandonato prima di conseguire il diploma. Nato a Milano il 3 marzo 1895 è cugino della poetessa Ada Negri e possiede un talento quasi istintivo che gli consente di mettere a frutto i pochi studi musicali. Nel 1915, ventenne di belle speranze, comincia a farsi conoscere nell’ambiente musicale milanese. Le sue prime composizioni sono brani strumentali d’ispirazione jazzistica destinati alle sale da ballo. Alla fine della prima guerra mondiale si dedica anche all’operetta componendo “La piccina del garage”, su un libretto di Leo Micheluzzi. Il suo talento non sfugge all’editore Carish che, dopo averlo scritturato, lo sostiene economicamente e l’incoraggia a comporre. Nel 1927 ottiene i primi successi con brani come Adagio Biagio e Tre son le cose che voglio da te i cui testi portano la firma del suo amico giornalista Angelo Ramiro Borella.

Insofferente al fascismo

Alla sua fertile vena compositiva si devono le musiche di brani come Tango della gelosia, Bombolo, Fiorin fiorello, Ziki-paki ziki-pu, Signorine non guardate i marinai e tanti altri. Eclettico e imprevedibile compone per il teatro di rivista, insieme a Luciano Ramo, la famosissima Lodovico interpretata da Vittorio De Sica, nello spettacolo “Za Bum – Le lucciole della città” di Falconi e Biancoli. Nel 1932, colpito dalla bellezza di Joséphine Baker compone per lei la modesta Come la neve destinata restare nella sua storia personale più come “un incidente di percorso” che per il suo valore artistico. Insofferente alle restrizioni culturali del fascismo, poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale si ritira e solo dopo la Liberazione torna a comporre. Nella sua produzione del dopoguerra, caratterizzata da brani spesso in controtendenza rispetto alla tradizione, spicca Papaveri e papere, un brano sanremese del 1952 accusato di ironizzare sui notabili DC dell’epoca.

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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