Home C'era una volta Massimo Dallamano, l’esteta del cinema di genere

Massimo Dallamano, l’esteta del cinema di genere

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Il 14 novembre 1976 muore in un incidente automobilistico Massimo Dallamano, uno dei personaggi che hanno fatto la storia di quello che oggi viene chiamato “Cinema di genere” italiano.

Una fotografia che ha segnato l’epopea del western all’italiana

Nato a Milano il 17 aprile 1917 inizia a lavorare nell’ambiente cinematografico nel primo dopoguerra quando cura la fotografia di “Inquietudine”, un film del 1946 diretto da Vittorio Carpignano ed Emilio Cordero. Da quel momento lavora sul set di film d’ogni genere, spaziando dall’avventura ai drammi, dai documentari ai peplum. Vive poi da protagonista gran parte dell’avventura del western all’italiana, firmandone alcune pietre miliari come direttore della fotografia e cimentandosi anche nella regia. Non è più un novellino quando la Jolly Film lo chiama a curare la fotografia dei primi film ambientati in quella immaginaria striscia di terra che nella fantasia degli sceneggiatori accompagna la frontiera tra Stati Uniti e Messico. Ha quarantasei anni quando, con lo pseudonimo di Jack Dalmas nel 1963 firma le immagini di “Duello nel Texas” e l’anno dopo quelle di “Le pistole non discutono” e “Per un pugno di dollari”. Quando Sergio Leone lascia la Jolly per passare alla PEA di Alberto Grimaldi lui lo segue e nel 1965 cura la fotografia di “Per qualche dollaro in più”.

Il debutto come regista

Anche il suo debutto come regista avviene sotto il segno del western nel 1967 con “Bandidos”, un film inusuale firmato con lo pseudonimo di Max Dillman che racconta la storia di un ex pistolero privato dell’uso delle mani. In linea con il suo passato da direttore della fotografia mostra un’attenzione per i dettagli e le sfumature che denota un inusuale approccio quasi pittorico. L’anno dopo realizza l’intrigante giallo “La morte non ha sesso”. Nel 1969 dirige una sconosciuta Laura Antonelli nel censuratissimo “Le malizie di Venere” ispirato al romanzo di Leopold Masoch “Venere in pelliccia” e nel 1970 gira “Un dio chiamato Dorian”, da un’opera di Oscar Wilde. Nel 1972 torna al giallo con “Cosa avete fatto a Solange?” e l’anno dopo si cimenta nel poliziesco all’italiana con “Si può essere più bastardi dell’ispettore Cliff?”. Nel 1974 gira il dramma erotico “Innocenza e turbamento”, seguito l’anno dopo da “La fine dell’innocenza”. Sempre nel 1975 torna al poliziesco all’italiana con “La polizia chiede aiuto” seguito dal thriller “Il medaglione insanguinato”. Quando il 14 novembre 1976 muore in un incidente automobilistico ha da poco terminato le riprese di “Quelli della calibro 38”.

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".

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