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L’assassinio di Kennedy

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Il 22 novembre 1963 John Fitzgerald Kennedy, Presidente degli Stati Uniti, viene ucciso nel corso di una visita ufficiale a Dallas, una città del Texas.

Spari e sangue

Mentre Kennedy sta percorrendo una via della città su una macchina scoperta con al suo fianco la moglie Jaqueline e il governatore Connaly. Il corteo presidenziale ha appena girato intorno alla Dealey Plaza dirigendosi verso la superstrada quando improvvisamente John, Jackie e il governatore Connally, che guardavano verso sinistra, si voltano quasi in simultanea verso destra. Subito dopo risuonano altri due spari in rapida successione. Il presidente si porta le mani al collo e pochi istanti dopo sulla sua testa diviene evidente una macchia di sangue. Si accascia sul sedile della limousine, mentre sua moglie Jacqueline, forse sotto shock, sale sul bagagliaio dell’auto. Una frazione di secondo più tardi l’agente del servizio segreto Clinton J. Hill, che si trova sul predellino dell’auto dietro quella presidenziale, salta su quest’ultima e spinge Jackie sul sedile, facendole scudo con il suo corpo. Il corteo accelera di colpo e si diresse verso il Parkland Hospital, che si trova a pochi minuti di distanza. Kennedy viene immediatamente preso in carico dal pronto soccorso, ma le sue condizioni appaiono disperate: parte del cranio posteriore è scomparso.

Il mistero del colpevole

Pochi minuti dopo il ricovero, alle 13:00, John Fitzgerald Kennedy viene dichiarato morto. Le prime indagini individuano in Lee Harvey Oswald l’assassino, ma la vicenda è solo all’inizio. Lo stesso Oswald verrà ucciso e tra verità, menzogne, coperture e supposizioni il responsabile della morte di Kennedy e gli eventuali mandanti resteranno per i più un mistero. Il gruppo britannico dei Renegades all’epoca sotto contratto in Italia con la casa discografica Ariston dedica allo scomparso presidente il brano John Fitzgerald Kennedy, cantato interamente in italiano.

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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