Home C'era una volta Chris Blackwell, il giamaicano bianco che ha diffuso il reggae

Chris Blackwell, il giamaicano bianco che ha diffuso il reggae

SHARE

«Il reggae è una delle migliori espressioni della cultura del mio paese. Credo che valga la pena di investire qualche soldo per favorirne la diffusione, anche perché sono convinto che questa musica possa sfondare sul mercato americano». Così il 1° febbraio 1973 Chris Blackwell, il manager giamaicano bianco proprietario della casa discografica Island Records, annuncia la sua intenzione di creare la Mango Record, un’etichetta interamente dedicata agli interpreti del reggae.

Amore per la musica e fiuto per gli affari

La decisione è importante perché è destinata ad aprire le porte del mercato statunitense a un gran numero di artisti giamaicani fino a quel momento al margine del music business e a influenzare profondamente l’evoluzione musicale degli anni Settanta. La scelta è in linea con la missione di questo originale produttore che negli anni ha dimostrato di saper fondere con successo l’amore per le musiche della propria terra con la capacità di fare affari. Chris Blackwell fonda la Island in Giamaica nel 1958 producendo un album del pianista cieco Lance Hayward, anche se il primo successo discografico arriva soltanto l’anno dopo con “Boogie in my bones” di Laurel Aitken. Ben presto si sente stretto nei confini dell’isola che gli ha dato i natali e a partire dal 1962 si trasferisce in Gran Bretagna.

Un certo Robert Marley

Il suo obiettivo iniziale è quello di conquistare il mercato della comunità degli immigrati giamaicani e tra i primi dischi della sua produzione britannica c’è un singolo Judge not di un certo Robert Marley. Per una distrazione dello stampatore il nome del cantante sull’etichetta destinata al mercato inglese viene, però, storpiato in Robert Morley. Blackwell non se ne accorge nemmeno. Nel 1964 è uno dei principali artefici del successo internazionale dello ska pubblicando My boy lollipop di Millie Small, ma non rinuncia a dire la sua anche sulla scena del pop e del rock inglese. Produce lo Spencer Davis Group e, dopo il suo scioglimento, accompagna Stevie Winwood, che lui considera l’artista più geniale della band nella nuova avventura con i Traffic. Non dimentica, però, la musica giamaicana. Nel 1969 trasforma lo sconosciuto Jimmy Chambers in Jimmy Cliff, star della scena musicale internazionale, ma ci rimane male quando se ne va perché «le major pagano di più» di quanto possa pagare lui. Fortunatamente non passerà molto tempo prima che un altro giamaicano, uno strano tipo di nome Bob Marley, bussi alla sua porta…

 

Previous articlePhilip Glass, il minimalista della new age
Next articleInvoltini primavera di Niky Marcelli
Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".