Home C'era una volta Pete Johnson, pianista da boogie woogie

Pete Johnson, pianista da boogie woogie

SHARE

Il 24 marzo 1904 nasce a Kansas City, nel Missouri, Pete Johnson, uno dei grandi pianisti di boogie woogie della prima metà del Novecento.

Dall’orfanotrofio alla musica

Pete trascorre buona parte della sua infanzia in un orfanotrofio che lascia all’età di dodici anni per essere affidato a vari parenti. Inizia così a fare piccoli lavori. Risale a questo periodo anche il suo interesse per la musica suonando la batteria. Proprio in veste di batterista debutta in una orchestra di giovani. Dal 1922 al 1926 suona poi con parecchi pianisti tra cui Louis “Good Bootie” Johnson e Ernest Nichols che lo fanno appassionare al loro strumento. Inizia così a studiare il pianoforte prendendo lezioni anche dallo zio, Charles “Smash” Johnson. Come pianista ottiene la prima scrittura con la band di Clarence Love. Successivamente si esibisce da solo in numerosi club della città natale come il Lone Star, il Grey Gorse, The Backbiter’s, The Peacock e The Hawaiian Garden. In quest’ultimo locale incontra e fa amicizia con il cantante Joe Turner, lì assunto come barman. I due decidono di esibirsi insieme. Il pubblico apprezza molto le esibizioni della coppia: Joe Big Turner con i suoi shouted blues e Pete Johnson con il suo boogie woogie, stile nel quale si era andato man mano perfezionando raggiungendo una tecnica invidiabile.

L’era del boogie woogie

A metà degli anni Trenta suona occasionalmente con altre orchestre tra cui quelle di Herman Walder e del batterista Abbie Price. Nel 1938, sempre con Joe Turner, si trasferisce a New York per partecipare a uno show radiofonico di Benny Goodman e per esibirsi al Teatro Apollo. Alla fine dello stesso 1938 partecipa a un memorabile concerto alla Carnegie Hall organizzato da John Hammond. In quell’occasione Hammond presenta al pubblico, insieme per la prima volta, quelli che definisce «i tre migliori pianisti di boogie woogie del mondo»: Pete Johnson, Albert Ammons e Meade Lux Lewis, questi ultimi due di Chicago. Il concerto dà il via a quella che viene chiamata “L’era del boogie woogie” che da quel momento vien suonato anche dalle grandi orchestre e non più dai soli pianisti. Negli anni Quaranta suona in una formazione con due pianoforti insieme ad Albert Ammons dal quale impara a combinare il piano boogie con una sezione ritmica o un piccolo gruppo strumentale. Nel 1950 si stabilisce a Buffalo dove continua a suonare nei club locali e nel 1955 torna per qualche tempo al fianco del suo vecchio compagno Joe Turner. Esponente di primissimo piano del boogie woogie, il suo stile è caratterizzato da una mano sinistra poco variata, piuttosto uniforme, e da una destra che impiega spesso dei riff conferendo a tutta l’esecuzione un ritmo molto vivace. Negli ultimi anni della sua vita soffre di cuore e di diabete. Muore a Buffalo il 23 marzo 1967.

 

Previous articleQuando Harry Belafonte divenne “americano dell’anno”
Next articleFud Livingston, tra clarinetto, sax, arrangiamenti e composizione
Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".